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2 Febbraio 2013 | Paesaggio dell'anima

Le torri della poesia

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

2 febbraio 2013

Le musiche di questa puntata: London Music Works, Ludovico Einaudi, Riccardo Tesi, Francesco Guccini, Leonard Cohen. 

Musica. London Music Works: Requiem for a tower.

 Cari ascoltatori, se siete emiliano-romagnoli ma non bolognesi, perdonate il nostro “bologna-centrismo”, perché anche questa settimana restiamo nel capoluogo regionale. Vogliamo sfogliare l’intero libro di Eugenio Riccomini “L’arte a Bologna. Dalle origini ai giorni nostri”, e usarlo come guida alla città, andando a ritroso nei secoli per ritrovare le nostre radici e il godimento che sempre ci danno le opere d’arte. Proprio in questi giorni è aperta Arte Fiera, la più grande fiera internazionale d’arte contemporanea in Italia. Come ogni anno, Bologna si riempie di eventi artistici di tutti i tipi, come le numerose installazioni, un party artistico dietro l’altro e la notte bianca dell’arte, con tutte le gallerie e i musei aperti. Noi, però, dobbiamo riprendere il discorso lasciato a metà la puntata scorsa, e tornare indietro nel tempo: molto indietro, a quando – tra XI e XII secolo – Bologna era la New York medievale, piena di torri, che erano appunto i grattacieli dell’epoca.  

Musica. Ludovico Einaudi: The tower.

 Nel palazzo comunale è conservato un dipinto di Francesco Francia, la Madonna del Terremoto, del 1505, dove si vede benissimo la selva di torri che caratterizzava la città. Che bella doveva essere Bologna, racchiusa nelle mura intatte, e con l’occhio che si perdeva a seguire nel cielo le linee verticali di mattoni, e le campane che suonavano su in cima! Sappiamo che la torre degli Asinelli è probabilmente la più antica, oltre ad essere la più alta. Agli inizi del Novecento l’ansia demolitoria della modernità portò all’abbattimento di due torri nei pressi dell’Asinelli, che così oggi ha come unica compagna la storta Garisenda. Un’idea di come fosse allora la città la ricaviamo dai pochi portici sorretti da travi di legno che sono rimasti, ad esempio in Strada Maggiore e in Piazza della Mercanzia, vicino alle due torri. Nei documenti d’archivio del 1288 si legge che era obbligatorio in età comunale costruire le case con i portici, i quali sarebbero poi diventati la cifra stilistica di Bologna, e oggi sono candidati, con i loro quasi quaranta km di lunghezza, a diventare “patrimonio dell’umanità” dell’Unesco.  

Musica. Riccardo Tesi: La valse à pierre.

 Tutti sanno che i bolognesi, anche i non credenti, hanno una particolare venerazione per la Madonna di San Luca, l’immagine sacra che la tradizione pone a custode dei loro desideri. Per pregare la Madonna, occorre salire da porta Saragozza sino al santuario in collina, dov’è custodita un’icona greca, pesantemente ridipinta nel Duecento, che raffigura appunto la Madonna con il Bambino, e porta influenze orientali, greche, balcaniche, bizantine, tant’è vero che la leggenda vuole che questa tavoletta sia arrivata a Bologna da Bisanzio. Noi, per andarla a trovare, dobbiamo percorrere in salita poco meno di quattro km di portici cadenzati da 666 archi; lei, invece, sarà arrivata via mare, attraversando il Mediterraneo. Per questo, affidiamo il commento musicale a Francesco Guccini, cantore di Bologna e d’Appennino, che fa risplendere in questo brano gli ori di Bisanzio e gli antichi oroscopi, addormentandosi nella torre, nel sonno profondo del tempo. 

Musica. Francesco Guccini: Bisanzio. 

Un’altra opera da vedere per chi è sensibile al passaggio del tempo, è la grande croce, alta più di tre metri, che Giunta Pisano realizzò verso la metà del Duecento per i frati predicatori di San Domenico, e che ancora oggi si trova nella loro chiesa. Anche qui il linguaggio è greco-bizantino: è una religiosità che viene da Oriente, perché da lì arrivano tutti i dolori, le lamentazioni, le fedi. Le braccia troppo magre e lunghe del Cristo crocefisso, i suoi capelli lunghi simili a serpenti che si muovono, il suo corpo livido, l’addome in evidenza, il perizoma lumeggiato d’oro – quanta devozione c’era nei nostri antenati, e come ci sembra lontana quella città che è la stessa che ogni giorno vediamo, e che conserva quelle immagini di secoli remoti, appena comprensibili nel nostro tempo tecnologico. Niente sulfamidici, niente antibiotici per curare la febbre: c’era in una chiesetta, presso porta San Mamolo, un’altra Madonna da supplicare. La chiamavano la Madonna delle Febbri, dipinta da un anonimo che conosceva bene lo stile fiorentino di Giotto, arrivato dall’altra parte dell’Appennino. Siamo alla fine del Duecento nella città delle torri. Ogni torre una poesia, come canta Leonard Cohen: “Ora ti dico addio, non so quando tornerò / Mi muoverò domani verso quella torre giù lungo la strada / Ma lo saprai da me, donna, dopo molto che sarò andato / Ti parlerò dolcemente da una finestra / Nella torre della poesia”. 

Musica. Leonard Cohen: Tower of song (live).

Brano corrente

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