27 novembre 2008
Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi. Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto” , una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.
Nei racconti de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.
Proseguiamo il nostro percorso tra cibo e delitto con il racconto “L’innesto” di Licia Giaquinto.
L’autrice, nata in Irpinia, laureata in lingue, vive fra Bologna e Amalfi, dopo un periodo trascorso a Parigi.
Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui “Fa così anche il lupo” (Feltrinelli), “È successo così” (Theoria), le raccolte “L’osceno teatrino”, “La foce del sonno”, “L’amantide”, “I Tarocchi”, “Angeli e fiumi”. Per il teatro ha scritto alcuni testi, tra cui “Margherita da Cortona”, “La confessione” e “La notte”, che sono stati rappresentati da diverse compagnie. Nel 2007 ha pubblicato l’apprezzato”Cuori di nebbia” con la Casa Editrice Dario Flaccovio, che vi abbiamo già proposto in radio.
L’innesto
Tra un po’ uscirai, sei contento? Gli chiede il dottor Melandri. Contento? Ivano non sa cosa significa quella parola. Sa solo che uscirà, e non sa dove andare. Dove andrò? Bisogna che ci pensi, si dice. Bisogna che ci pensi, risponde al dottor Melandri. All’improvviso, Ivano sa dove andare.
Vede chiaramente la villa, il giardino, i campi. Sente il rumore del fiume, laggiù oltre il pescheto. Tornerò là dove tutto è cominciato, dice al dottor
Melandri, anche se non può sentirlo, perché ormai è solo una figura sfumata in fondo al viale.
Devo ritornare agli inizi. Dice. Quella mattina, Dora ha visto una finestra aperta nella villa abbandonata in fondo al podere.
Per tutto il giorno se n’è stata a spiare. La sera lo ha detto al marito.
Nella villa una finestra è stata aperta tutto il giorno. Sarà stato il vento, ha minimizzato il marito.
In vent’anni il vento non ha aperto nessuna finestra, sono state sempre tutte chiuse. In vent’anni non è successo, e adesso è successo. Ha tagliato corto il marito. Quella notte Dora non riesce a dormire. Sente che sta succedendo qualcosa di strano, laggiù.
Anche il cancello: le è sembrato chiuso in modo diverso da come lo aveva sempre visto. Peccato che aveva tagliato l’erba per i conigli altrimenti si sarebbe accorta se qualcuno era passato dai campi.
In ogni caso, lei è sicura che quella finestra l’ha aperta qualcuno.
Un ladro? Ma per rubare cosa? Quello che c’era se l’erano già portato via da un bel po’. Forse sono fantasmi, si agita nel letto Dora. Con tutto quello che è successo lì dentro! Si gira e si rigira neanche ci fossero ortiche al posto delle lenzuola. Macché! Meglio alzarsi. Va nella cucina da dove può vedere la villa.
Torna a letto agitata, e sveglia il marito.
Ci sono i fantasmi, sono sicura. C’è un’altra finestra aperta, e una luce.
Possono anche esserci i morti viventi, ma al marito, col sonno che ha e col fatto che domani alle cinque deve essere a Castelbolognese a caricare tonnellate di pesche, interessa una sola cosa: dormire.
E, poi, sua moglie la conosce. Di ogni pelo ne fa una trave. Dove uno non vede niente, lei ha già visto una montagna. Va bene, dice per tranquillizzarla, domani ci faccio un salto e vado a dare una controllata.
Domani! Ma col giorno i fantasmi svaniscono, e poi magari le finestre le richiudono e dopo tu non mi credi che erano aperte, e che c’era anche una luce, piagnucola Dora.
Ma non gliel’hanno staccata da anni e anni la corrente là dentro? Sbiascica il marito con la voce impastata dal sonno.
