4 dicembre 2008
Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi. Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto” , una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.
Nei racconti de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.
Proseguiamo il nostro percorso tra cibo e delitto con il racconto “L’innesto” di Licia Giaquinto.
L’autrice, nata in Irpinia, laureata in lingue, vive fra Bologna e Amalfi, dopo un periodo trascorso a Parigi.
Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui “Fa così anche il lupo” (Feltrinelli), “È successo così” (Theoria), le raccolte “L’osceno teatrino”, “La foce del sonno”, “L’amantide”, “I Tarocchi”, “Angeli e fiumi”. Per il teatro ha scritto alcuni testi, tra cui “Margherita da Cortona”, “La confessione” e “La notte”, che sono stati rappresentati da diverse compagnie. Nel 2007 ha pubblicato l’apprezzato”Cuori di nebbia” con la Casa Editrice Dario Flaccovio, che vi abbiamo già proposto in radio.
L’innesto – parte seconda
Spesso, nel parco o nell’orto incontravo un bambino biondo. Mi prendeva per mano e diceva: vieni, ti faccio vedere che bel capanno ho costruito in riva al fiume. Vai via, gli dicevo. Può essere pericoloso per te frequentarmi.Ho già ucciso un bambino identico a te.Ma lui insisteva. Allora dato un urlo, e lui fuggiva spaventato. Mi hanno riferito che a volte urli quando giri per il parco, usi ha detto un giorno il dottor Melandri. Come mai?
Ho male al petto, qui dove mi sono tagliato, ho detto. E gli ho mostrato il seno ferito di fresco. Lo hai fatto ancora, ha detto scuotendo la testa il dottor Melandri. Cosa? Ho chiesto. Mi hanno tolto cesoie, roncole, coltelli da innesto.
Potevo solo zappare e seminare o dare il verderame contro gli insetti. Niente innesti, potature ecc. Ho protestato. M i hanno detto che i lavori adesso li faceva una ditta. Io ero un aiutante alla semina e ad altre incombenze che non richiedevano l’uso di strumenti da taglio. Non eravate contenti di me? Ho chiesto. Non hanno risposto. Forse è a causa del pesco che ho segato, mi sono detto. C’è stato un periodo che quel bambino biondo mi perseguitava. Me lo trovavo dovunque. Va’ via, gli dicevo, va’ via. A volte gli lanciavo delle pietre per spaventarlo.
Ma con chi ce l’hai? Mi chiedevano medici, infermieri e altri ricoverati, quando mi sorprendevano a urlare o a lanciare pietre.Con lui, rispondevo, indicando il bambino. Lui. chi? Dicevano.Più avanti ho imparato a non rispondere. Quel bambino biondo mi perseguita, ho detto. esasperato. un giorno al dottor Melandri. Non vorrei che succedesse ancora. Caccialo, mi ha detto. E quello che faccio, ho risposto. Anche l’odore dell’erba tagliata era molto produttivo.
È stato quell’odore, a riportare a galla una scena di cui avevo visto fluttuare sempre e solo brandelli nella mia testa. C’era la luna e mia madre e mio padre si baciavano in mezzo a un campo. Lei era molto giovane, quasi una bambina, e aveva un vestito con le bretelle. Lui gliele aveva scostate, portando alla luce un seno piccolo, ancora acerbo, come una piccola pesca non ancora matura.
Avevo cominciato a tremare. Allora ero andato alla fontanella a buttarmi dell’acqua sul viso, e intanto pensavo: ma com’è possibile, se mio padre non l’ho mai conosciuto?
Quando sono tornato sulla panchina ho capito che era mia cugina Teresa, e non mia madre, quella che avevo visto. Ma che belle peschine ti sono venute fuori!, non facevano che ripeterle. E questa frase, che ho risentito in quel momento, mi ha perseguitato nei giorni successivi.
Tutto è cominciato con mia cugina Teresa, ho detto al dottor Melandri.
