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7 Agosto 2008 | Racconti d'autore

Le ipotesi del dott. Brando

di Maurizio Corrado, Bohumil Edizioni, Bologna 2006
Terza puntata

A cura di Claudio Bacilieri. Dal cd "RadioBrando", Bohumil Edizioni

7 agosto 2008

Dove la scienza si ferma, arriva il dott. Brando. A cavallo tra Indiana Jones e un teologo, il dott. Brando è un ricercatore puro con un innato desiderio di verità che lo proietta in avventure mozzafiato in giro per il mondo. Come nei migliori thriller, Brando si muove anche quando sta fermo sul suo divano o passeggia in giardino. E’ il cervello a guizzare veloce inseguendo ipotesi che nessun ricercatore oserebbe formulare. Ogni avventura parte da una di queste ipotesi, dalla necessità di verificarla scientificamente. Del dott. Brando si sa poco: adora il Cardenal Mendoza e a volte vi aggiunge zenzero; ama il piacere, che provenga da una squisita crema di scampi o dalle vive forme di una donna; è un viaggiatore instancabile e nella biblioteca della sua casa vicino al fiume conserva sicuramente Calvino, Buzzati e gli autori di Vienna e Buenos Aires.

Architetto e saggista, Maurizio Corrado svolge attività culturale in architettura e design. Dal ’95 si interessa di ecologia applicata al progetto. E’ stato vicedirettore di Casa Vogue Espana, ha lavorato per la tv con Canale 5 e Sky, svolge lezioni in scuole di design e architettura bioecologica, cura la collana Costruire Naturalmente e ha all’attivo diverse pubblicazioni nel settore. Vive a Bologna dal 1966.
Parallelamente all’attività professionale, si dedica alla scrittura letteraria e si occupa di teatro, sia come attore interpretando Pinter, Williams, Schmitt, Goldoni, sia come autore. E’ fresca di stampa per Bohumil Edizioni la sua prima raccolta di testi per il teatro, intitolata “Teatro Ecologico”, che segue la pubblicazione de “Le ipotesi del dott. Brando”, per lo stesso editore.

Terza puntata

Brando dei boschi

Troviamo Brando a Shangai alla ricerca di un uomo che riesce ad essere un bosco. In sottofondo, le foreste dove si è sviluppata la vita, regno delle donne, della Dea, innominata protagonista assoluta di questa avventura.

Narratore, Rossana Di Stefano
Bambino, Antàr Corrado
Il cameriere, Domenico Lannutti
Ing. Monti, Salvatore Jemma
Mùria, Marina Brancaccio/Rossana Di Stefano/Sofia Iaccarino/Maria Gervasio
Il vecchio, Nino Carnoli
Brando, Maurizio Corrado

dall’audiolibro “RadioBrando”, Bohumil Edizioni.

Brando in un bosco trova un bambino che gli racconta di come quello sia il bosco di suo nonno, anzi che suo nonno è proprio il bosco, cioè il bosco e il nonno sono una cosa sola, quando c’è vento, il nonno, che abita molto lontano, lo sente, sente ogni piccola foglia di ogni albero, è ogni albero, anche se preferisce un gruppo di pini che si era piazzato chissà come al riparo di una grande parete di roccia, lui, il bimbo, lo sapeva come avevano fatto, erano stati gli zingari, suo padre gli aveva raccontato che una volta degli zingari si erano accampati ai piedi della roccia e dopo qualche tempo un gruppo di pini era nato sul posto dove stavano, comunque suo nonno ora abita a Shanghai ed è molto vecchio.
Brando è a Shanghai. Preferisce i vicoli dove vendono gli spiedini fritti, scorpioni, cavallette, la scelta è varia, E’ in Cina da una settimana, seguendo una pista è arrivato a Pino, il cameriere della pizzeria dove sta entrando, sembra sappia qualcosa. Dice che proprio sopra casa sua abita un italiano molto vecchio che ascolta sempre musica classica e suona, suona il pianoforte. Non si muove da casa, e suona, suona assai. E i boschi? E’ fissato con gli alberi, prima veniva in pizzeria, vede qui, c’era un albero, veniva tutti i giorni, poi il padrone ha fatto tagliare l’albero e lui non è venuto più, uno strano ma simpatico, una sera mi ha raccontato che lui in realtà è un bosco, vuoi vedere? adesso cambio sintonia, m’ha detto e si è messo davanti alla pizza Margherita con gli occhi chiusi, sorridendo.

