29 maggio 2008
In questo divertente libro, il bolognese Gianluca Morozzi affronta quello che si potrebbe definire uno dei “miracoli emiliani”, ossia: com’è possibile che si arrivi a suonare per folle oceaniche partendo da posti come Zocca o Correggio – luoghi natali rispettivamente di Vasco Rossi e Luciano Ligabue? Il quesito, insomma, è: com’è che l’Emilia è la regione più musicale d’Italia, dove sono fioriti autori come Lucio Dalla, Francesco Guccini, Nomadi, Zucchero, Modena City Ramblers, CCCP, Skiantos, Luca Carboni, Samuele Bersani, Nek, oltre ai già citati Vasco e “Liga”? Ognuno ha una sua teoria (ricordiamo che questa è anche la terra di Giuseppe Verdi e Luciano Pavarotti). Guccini sostiene che il merito è della cultura contadina, che per sua natura era una civiltà canterina. Secondo Dalla, è il nastro d’asfalto della via Emilia a legare insieme tutte le città da Rimini a Piacenza e a creare un’unica e musicale metropoli.
Sentiamo – in questa prima puntata – che cosa ne pensa l’autore, e subito dopo leggiamo le pagine che Morozzi dedica ai Modena City Ramblers, gruppo che mette in comunicazione la città della Ghirlandina con la verde Irlanda.
Prima puntata.
L’Emilia o la dura legge della musica.
Secondo me è andata così.
Una cometa ha sfiorato il nostro pianeta, la sua coda si è sbriciolata al contatto con l’atmosfera, frammenti di pulviscolo alieno sono precipitati giù verso la crosta terrestre, atterrando nella striscia di terra intorno a una strada leggendaria nota come via Emilia, e a un maestoso fiume conosciuto come Po. Al contatto con la grassa terra e i polifosfati organici utilizzati per concimare i campi – volgarmente noti come letame – i frammenti di pulviscolo alieno sono diventati spore. Le spore si sono incistate sotto i campi ai due lati della via Emilia e del Po, e dal sottosuolo hanno iniziato a bombardare gli abitanti di radiazioni dagli effetti imprevedibili.
Alcuni dei cervelli vittime del bombardamento, incrostati da secoli di tortelloni, lambrusco e gnocco fritto, da generazioni di crescentine, culatelli ed erbazzoni, da eoni di tortellini in brodo e alla panna e al ragù, da ere geologiche di derivati del maiale, alcuni di questi cervelli protetti da un fitto foderame di insaccati, dicevo, hanno spontaneamente neutralizzato la radiazione. Altri cervelli, ancora giovani e indifesi, hanno ceduto all’attacco delle spore. E da un giorno all’altro, dal fondo della testa, hanno sentito emergere degli strani suoni. Suoni di distorsori da cinquantamila lire. O giri di basso punk sparati da sfrigolanti amplificatori Davoli contro altissimi soffitti di essiccatoi di prosciutto, in casolari persi tra le rane, il concime e le cicale. Suoni così, di quelli che ti segnano.
Poco più in là, in direzione mare, il pulviscolo misto allo iodio avrebbe donato ai cervelli romagnoli una geniale pazzia di altro genere. Ne ha già parlato Fellini, tra gli altri, delle teste matte romagnole. Non ci torneremo sopra adesso. Abbiamo altre cose da trattare.
Insomma, abbiamo questo fazzoletto di terra chiamato Emilia, come la strada mitica che l’attraversa, e tanti cervelli giovani pieni di suoni alieni rimbombanti tra i neuroni. Manca solo una grande luce che filtra da uno squarcio nel cielo, e una voce chiara e imperiosa che ordina: Forma una band!
Così chiara e imperiosa da poter essere scambiata facilmente per la voce di Dio.
Voi cosa rispondereste, pur vivendo in una terra di mangiapreti, alla voce di Dio che vi ordina di formare una band?
In dla basa svein a Curès.
E’ il contesto che conta, in certe situazioni. Provate ad ascoltare un gruppo southern rock di quelli bolsi, grezzi e alla frutta al Naima di Forli, al Fuori Orario di Taneto di Gattatico, o in un bar nel cuore del Texas, davanti a una bisteccona alta tre dita annaffiata da una Lone Star. Fa un altro effetto. Non c’è il minimo dubbio.
Provate ad ascoltare i Pogues a Modena. Di certo muoverete il piedino, e – se non siete insensibili la voce devastata di Shane McGowan vi farà sciogliere il cuore con le sue struggenti, fumose ballate alcoliche.