Avevamo la stessa età: dodici, tredici anni, credo. Raccoglievamo le pesche insieme sullo stesso carro che passava tra i filari, e lei non perdeva occasione di sollevare la maglietta o scostarsi le bretelline per sbattermi in faccia i seni che le stavano appena spuntando. Io mi coprivo gli occhi, e la chiamavo puttana. Lei rideva alle mie ingiurie. A volte mi afferrava la mano di sorpresa, e se la metteva sul petto. Io rabbrividivo. Non ti ho mica fatto toccare una pundgazza, diceva lei. Peggio, dicevo io, schifato.
Cosa è cominciato con tua cugina Teresa? Ha chiesto il dottor Melandri.
Non aveva capito? O voleva tendermi una trappola? La risata di mia cugina Teresa, la sentivo spesso quando giravo nel parco dell’ospedale. Ma lei non riuscivo più a vederla. Credo di sapere perché non vedo più mia cugina Teresa. Credo di averla uccisa, dissi un giorno al dottor Melandri. E so anche perché l’ho uccisa. Lei mi esasperava con quella sua mania delle tette.
Un pomeriggio mi svegliò all’improvviso, mentre dormivo sotto un albero.
Ivanooo… Ivanooo, sentii che chiamava.
Io ero un po’ intontito dal caldo e dal sonno, e quando mi tirai su me la trovai di fronte. Non feci in tempo a fuggire, mi afferrò una mano e se l’appoggiò su un seno enorme. Tocca, tocca, diceva. Hai visto che belle tette? Mi sono cresciute all’improvviso, mentre dormivo sotto un albero. Sarà stata la rugiada di questa notte. Poi sollevò la maglietta, e mi mostrò due pesche tenute su da un reggiseno trasparente.
Se dormi anche tu sotto quell’albero stanotte, ti cresceranno pure a te, disse.
Puttana!, urlai. Puttana.Ma lei rideva come al solito alle mie ingiurie, e scuoteva quel suo seno enorme.
Tutte le risate di mia cugina Teresa mi si ficcavano nella testa come aghi. Facevo una gran fatica a toglierli. Un giorno la ucciderò. Pensavo. quando quegli aghi non mi lasciavano dormire. Mentre scrivo rivedo la scena.
Forse perché mi trovo qui. dove tutto è successo, vedo anche l’albero sotto cui mi ero addormentato. Aveva un bitorzolo a forma di naso all’altezza del primo ramo. Chissà se c’è ancora. Da lì si poteva vedere il punto del fiume dove si era gettata mia madre. Lì si è gettata tua madre, mi disse mia cugina un pomeriggio, indicando col dito un punto del fiume dove di acqua ce n’era talmente poca che neanche le rane avevano di che dissetarsi. Non ti voleva. Voleva la bambina, ma tu l’hai uccisa. Disse.
Un giorno, è venuta a trovarmi in ospedale una signora molto elegante. Chi sei? Ho chiesto. Sono tua cugina Teresa, ha detto. Non mi riconosci? I n quel momento l’ho vista con le pesche appoggiate al petto che rideva. Puttana, le ho detto. Quella notte stessa ho sentito mia cugina che parlava con il dottor Melandri e diceva: Si è reso conto dottore che quello non è Ivano, ma sua sorella Ester? Ha visto che seni che ha? Allora mi sono toccato e ho visto che davvero avevo due bellissimi seni.
Così sono corso da mia madre: mamma, mamma, ti sei sbagliata. Non è morta la sorellina, sono morto io quando sono nato. Torna indietro dal fiume. Io non sono io, sono lei. Guarda ho i seni. E mi sono scoperto la maglietta per farli vedere a mia madre. Sei un bugiardo, mi ha rimproverato con stizza lei, non vedi che sono pesche? Tu sei Ivano. Vai via, che non mi inganni. Mamma, mamma, ho urlato allungando le braccia verso di lei per toccarla. Ma ho tolto le mani che reggevano le pesche appoggiate al petto. e le pesche sono cadute, rotolando, nel fiume.
Sono corso in bagno. Mi sono guardato allo specchio e ho visto un bambino. Aveva i capelli biondi e sottili. un po’ lunghi, che gli incorniciavano il viso.