Dora lo vorrebbe strozzare suo marito, che non capisce niente, neanche che è proprio questo il mistero: gli hanno staccato la luce, ma la casa è illuminata e le finestre sono aperte. A parte il fatto che potrebbero esserci delle candele accese o, peggio, le anime luminose dei morti, rabbrividisce Dora.
Ma è inutile insistere. Cosa l’ho sposato a fare questo qui, se ogni volta che ho bisogno non c’è dubbio che ci sia, pensa stizzita Dora, rannicchiandosi nel letto, e mettendo anche la testa sotto il lenzuolo per cancellare il buio là fuori e quella luce, che le sembra un lumino acceso su una tomba.
La stanza illuminata è quella dove è successo tutto quanto, le viene in mente all’improvviso.
La luce è nella stanza dove è morta la bambina, dice d’un fiato scuotendo il marito. Non mi rompere i coglioni, è la risposta che riceve.
Io questo qui un giorno o l’altro…, biascica tra i denti Dora, facendo gesti nell’aria come per strozzarlo o tagliargli la gola.
E quella rabbia un po’ la distrae dal terrore delle anime dei morti.
Non riesce a capire quando si è addormentata, sta di fatto che non si è neanche accorta che suo marito è uscito. La finestra laggiù è ancora aperta.
Non si fa neanche il caffè, due minuti – il tempo di infilarsi una vestaglietta – e eccola fuori.
Adesso ha meno paura, anzi non ne ha quasi. Potrebbe anche entrarci nella villa, si dice mentre attraversa il campo.
Le anime dei morti – ha sempre saputo – con la luce del giorno perdono le forze. E poi, a pensarci bene, se le anime erano quelle della piccola Ester e di sua madre, la forza non ce l’avevano neanche da vive, figuriamoci da morte.
Quanti anni sono passati, trentacinque, quaranta? È come fosse successo ieri. Ce l’ha sempre in mente quella notte.
Ivano già nato, lì, sul pavimento, col cordone ombelicale ancora attaccato, e la piccola Ester con un braccino fuori, come a chiedere aiuto, e la testina e la spalluccia rimaste incastrate tra le ossa del bacino di sua madre. Povera Irene. Per forza è andata a buttarsi nel fiume.
Mentre si avvicina alla villa, pensa a come ha potuto avere paura di due anime così. Sta ancora male a pensare a tutto quanto.
E Ivano. Non poteva che finire come era finito. A marcire in manicomio. Poveretto. Ivano è seduto su un muretto nel giardino.
Anche se sono anni che non lo vede. Anche se è un mucchio d’ossa rivestito da abiti sformati, Dora lo riconosce subito.
Le viene una gran voglia di piangere, ma si sforza di fare una voce allegra. Ivano, chiama, appoggiando il viso alle inferriate del cancello, Ivano. Quando sei tornato? Lui è intento a scrivere su un quaderno appoggiato sulle ginocchia. Sembra non sentire.
Che non sia diventato sordo lì dentro? si dice Dora, e continua a chiamare.
Ivano alzala testa, la fissa per un po’. Riprende a scrivere. Dora si arrende al pianto. Poveretto, pensa, mentre torna verso casa. Poveretto.
Adesso che ho capito dove andare. sono contento. ho detto al dottor Melandri. prima di lasciare l’ospedale.
Ah. bene! ha detto il dottor Melandri. sono anch’io contento per te. In bocca al lupo allora. Il lupo sono io. ho detto quando ero già fuori.
Non mi ha chiesto: dove vai? Sapeva che non glielo avrei detto.
Lo incontravo tutti i martedì, il dottor Melandri.
Allora, cosa abbiamo di nuovo da raccontare? Mi diceva benevolmente ogni volta, come fossi un amico incontrato al bar. Niente, dicevo. Niente.
Sono proprio soddisfatto, diceva ogni tanto, vedo che hai fatto dei gran passi avanti. Dove li vedeva i passi avanti? Mi chiedevo, se non sapeva niente di me, di quello che passava nella mia testa? Un giorno, all’inizio, mi disse: lo sai perché sei qui? Certo che lo so, mi stizzii. Dicono che ho ucciso un bambino. Ma tu lo hai ucciso o no? Non posso averlo ucciso. Quel bambino sono io.