– Si interessa di selvicoltura? – Prima di partire il dottore si era procurato alcuni testi di quella materia.

– No, perché?

– Lo sa che i boschi sono considerati individualità, esseri a sé stanti, formati da una serie di altre individualità?

Il signore che aveva parlato stava in piedi, vicino alla cassa. Ad ogni frase portava alla bocca un pizzico di semi indiani, stavano in una ciottolina, sul banco di legno. Il padrone della pizzeria era pakistano.

– Il mio primo bosco di querce l’ho piantato quarant’anni fa. Adesso è bellissimo. Lo sa cos’è la cosa che vorrei di più al mondo?

– No, mi dica.

– Essere lì, essere lì fra cent’anni quando le mie querce saranno al massimo della potenza, lei l’ha mai visto un bosco di querce di duecento anni? E’ magnifico, incomparabile.

Aveva un vago accento toscano. Ecco a chi assomigliava, Ives Montand. Faccia da toscano, scavata, una vera corteccia, probabilmente di quercia.

Brando è in strada col tipo, vuole saperne di più. Passano lungo il brulichio di bancarelle fumanti.

– Lo conosce l’amico del cameriere, quello fissato coi boschi?

– E’ un mio amico, non si lasci fregare dal cameriere, che è un furbastro, ma perché si interessa a lui? E’ un musicofilo?

– Sì, qualcosa del genere. Devo compilare un dizionario musicale, ho bisogno di informazioni. Lei come lo conosce?

– E’ venuto ad una mia conferenza, anni fa, siamo diventati amici, è molto curioso, ha iniziato a leggere ed è diventato quasi più bravo di me in poco tempo. Dopo la musica, sono i boschi la sua passione. Abita qui. Ma prima venga, voglio farle conoscere qualcuno.

Montand si infila fra un carretto di frutta e una bancarella di spiedini di pesce fumanti. Il cinese degli spiedini lo saluta, lui accenna a qualcuno dentro, pare ci sia. Entrano. E’ un ambiente marocchino, tappeti rosso scuro sul pavimento ed alle pareti, luci di candele in basso, musica araba, una piccola fuga di stanze piccole, l’unico in piedi è un cameriere, tutti gli altri siedono su cuscini o direttamente sui tappeti.

– Venga, signor … signor?

– Brando, dottor Brando.

– Monti, ingegner Monti, Mettiamoci qui.

Si accomodano in un angolo, Brando toglie le scarpe e incrocia le gambe a fior di loto come se lo facesse tutti i giorni. Monti è un po’ più impacciato, si sistema su di un cuscino e cerca di non sporcarsi i pantaloni con le scarpe, accoccolandosi. Arriva il cameriere in piedi. Monti gli dice qualcosa.

– Va bene il te, vero?

– Veramente prenderei un Ricard.

– Mùria, la padrona del locale, ha una storia che le potrebbe interessare.

Brando sente da lontano un suono di campanellini, quasi un frusciare di ruscello, si avvicina, sono alle caviglie di Mùria, indiana, capelli neri lunghissimi, una larga stoffa bruna intorno al corpo maturo, il viso pieno, un sorriso caldo. Porta un vassoio con due bicchieri di vetro con tè verde fumante, un bicchiere lungo con Ricard, una piccola brocca d’acqua e del ghiaccio.
Mùria racconta seduta accanto a Brando, ogni tanto appoggia la testa all’indietro, chiude gli occhi. – All’inizio di tutto stavamo nei boschi, nelle foreste. Ci spostavamo sui rami e regnavano le donne. La foresta è regno femminile, agli uomini piacciono le praterie, dove tutto si vede chiaro, alzando la testa. Ma la vita viene dalla foresta, dagli alberi. Le praterie sono venute dopo, sono nuove per noi, centinaia di migliaia di anni di foresta, questo ricordo. La vita con gli alberi era dilatata, tutto cresceva al loro ritmo, io facevo parte di un gruppo che viveva in un bosco di querce. Da sempre, ogni duecento anni il gruppo piantava un nuovo bosco, così la foresta si era ingrandita, raddoppiata ogni duecento anni, era immensa. Ricordi, Brando, le foreste? Il sole che mi disegnava le foglie sulla pelle? Il caldo, ricordi il caldo, Brando? Gli odori dopo i temporali? Quando aspettavamo che finisse la pioggia sotto la roccia?
Brando non ricorda, non ricorda niente, appoggiato al tappeto rosso della parete col bicchiere in mano, guarda Mùria.

