5 febbraio 2009
E’ uno sguardo svagato e, insieme, preciso e amorevole quello che Ugo Cornia, 43enne modenese, rivolge agli eventi della sua allargata famiglia e dei buffi personaggi che le gravitano intorno. Padre, madre, zii e zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli compongono una piccola epica familiare fatta di racconti orali, quasi sempre gli stessi, che passavano di bocca in bocca e – si potrebbe dire – di orecchio in orecchio, nelle riunioni di famiglia, quelle che in genere si consumavano attorno a una tavola imbandita, due o tre volte l’anno. Fatti minimi, microstorie che circolavano in famiglia, raccontati dai parenti di Cornia già ultrasettantenni e che spesso non vivevano più a Modena. “Le storie di mia zia (e di altri parenti)” pubblicate da Feltrinelli nell’ottobre 2008, hanno – come si diceva – una struttura orale, veloce, e si chiudono spesso su un fatto particolare o su una battuta. E’ come se la sgangherata famiglia Malaussène di Pennac avesse fatto un bagno purificatore nella provincia padana e le disperanti approssimazioni della vita s’incarnassero stavolta nella leggerezza del ricordo, anche quando oggetto della narrazione – dice Cornia – sono “leggende urbane raccontate 70-80 anni fa, sempre in modo diverso e con ambientazione cambiata”. Ma in fondo la musica è sempre la stessa: sorridere dei piccoli grandi eventi dell’esistenza.
Ugo Cornia ha pubblicato vari racconti e, con Sellerio, i romanzi “Sulla felicità a oltranza” (1999), “Quasi amore” (2001), “Roma” (2004) e “Le pratiche del disgusto” (2007). Con Quodlibet è uscito nel 2008 “Sulle tristezze e i ragionamenti”.
Primo racconto
Mio padre ogni tanto, per spiegarmi che cos’era stata la fame durante la guerra, mi raccontava questo episodio che secondo lui era esemplare: che verso la fine della guerra, quando abitava a Vignola con sua nonna e suo fratello, la fame era diventata tale che tutta la gente cuoceva perfino l’erba dei prati, uscivano a prendere tutta l’erba che trovavano e la mettevano a bollire in una pentola e quando era cotta la mangiavano, però era diventato difficile trovare anche l’erba perché anche i prati vicino a Vignola erano pelati e bisognava andare sempre più in là a prenderla. E poi diceva che il brodo e il lesso e tutte quelle cose lì, cioè la carne, si diceva che erano di topo, e di topi in giro non ne se vedeva più (infatti ho poi letto su un libro che durante l’assedio di Tolentino un topo fu venduto per duecento fiorini). Però sua nonna, tramite uno strano giro di conoscenti che lui non si ricordava più, era riuscita a avere due bottiglie di conserva di pomodoro e le aveva chiuse in cantina.
Allora un giorno la nonna gli ha dato le chiavi della cantina, ha mandato lui e suo fratello a prendere una di queste bottiglie di conserva per fare del sugo, e loro son scesi per le scale che erano normali e però quando sono arrivati in cantina e hanno preso in mano la bottiglia di conserva, a vederla, di colpo gli è venuta una fame tale che mio padre ha detto a suo fratello di bere la bottiglia di conserva subito lì in cantina, facendo metà per uno, ma il fratello gli ha detto di no che dopo la nonna si arrabbiava. Allora hanno iniziato a salire le scale, e a tenere in mano ‘sta bottiglia di conserva gli veniva questa fame che quando son stati davanti alla porta di casa non ce l’hanno più fatta e l’hanno bevuta tutta a collo. Così gli è toccato di tornare un’altra volta in cantina, e mentre salivano le scale si dicevano che questa seconda bottiglia dovevano resistere e non berla. Però, quando sono stati di nuovo davanti alla porta di casa si sono bevuti anche quella.
Poi l’hanno detto alla nonna che invece di arrabbiarsi ha detto “Speriamo che adesso non vi venga mal di pancia”.
Secondo racconto
Mia zia Bruna c’è stato un periodo che veniva sempre a trovare mia madre (a quell’epoca abitavamo ancora in due appartamenti uno di fianco all’altro) e le diceva che prima o poi si ammazzava perché non ce la faceva più a vivere e un bel giorno tutti sarebbero tornati a casa e l’avrebbero trovata spiattellata in cortile che si era buttata giù dalla finestra. Allora mia madre a sentire questi discorsi si preoccupava e andava a casa delle zie (nell’appartamento di fianco) e ne parlava di nascosto con l’altra zia, la zia Maria, e si dicevano che la Bruna era molto esaurita, mentre mio padre diceva che se uno dice sempre che si ammazza gli altri possono stare sicuri che è proprio quello che non si ammazza.
Comunque una notte, saranno state le due, in casa nostra c’è stato un po’ di trambusto, anche se era stato un trambusto silenzioso, perché era venuta la zia Maria a dire che era da due ore che sentiva la zia Bruna chiusa nella sua stanza che faceva degli strani mugolii, e secondo lei era da due ore che stava piangendo ininterrottamente. E allora, visto che in casa nostra ormai ci eravamo tutti svegliati, mentre mio padre era rimasto a letto a tirare delle bestemmie che non si poteva mai dormire, mia mamma e la zia Maria stavano davanti, e io e mia sorella dietro, tutti silenziosissimi, e eravamo andati a casa delle zie, a ascoltare la zia Bruna piangere da dietro la porta chiusa della sua camera da letto, e dopo un minuto che si sentivano questi strani versi mia madre ha detto che entrava a sentire come stava.
Allora è entrata e le ha detto “Bruna, come stai, perché piangi così” e la zia Bruna le ha detto che non stava piangendo ma era da due ore che leggeva Il buon soldato Sc’vèik e le scappava tanto da ridere che non riusciva più a respirare. Così siamo tutti tornati a letto.