Il dottor Melandri aveva imparato a non insistere. A prendere le cose alla lontana. Così parlava del tempo, dei fiori, degli innesti. Delle pesche. Faceva spesso riferimento a questo frutto, e la cosa mi irritava. Dalle tue parti, dove sei nato, lì nel faentino si coltivano solo pesche. Mi diceva. Non ci sono più ortaggi o patate o grano, ma solo pesche.Sapevo perché parlava di pesche. Voleva provocare una qualche mia reazione. Io non gli davo corda.
Lo sai cosa sono per me le pesche? Gli ho detto un giorno. No, ha mentito. Sono come la luna per il lupo mannaro, gli ho quasi urlato. Non voglio che me ne parli. Non si era allarmato, non aveva insistito per saperne di più, il dottor Melandri. Va bene, aveva detto allargando le braccia, va bene. Scusami, pensavo fosse un frutto qualsiasi. Era un bugiardo. Sapeva benissimo che non era un frutto qualsiasi per me. A quel bambino, gli dissi un giorno, quello che ho ucciso, gli hanno trovato delle pesche inserite sotto pelle al posto dei seni. Non potevo inserirgliele senza prima soffocarlo. Non volevo farlo soffrire. Per questo l’ho dovuto uccidere.
Ma, mentre parlavo, vedevo, come fosse lì davanti a me. quel bambino biondo, ed ero sicuro: quel bambino ero io. Ma se ero io, non ero morto. Dunque non ero un assassino. Mi hanno condannato ingiustamente, dissi un giorno al dottor Melandri. Le vede queste cicatrici qui sul petto? Ecco, me le sono fatte io quando ero bambino per inserirci due pesche e diventare mia sorella Ester.
È la prova che non ho ucciso nessuno, e che quel bambino ero io. Sì, disse il dottor Melandri, quelle cicatrici te le sei fitte tu. Sono contento che me lo hai detto. Bene, vedo che stai facendo dei passi da gigante.
Dove devo arrivare? Gli ho chiesto un giorno, mentre parlavamo di qualcosa che non ricordo, e che io chiamo niente. Cosa? ha chiesto il dottor Melandri. Dove devo arrivare, per dire di essere arrivato? Non lo so, ha detto il dottor Melandri. E allora questi passi da gigante dove dovrebbero condurmi?
A guarire, ha sussurrato il dottor Melandri. Ma si capiva che non ci credeva.
Dopo alcuni mesi che ero lì. in ospedale. mi hanno detto: qui abbiamo inoltre molte attività. pittura. sartoria, ceramica. Ma, visto che sei un agronomo cosa ne diresti di occuparti dell’orto?
Mi sembra una buona idea, ho risposto. Così passavo molta parte del mio tempo a zappettare, curare le piante, seminare, ecc. Spesso il dottor Melandri mi veniva a trovare lì, nell’orto. Ogni volta mi chiedeva del tempo, se pensavo che sarebbe piovuto o nevicato, se gli facevo vedere i nuovi innesti, qual era il nome scientifico di una pianta, e cose così. Anche a me sarebbe piaciuto fare il giardiniere, mi confessò un giorno. Lo fa già, gli ho detto.
Non sta zappando nella mia mente per togliere le ortiche e i rovi e le pietre? E, soprattutto, per strapparmi dagli occhi quel bambino biondo?
Forse, ha detto.
Non sapevo che cosa avrei trovato, quando sarei arrivato qui. Non me lo sono chiesto, quando mi sono messo in viaggio. Avevo un solo obiettivo: raggiungere la casa dove ero nato, e dove avevo trascorso i primi anni della mia vita. Non so perché, ma per tutto il tempo che sono rimasto in ospedale non ho mai pensato di scrivere una sola parola. Appena fuori, però, ho sentito la necessità di mettere nero su bianco quello che mi passava per la mente.