Quel bambino era lo stesso che avevo ucciso, e che vedevo sempre nel parco.
Adesso ho capito, ho detto una mattina al professor Melandri. Io sono un altro. Anzi un’altra. Sono mia sorella Ester. Per questo ho i seni. Mi sono alzato la maglia e ho detto: guardi. Se ne stava immobile, il dottor Melandri.
Poi ha detto: vieni, ti faccio guardare allo specchio. Mi ha portato in bagno, e ho visto un bambino biondo. Allora, cosa vedi nello specchio? Un bambino biondo, ho detto.
Il fiume è una biscia magra che si contorce, e avanza a fatica nella pianura. Scansa vecchi casolari e nuove ville, baracche in legno e lamiere, taglia per campi coltivati e per frutteti, serpeggia tra terre polverose, supera la larga fascia di pini e eucalipti e poi quella ondulata delle dune, e finalmente si annulla nel mare. Ninetta ama molto il fiume. Ci passa ore. È li che ha trovato la sua cagnolina. Sua madre non deve saperlo, e così assieme a Stefano, suo fratello, le costruisce un casotto di assi e canne laggiù sul fiume, vicino alla villa abbandonata. Lei sa da dove salire e da dove scendere lungo l’alto muro di cinta cosparso di cocci frantumati di bottiglie. E lo sanno anche i ladri che l’hanno spogliata di tutto, già molti anni fa. Forse i proprietari sono morti senza lasciare eredi, chissà.
A Ninetta piace molto quella villa, le sembra il castello della Bella Addormentata, quando si punse con il fuso, e tutto restò così per sempre. Solo le piante e le erbe hanno continuato a crescere senza la cura degli uomini, e adesso è tutto un intreccio di fiori e foglie e rami e rampicanti, che fanno somigliare quel giardino a una specie di paradiso terreste lussureggiante e misterioso. E non si meraviglierebbe, Ninetta, di veder sbucare Adamo e Eva nudi con la mela in mano. Lei li scongiurerebbe di non mangiarla quella mela, e smaschererebbe il demonio che si è travestito da serpente e vuole trascinarli all’inferno. Così il male scomparirebbe dalla faccia della terra.
Tutte le storie che ha letto o sentito lei le rivive lì dentro, in quel giardino. Spesso ha paura, soprattutto quando un uccello che spicca il volo lancia un grido acuto e improvviso, o una lucertola s’imbuca in una tana smovendo fuscelli e foglie, o si rompe un rametto sotto il peso di un topo selvatico.
Ma a Ninetta quella paura piace. Non ha niente a che vedere con quella che prova quando suo padre e sua madre urlano e si picchiano.
A volte pensa anche che lì, dentro quella villa, c’è un mistero, una sorta di incantesimo che tiene lontani i proprietari, o li ha fatti diventare ombre senza carne.
Mi sono fatto coraggio. Sono salito al piano di sopra e ho visto la macchia.
Mi sono inginocchiato sul pavimento del corridoio davanti al bagno, e ho cercato di cancellarla. Sì è vero. Non viene via. Bisognerebbe cambiare le mattonelle. Non mi sentivo ancora pronto. ma mi sono sforzato e sono entrato anche nella camera di mia madre. C’era una sua foto alla parete. Aveva il grembiule e un fiocco enorme in testa.
Stava seduta sulla cattedra, e dietro, sul muro, era appesa una carta geogragica dell’Italia. Irene, c’era scritto sul retro. V elementare. Perché l’aveva lasciata lì quella foto, quando era andata a buttarsi nel fiume? Anch’io facevo la V elementare quando lei si è uccisa, mi è venuto in mente. Perché ha aspettato dieci anni per mettere fine alla sua vita? Mi chiedo adesso, mentre scrivo.
Poi sono andato al fiume, il sole era già alto. Volevo parlare con mia madre. Cercavo il punto esatto dove si era buttata. In tanti anni, l’avevano fermata molte volte. Mi disse qualcuno. Ma la morte la chiamava, e aveva il volto maciullato della sua bambina, rimasta incastrata tra le ossa del suo bacino. Ester l’aveva voluta chiamare, anche se non era mai nata.