– E’ pronto. – Dice lei a Montand. – Portalo via.

Brando si risveglia intontito su di un terrazzo. Un attico, intorno case basse. Lontano, i grattacieli. C’è una siepe di rosmarino, non è proprio un terrazzo, è un vero giardino. Se allunga una mano, può prendere un melograno maturo. Come erba, trifogli. Brando alza i piedi, istintivamente, si siede all’orientale sul lettino da spiaggia in cui si è ripreso, guarda in avanti.
L’uomo che gli sta di fronte sorride, ha un viso come di foresta antica, sapiente.

– La saggezza è nel legno. Il legno e la materia prima si equivalgono, è la sostanza universale, gli spagnoli lo chiamano madera, qui in Cina lo sposano all’Est ed alla primavera. Nella nostra Europa del nord le tradizioni dicono che legno e albero partecipano alla scienza, al sapere. In tutte le lingue celtiche scienza e legno si indicano con lo stesso termine. Nella foresta si può cercare una conoscenza che va oltre la nostra.
Il vecchio parla seduto su di una poltrona di vimini. Brando lo guarda ma vede Mùria, la sua pelle scura.

– Avevo rubato le forbici dal cassetto della mamma e me le ero messe in tasca. Vicino casa c’era un boschetto, tre alberelli, due poco più alti di me, il terzo più grande, con una chioma che d’estate faceva comodo. Mi sedetti e piano piano mi tagliai le unghie. Presi quella abitudine, ogni volta che arrivava il momento, andavo nel boschetto a tagliarle e se non potevo, le conservavo e gliele portavo. Dovevano stare lì, nella terra sotto gli alberi. Divenne uno dei miei momenti segreti, non lo abbandonai mai, anche durante il liceo, negli anni dell’università, fino a quando per lavoro, mi trasferirii in un’altra città. Finirono i momenti nel boschetto e anche quell’abitudine, che un tempo volevo vedere come una cosa infantile, un ricordo di quando ero giovane, piccolo, bimbo.

Brando ora ricorda. Il Ricard, Mùria e il suo racconto, Montand che lo porta via, la faccia del vecchio che gli dava da bere qualcosa che sapeva d’erba, poi niente fino al giardino sul tetto e il nonno del bimbo che racconta.

– Dopo qualche anno cominciai nettamente ad avvertire una sensazione particolare, qualcosa di sensibile, mio, ma molto lontano, che a volte mi faceva male, altre mi si faceva presente come un senso di freschezza o solo di pace, di calma lontana. Come aver dimenticato un pezzo di corpo in un posto e continuare a sentire sensazioni e sentimenti. C’erano mattine che era come se un vento mi scorresse attraverso, facendomi vibrare ogni cellula, lasciandomi fresco e felice.
Un giorno un amico d’infanzia di passaggio mi disse che qualche giorno prima un fulmine era caduto vicino alla sua vecchia casa, colpendo un albero. Quando l’amico uscì, sprofondai in una poltrona ad indagare quel dolore lancinante che improvvisamente qualche giorno prima mi aveva preso, senza poter essere localizzato. Il bosco. Non ci pensavo da anni. Il bosco.
Col tempo imparai a riconoscere gli alberi, a sentirne i rami, le singole foglie. Con gli anni riuscii ad avvertire ogni piccolo cambiamento, le piccole zampe di una coccinella su di una foglia, l’arrivo del sole in una zona più nascosta, il picchiettare del becco di un merlo sul tronco. Al lavoro, mi bastava distogliere gli occhi per essere il bosco intero, questione di allenamento, una specie di cambio di sintonia.
Ho confidato il mio segreto solo a pochi bambini, figli, nipoti.

– Io l’ho saputo da uno di quelli.