Quando mia madre si buttò nel fiume portò con sé tutte le sue foto, mi dissero.
Forse per cancellare ogni ricordo o ogni traccia del suo passaggio sulla terra. Pensai, molti anni dopo.
E me, allora, che ero il principale testimone della sua esistenza, perché non mi aveva portato con sé? Sa perché sono vivo? Ho detto un giorno al dottor Melandri. Perché mia madre mi aveva cancellato dalla sua vita, ecco perché sono vivo. Altrimenti mi avrebbe portato con sé quando andò a buttarsi nel fiume. Questa notte o domani mattina andrò al fiume. Chiamerò mia madre e le dirò: mamma, mamma ti sei buttata nel fiume per niente.
Io non sono Ivano, sono Ester. A morire è stato mio fratello, non io, come hai sempre pensato. Non so cosa succederà, cosa mi risponderà, se mi caccerà ancora come faceva ogni volta che mi avvicinavo a lei. Va’ via, diceva. Non ti voglio vedere, tu sei un assassino. Domani salirò anche al piano di sopra. Chissà se c’è ancora la macchia di sangue sul pavimento in cotto del corridoio davanti al bagno, dove mia madre mi ha partorito. Chi mi ha detto che c’era questa macchia?
Mi ricordo una frase: neanche con la varichina va via. Bisognerebbe togliere le mattonelle. Quando sono entrato qui, nella casa, ho avuto l’impressione di averla lasciata solo il giorno prima. Ho riconosciuto ogni cosa, e all’improvviso si è popolata. Mia madre l’ho vista per prima. In piedi accanto al camino. Non mi ha guardato. Non mi guardava mai. I miei nonni erano seduti a tavola. Ma non mangiavano. Erano immobili con le mani in grembo come per una foto ricordo.
Tutto è rimasto uguale, ho detto ad alta voce a quelle figure mute, e poi ho sentito un urlo, e una parola racchiusa in quell’urlo: assassino.
Per sfuggire a quell’urlo sono andato nei campi. Peschi e peschi a perdita d’occhio. Non è cambiato niente, ho detto ad alta voce nel silenzio di quei peschi. In ospedale, nell’orto, c’era un albero di susine selvatiche. Io lo avevo innestato a pesco.
Non era stata una buona idea. Quell’albero mi ha fatto dannare. Finché era senza vita io me ne stavo tranquillo, ma appena si svegliava dal letargo invernale venivo preso da una agitazione che mi toglieva le forze.
Ogni mattina. all’alba. andavo a controllare che tutto procedesse per il verso giusto. Guardavo sui rametti, che non ci fossero insetti annidati sotto la corteccia. Temevo, quando uscivano i primi germogli, che tornasse il freddo e li facesse gelare e, poi, che venisse la grandine e distruggesse i frutti.
E a mano a mano che le pesche maturavano aumentava il mio malessere.
La stessa cosa doveva succedere a un lupo mannaro, ho pensato a volte, al crescere della luna.
Non trovavo pace né di giorno né di notte, e giravo come un cane famelico senza sosta per il parco.
Poi un giorno decisi che dovevo estirpare quella pianta. Presi una sega e la tagliai dalla base. Bravo disse il dottor Melandri. Adesso la devi estirpare da dentro di te. È stata questa frase a indicarmi il luogo dove andare, una volta fuori. Dovevo estirpare la pianta da dentro di me. E dovevo farlo là dove tutto era cominciato. Nella casa affogata in un mare di peschi. I tuoi nonni non sopportavano di viverci. Per questo l’hanno abbandonata. Mi disse un mio zio molti anni dopo. Sentivano l’acqua del fiume tutte le notti, e le grida di tua madre che annegava.