Non c’era quasi per niente acqua nel fiume. ma a tratti mi sembrava di vedere dei laghi profondi, che poi scomparivano in un vortice, che era dentro e fuori di me. E in quel vortice vedevo case, foto, oggetti risucchiati. Poi ho visto lui, il bambino biondo. Ho chiuso gli occhi per non vederlo. Quando li ho riaperti era ancora lì che raccoglieva dei sassi, e li metteva in un cestello.
Non sono stato capace di urlargli: va’ via, come facevo in ospedale, o di lanciargli delle pietre. Allora l’ho portato nella villa. Voglio sapere chi sei gli ho detto. Perché mi perseguiti?
Ho un lago torbido, qui nella mia mente. dissi un giorno al dottor Melandri. Pescare mi è molto difficile. Prova a scriverle le cose che peschi, mi disse. Forse ti diventeranno più chiare. Ma il lago è ancora torbido. Tutto mi si confonde ancora. Sento voci, bisbigli, urla: vengono dai muri, dalle travi, dal pavimento, dal giardino. Sento anche la sirena dell’ambulanza che arriva quando è già troppo tardi, quando Ester è già morta, e io sono sul pavimento col cordone ombelicale ancora attaccato.
Sì è vero, c’è una macchia di sangue dove sei caduto nel nascere, sento che dice mia madre, non andrà mai via, mai. Bisognerebbe cambiare le mattonelle.
Poi dice qualcosa che non riesco a sentire. Parlano tutti. Non capisco nulla. Silenzio! urlo. I miei nonni solo stanno muti, e mi fissano. E gli altri chi sono?
Vedo anche il bambino. È laggiù vicino al fiume. Vedo i suoi capelli biondi che brillano sotto la luna e i suoi occhi azzurri che mi guardano. E vedo il dottor Melandri. Lo hai fatto ancora, Ivano, dice scuotendo la testa. Cosa? Chiedo.
Guarda in giardino. Cosa vedi? dice. Vedo un pesco, che mi chiama.
Oggi Ninetta è molto preoccupata. È andata a portare da mangiare alla sua cagnolina, ma il casotto era aperto e di lei nessuna traccia. La cerca lungo il fiume e poi nei campi. Lollina, chiama. Lollina. Ma Lollina non si fa viva.
Non le resta che andare di nuovo al fiume a vedere che non sia tornata, pensa Ninetta sconsolata, ma quando passa davanti alla villa le viene in mente che potrebbe essere lì dentro, chissà che non sia riuscita, piccola com’è, a entrare in qualche modo. Così si arrampica sulle edere, schiva i cocci di bottiglie, e si erge in un punto del muro da dove riesce ad avere una visuale abbastanza ampia del giardino.
È così che vede sbucare da dietro un grande orcio la testa di Stefano disteso a dormire. Dall’alto Ninetta lo chiama: Stefano Stefano…
Ma lui sembra non sentirla, e allora Ninetta pensa che è sordo, ma anche stupido. Con quel caldo, mettersi a dormire proprio nel posto più assolato, senza un minimo d’ombra, e gli lancia dei sassolini. Alcuni lo colpiscono in pieno sul viso, ma stranamente lui resta immobile. Allora Ninetta si allarma, e scende dal muro arrampicandosi su erbacce e spuntoni e radici secche di alberi e arbusti. Appena può vederlo per intero si accorge che Stefano è morto.
Sul petto, al posto dei seni ha due ferite profonde come tasche sotto cui sono state inserite due piccole pesche. Non urla, Ninetta. Non si ferma neanche un istante accanto al corpo di suo fratello. Con la lucidità del terrore, pensa che, se non vuole finire come Stefano, deve fare una sola cosa: fuggire.
Non sa che l’assassino è ormai innocuo, per se stesso e per gli altri, e pende, inerte come uno spaventapasseri, dal ramo di un pesco proteso verso il fiume.