– Ora, c’è una cosa da fare. Bisogna fermare Monti e Mùria. Hanno sintetizzato una pastiglia partendo da una molecola del mio sangue. E’ una droga molto efficace, fa essere per un’ora il mio bosco. Fa provare quello che sento. E’ bellissimo. Ma molto pericoloso. Sta cominciando a circolare fra i giovani. Nessuno fa più niente, stanno tutti nel bosco. I cinesi la vogliono. Sono certo che tra poco Monti e Mùria saranno uccisi, la posta è molto alta e tutto passerà nelle mani della mafia cinese.
Brando ripone la scatola in un piccolo mobile in legno e vetro appeso alla parete della sua casa vicino al fiume. La sistema di fianco al foglio giallo. E’ traslucida, sembra fatta in carta di riso. Era stato difficile solo lasciare Mùria, anche dopo che il vecchio gli aveva detto che un tempo era stata la sua donna. A lui aveva dato la formula, il laboratorio incendiato, le pastiglie scomparse, quasi tutte.

– Solo Mùria ha scoperto il mio segreto. – Questo glielo disse dopo, a cose fatte, Mùria e Montand scomparsi, mangiando ad uno ad uno i piccoli chicchi rossi del melograno. – Avevo appena imparato ad assaporare ogni sensazione che mi veniva dagli alberi del mio bosco, mi piaceva stare in un pino, il mio tronco si alzava curvo, teso, con le foglie più alte sentivo bruciare il sole, meraviglioso, sotto regnava il silenzio dell’ombra fresca. In un lungo pomeriggio di sole, quando solo le cicale muovevano l’aria, ho sentito qualcosa che mi accarezzava, una mano, la pelle delle gambe, un viso, capelli, labbra di donna. – Lo so che ci sei. – Diceva, e continuava. Aveva cominciato ad appoggiarsi alla corteccia, la sentivo completa, nuda, aderire al tronco. Ero stordito. Avevo pochi anni più del pino, ma lui era un giovane albero e io un uomo già molto maturo. Avevo quasi dimenticato il sottile velluto della pelle di una donna. E continuava ancora e ancora, il suono della sua voce andava oltre la corteccia, faceva vibrare gli anelli del tronco ognuno con un suono diverso, ogni vibrazione suscitava un crepitio di risonanze nella memoria: – Lo so che ci sei, dimmi dove ti posso trovare, ti prego, voglio conoscerti, voglio amarti. – Sentivo la sua pelle aprisi, la sua acqua bagnarmi la corteccia. Non so dire come successe, non l’avevo mai fatto prima e non riuscii a farlo mai più, concentrai il movimento di tutte le foglie in modo da produrre un suono, un lungo fruscio che potesse essere riconoscibile come una parola, un nome: – Shanghai.-

– Era una ragazza intelligente, Mùria, non le ci volle molto a trovarmi. Così qualche giorno dopo, mentre il sole calando dava a tutto una luce dorata, mi comparve davanti, proprio qui, nel giardino. Si era appoggiata al melograno. Non disse niente e neanche io. Da quel momento vivemmo insieme ogni secondo. Non ricordo per quanto, ma era un tempo infinito, per me. –

Il vecchio appoggia il frutto aperto sul tavolo. Sorride a Brando.

– Poi scomparve, come era arrivata, sparì, improvvisamente mi trovai di nuovo solo. Non mi bastava neanche più il bosco. I miei passi suonavano ad uno ad uno nelle strade. Qui, nel giardino, mi scoprivo a guardare verso il melograno. Aveva occupato tutta la mia mente, le parlavo in continuazione, non potevo smettere di preparare anche per lei, di coglierle i frutti migliori, quando un passo di donna si avvicinava sempre avrei voluto si fermasse davanti al mio portone. Era come vivere a due livelli, in uno facevo tutto quello che il mondo richiedeva, lavoro, vita di società, la spesa, con l’altro ero in costante dialogo con lei, dovunque fosse, qualsiasi cosa io stessi facendo la condividevo con quella Mùria assente che mi aveva lasciato vuoto di piacere.
Questo è successo più di venti anni fa. Ora è stato lei a conoscerla. Non mi dica niente, sappia che la invidio. Non importa averla perduta, importa averla vissuta, assaporata, è strano come una donna così turbolenta possa dare quel senso di pace, vero? Come si sente, in sua assenza? La conosco quella sensazione, rabbia e desiderio fanno una miscela esplosiva che lacera il cervello. Prenda il melograno. Ne assapori i chicchi.
Brando chiude l’anta. Ha una piccola cosa in mano. Sembra un chicco bianco. – Ti aspetto nel bosco. – Gli aveva detto Mùria. Si siede, guarda il bicchiere di brandy e zenzero.


 

 

Brano corrente

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