Solo d’estate, quando il fiume diventava una pozzanghera, e nelle campagne si sentiva solo il ronzio delle zanzare e il canto dei grilli trovavano un po’ di pace. Ricordo che mi disse anche: i tuoi nonni erano diventati due rami secchi dopo la disgrazia. Senza più vita, senza più energia.
Un giorno sono venuto a trovarvi – tua madre si era uccisa da poco – tu avevi dodici, tredici anni, credo. Vi ho visti seduti in cucina tutti e tre. Pensavo guardaste la televisione. Invece guardavate il muro bianco. Non vi siete neanche accorti del mio arrivo. Ho dovuto chiamare: mamma, papà, Ivano. Te lo ricordi?
No, non ricordavo.
Nella mia mente, quando pensavo a quel tempo, c’erano solo bisbigli e urla. E poi silenzio e buio. E la luce di giorni afosi e polverosi o, al contrario, pieni di nebbia e gelo. E odori: quello delle pesche e quello dei cavalli, e, ancora, l’odore acre del letame e quello dolce della paglia e dell’erba tagliata.
E suoni: canti di grilli e ronzii di mosche e di zanzare, e il rumore del trattore e quello del carro, che passavano fra i filari dei peschi.
Nessun volto, episodio, discorso.
Un giorno ho capito che quei suoni, quegli odori, potevano aiutarmi a ritrovare la parte della mia vita trascorsa qui, in questi luoghi, e che era affondata dentro di me. Tra tutti i rumori, quello dello scorrere delle acque è sempre stato il più proficuo. Per questo, all’interno del parco dell’ospedale, avevo scelto una panchina nei pressi di una fontanella che scorreva ininterrottamente.
Mi mettevo lungo disteso, chiudevo gli occhi, e aspettavo.
Cosa fai disteso ore e ore su quella panchina? Mi ha chiesto un giorno il dottor Melandri, agli inizi. Pesco, ho detto. Buona pesca allora.Ho apprezzato molto questa riposta.
Una notte, in uno scroscio d’acqua nelle condutture che passavano nel muro della mia camera, ho sentito le urla di mia madre. e subito dopo ho visto me stesso che nuotavo affannosamente in un canale pieno di sfilacci. Un canale lunghissimo ostruito da qualcosa che mi impediva di uscire. Ho spinto con tutte le mie forze e. finalmente. quando pensavo di non farcela, sono stato catapultato all’esterno.
È la tua nascita: ha detto il dottor Melandri. Lo sai qual era l’ostacolo?
No, ho detto.
Molto tempo dopo ho sentito l’odore acre del sangue. Affondando in quell’odore ho visto una gatta che partoriva.
Mia madre urlava come se a partorire fosse lei. Io ho cercato di abbracciarla, ma lei mi ha scostato, ha preso una gattina morta e se l’è messa sul petto per allattarla. È morta, è morta!, urlava. L’ hai uccisa tu.
Io non ho fatto niente, dicevo. Ma mi accorgevo che miagolavo invece di parlare, e che anch’io ero un gattino appena nato.
Ero disteso come sempre sulla panchina, e non volevo sentirla urlare. Allora mi sono alzato e sono andato a bere alla fontanella. Grida pure le ho detto, tanto non ti sento.Tempo dopo, ancora lo stesso odore di sangue, e mia madre che metteva al seno la gattina morta e mi accusava di averla uccisa.
Allora mi sono fatto coraggio e le ho detto: mamma, ma quante storie fai per una gattina.
Lei mi ha guardato con uno sguardo pieno di odio e mi ha urlato: Una gattina? Ma non vedi che è tua sorella Ester?
Ho capito qual era l’ostacolo, ho detto al professor Melandri. Era mia sorella Ester. Se non l’ammazzavo io, mi ammazzava lei a me. Eravamo in due nella pancia di mia madre. E lei era solo una bambina. Stavamo stretti.
Mors tua vita mea.
Ho visto il dottor Melandri irrigidirsi sulla sedia.