Ma immaginatevi in un pub di Dublino chiamato Brazen Head, così vecchio che le sua mura sono annerite da secoli di fumo e vapori di birra, sorseggiando una Guinness spillata come sanno giustamente spillarla solamente gli irlandesi. Dietro i tavolini carichi di pinte stracolme, una band locale suona Rainy night in Soho o The sunnyside of the street tra l’entusiasmo degli astanti e il tintinnare di boccali.
Magari, quando tornate in patria, cercate un suonatore di tin whistle e di bodhràn e fondate una band.
Per seguire i gruppi preferiti e la squadra di calcio si macinano chilometri, si sa, ma anche per amore non si scherza. A metà degli anni novanta, per amore, mi ero ritrovato a passare l’estate in terre abruzzesi. Portandomi dietro una chitarra per fare l’intrattenitore alle feste pescaresi, qualche cassetta di roots rock, e una Tdk da 90 con la sigla MCR sulla costa.
«Che vuol dire MCR?» mi chiedevano gli amici abruzzesi.
« Modena City Ramblers » dicevo io.
Gli amici abruzzesi facevano una faccia che voleva dire «Eh?»
E allora dicevo «Praticamente fanno musica irlandese cantando in modenese, hanno inciso due album» e subito, per non spaventare gli amici, aggiungevo «Però cantano anche in italiano».
Per meglio chiarire, mettevo su la cassetta misteriosa. Nel lato A c’era il meglio del primo album, Riportando tutti a casa. Nel lato B, il meglio del successivo La grande famiglia.
I miei amici abruzzesi erano aperti alle novità musicali, e la mia cassettina targata MCR era stata duplicata in un numero di copie difficilmente quantificabile. Quell’estate, sulla statale Adriatica, dagli stereo di molte auto avreste potuto sentire le note irlandesi/modenesi di Canzone dalla fine del mondo. O In un giorno di pioggia. O l’ultranota rivisitazione di Bella ciao. Nelle mie esibizioni chitarristiche, mi veniva costantemente richiesta la versione Modena City Ramblers di The great song of indifference, hit di Bob Geldof rivisitata in modenese. Se qualche abruzzese si è incuriosito nel sentire degli alcolizzati che cantavano intorno a una chitarra delle cose tipo A m’in ceva ste t’amaz / a m’in ceva un caz, ecco, eravamo noi.
Poi, una sera di quell’estate, i Modena City Ramblers erano venuti a suonare in Abruzzo. A Loreto, per la precisione, nel cortile di una scuola. Io e i miei proseliti eravamo andati al concerto, chiaramente, convinti di essere gli unici individui in tutta la regione nota come
Abruzzo a conoscere l’esistenza e la funzione sociale di tali Cisco Bellotti, Massimo Ghiacci o Giovanni Rubbiani.
Invece c’era un sacco di gente, quella sera, nel cortile di Loreto degli Abruzzi. Mi sa che altri giovani emiliani dal sangue caldo avevano stretto affettuose relazioni con le bellezze locali, si erano portati dietro altre cassettine con MCR sulla costa, e il culto si era sparso.
Be’, noi rocker, si sa, siamo romantici. Ci piace il concetto dell’artista di culto, ci piace vantarci di aver scoperto un gruppo prima di tutti gli altri, e proviamo anche un po’ di fastidio, talvolta, quando il nostro gruppo di culto viene saccheggiato dalle masse…
Il primo maggio 2005, mentre il sottoscritto vagava inutilmente tra Cerreto e Codemondo – lo spiegherò tra poco -, i Modena City Ramblers infiammavano come tutti gli anni la folla del concertone di Roma. Su le mani su Bella ciao!, urlava il cantante Cisco.
Pochi giorni prima, in una sera di aprile di pioggia e freddo, i Ramblers avevano riempito all’inverosimile piazza Maggiore. Studenti e studentesse, ignorando il clima grazie alla forza della giovanissima età, indossavano quasi tutti le magliette MCR.
Noi rocker trentacinquenni, oltre a soffrire all’eccesso il freddo e l’umidità, siamo un po’ nostalgici.
E allora mi piace ricordare quella sera a Loreto, tanti anni fa. Prima che i Ramblers deviassero il loro percorso, prima che si imbarcassero sul Macondo Express inseguendo più i Manonegra che i Pogues. A un certo punto Cisco aveva iniziato a cantare Al dievel, una ballata in dialetto modenese dedicata al partigiano Germano Nicolini, il comandante Diavolo.
Be’, ragazzi.
Giuro che almeno la metà dei presenti – abruzzesi dell’entroterra – aveva cantato perfettamente parole aliene quali « In dla basa svein a Curès / andom a pianter di èlber »…
E io, che sono un rocker sentimentale, quasi quasi mi ero commosso.