19 febbraio 2009
E’ uno sguardo svagato e, insieme, preciso e amorevole quello che Ugo Cornia, 43enne modenese, rivolge agli eventi della sua allargata famiglia e dei buffi personaggi che le gravitano intorno. Padre, madre, zii e zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli compongono una piccola epica familiare fatta di racconti orali, quasi sempre gli stessi, che passavano di bocca in bocca e – si potrebbe dire – di orecchio in orecchio, nelle riunioni di famiglia, quelle che in genere si consumavano attorno a una tavola imbandita, due o tre volte l’anno. Fatti minimi, microstorie che circolavano in famiglia, raccontati dai parenti di Cornia già ultrasettantenni e che spesso non vivevano più a Modena. “Le storie di mia zia (e di altri parenti)” pubblicate da Feltrinelli nell’ottobre 2008, hanno – come si diceva – una struttura orale, veloce, e si chiudono spesso su un fatto particolare o su una battuta. E’ come se la sgangherata famiglia Malaussène di Pennac avesse fatto un bagno purificatore nella provincia padana e le disperanti approssimazioni della vita s’incarnassero stavolta nella leggerezza del ricordo, anche quando oggetto della narrazione – dice Cornia – sono “leggende urbane raccontate 70-80 anni fa, sempre in modo diverso e con ambientazione cambiata”. Ma in fondo la musica è sempre la stessa: sorridere dei piccoli grandi eventi dell’esistenza.
Ugo Cornia ha pubblicato vari racconti e, con Sellerio, i romanzi “Sulla felicità a oltranza” (1999), “Quasi amore” (2001), “Roma” (2004) e “Le pratiche del disgusto” (2007). Con Quodlibet è uscito nel 2008 “Sulle tristezze e i ragionamenti”.
1° racconto
Nel ’45, negli ultimi giorni della guerra, mio nonno con degli altri fascisti decidono di fuggire da Modena e mia zia Maria fuggiva con loro. A un certo punto, vicino a Cremona, attraversano il Po con delle barche e quando arrivano al di là del Po ognuno va per conto suo perché era più facile salvarsi stando sparsi.
La zia Maria si ritrova con due signori marito e moglie che le dicono “Signora, stia tranquilla. Venga con noi che siamo parenti del beato Cafasso e vedrà che se ci rivolgiamo a qualche convento di suore senz’altro ci accolgono a braccia aperte”. Allora tutti e tre vanno in un convento, suonano, e i due signori dicono “Siamo parenti del beato Cafasso e cerchiamo un ricovero per la notte”. Ma nel convento non li hanno presi. Ma loro continuano a dire a mia zia di non preoccuparsi e vanno verso un altro convento. Suonano, dicono “Siamo i parenti del beato Cafasso” ma anche lì non li prendono. Vanno in altri tre conventi e continuano a dire sempre che sono i parenti del beato Cafasso ma a nessuno di quei frati e quelle suore gliene importava niente dei parenti del beato Cafasso e non gli aprivano neanche. E così si sono trovati che era arrivata la sera e erano ancora per strada. Mia zia cominciava a preoccuparsi molto. Per fortuna, mentre son lì per la strada che si interrogano su cosa fare, a un certo punto si apre una finestra e una donna gli dice “Se vi accontentate vi prendiamo in casa da noi”. Allora marito e moglie sono stati sistemati in una stanza e la zia Maria ha dovuto dormire nella stanza da letto dei padroni di casa, nel lettino del bambino piccolo e insieme col bambino piccolo.
Poi il giorno dopo i parenti del beato Cafasso sono andati per la loro strada e mia zia Maria ha avuto la fortuna di trovare una maestra che l’ha ospitata in casa sua per dieci giorni. Così per trent’anni tutti i Natali mia zia a questa maestra le telefonava gli auguri perché nessuno in quei giorni si prendeva in casa della gente. Mentre i parenti del beato Cafasso non li ha più visti.
2° racconto
Quando mia zia Maria è morta, nonostante fossimo tutti tristissimi, volevamo tenerla il più possibile in casa anche perché dovevano arrivare vari parenti da Milano, da Torino e da Brescia, tutti come noi nipoti della zia, e inoltre, mia zia era morta alle due mentre io ero in viaggio e ero arrivato alle sei e lì, mentre uscivo dall’ascensore mia madre mi ha preso al volo sul pianerottolo e io ho capito subito che la zia era morta già prima che mia madre me lo dicesse e comunque io poi ero voluto andare di là nella sua stanza a vederla e mi veniva da piangere e ero stato un po’ da solo a vederla, poi ero tornato in sala dove c’era mia madre con la zia Bruna e mia sorella e a un certo punto, saran state le diciotto e trenta, ha suonato il campanello e c’erano già direi il medico del comune che doveva certificare la morte di vecchiaia della zia, poi degli altri dipendenti del comune che ci hanno chiesto quando volevamo seppellirla e per quanto tempo dovevamo tenerla in casa, allora la mamma e la zia hanno detto che volevano tenerla il massimo possibile, e essendo inverno per gli impiegati del comune il massimo possibile era tre giorni, allora questi impiegati comunali hanno detto che ce la lasciavano tre giorni però bisognava metterla in un apposito strumento perché non andasse a male e che però eravamo molto fortunati perché avevano questo lavoro apposito, di cui il comune si era appena fornito, che era eccezionale. E poi hanno portato in casa un lavoro immenso che sembrava d’acciaio, che han fatto fatica a farlo passare dalla porta di casa e c’è stato bisogno di aprire anche l’altra anta e sono spariti in camera di mia zia per prepararla e poi ci hanno chiamato perché era tutto pronto e a tutti ci sono cadute le braccia perché era vent’anni che non era morto più nessuno in casa nostra, quindi non eravamo più abituati alle nuove usanze del comune coi morti, ma la cosa che era veramente più bella era quel lavoro per conservare la zia che era un frigo in acciaio, tipo quei carrelli frizer d’acciaio che ci sono nei ristoranti per i dolci, esattamente dello stesso colore e della stessa tecnologia, soltanto che era a forma di sarcofago e sopra aveva una parte trasparente in plexiglas da cui si poteva guardare la zia, che era anche asportabile o a sportello se uno voleva aprire e toccare la zia. Soltanto che a toccare un morto la prima cosa che fa impressione è che i morti diventano freddi e quel lavoro, essendo un frigo, li faceva diventare ancora più freddi. Però dopo il primo momento, che tutti erano rimasti allibiti e mio padre aveva detto che scriveva subito una lettera ai giornali per sputtanare questo frigo agli occhi della popolazione, anche se prima eravamo tutti tristissimi, ogni tanto uno si alzava e andava a vedersi la zia in camera sua nel frizer e quando tornava gli veniva da ridere, e anche i parenti di Milano e di Torino, tutti sono arrivati con le lacrime agli occhi, poi quando gli facevamo vedere la zia nel frizer, prima per due minuti tutti piangevano un po’ però poi gli veniva anche a loro da ridere. E effettivamente tutto quel dolore che uno poteva godersi a guardare e toccare la zia senza il frizer, quel frizer l’ha rovinato perché a tutti dopo tre minuti gli veniva da ridere e quelli di Torino dicevano che a Torino non era ancora arrivato, e quelli di Milano dicevano che non era arrivato neanche a Milano e che grazie alle giunte rosse eravamo sempre avanti. Poi, il giorno della sepoltura la zia è stata travasata dal frizer in una bara normale, il sarcofago frizer è stato portato via, e la zia è stata sepolta a Pievepelago.