18 settembre 2008
Nel seno caldo e generoso di Bologna (è proprio il caso di dirlo), Giacomo Casanova arrivò da avventuriero e trovò ospitalità. Bologna nel Settecento era una piccola capitale, già famosa per la bella vita. Il seduttore veneziano vi soggiornò tre volte, nel 1744, nel 1761 e nel 1772.
Vi proponiamo un pezzo del saggio di Sandro Pasqual, ricercatore, musicista e docente presso il Conservatorio di Ferrara, in cui viene raccontato l’incontro di Casanova con un’altra celebrità del tempo: il castrato Carlo Broschi, noto come Farinelli.
Carlo Broschi detto Farinello
Maria Walpurga non fu la sola a giungere a Bologna per rendere omaggio al celebre soprano. Come lei fece il musicologo inglese Charles Burney che andava percorrendo le capitali musicali con l’intento di scrivere un saggio sulla condizione della musica contemporanea. A Bologna Burney passò nell’agosto del 1770 con due obiettivi, il famoso erudito padre Martini proprietario di una fantastica biblioteca musicale, e – appunto – il vecchio Farinelli. L’interesse di Burney dimostra che la fama del castrato andava al di là della bravura nel canto – che purerestava intatta, e che fece dire a Maria Walpurga dopo averlo sentito “adesso muoio felice” – coinvolgendo la storia della musica della prima metà del secolo.
Nato nel meridione d’Italia, educato con il fratello Riccardo – che fu compositore – nei conservatori napoletani, Carlo Broschi appassionò le folle dapprima grazie alle doti naturali, e poi con una tecnica raffinatissima, frutto di un esercizio maniacale e della scuola dei più grandi maestri del suo tempo. Ciò gli concesse di godere di una carriera molto lunga, ed immensi successi in tutti i più importanti teatri del mondo di allora, tra cui Venezia, Roma, Vienna, Londra, Madrid (e, naturalmente, Bologna).
Divo acclamato e venerato, straordinario interprete di un gusto che facciamo fatica a ricostruire ma che emozionava il pubblico settecentesco sino al delirio, Farinello aveva ottenuto tutta la fama e la ricchezza che poteva desiderare quando, nel 1737, a poco più di trent’anni, venne invitato in Spagna per cantare a corte. Qui il re Filippo V, personalità ìnteressante ma notoriamente umorale, malinconica come si usava dire, rimase folgorato dalle doti del celebre soprano offrendogli un ricco contratto per trattenerlo definitivamente presso di sé 81. I biografi affermano che da quel giorno, e sino alla morte del re nel 1746, Farinelli cantò sempre e solo le stesse quattro arie che Filippo amava pazzamente.
Il successore di Filippo, il re Ferdinando VI, incaricò il castrato anche della direzione dei teatri di corte, impegno che Farinelli interpretò con la stessa maniacale serietà con cui si era dedicato al canto, conferendo all’attività artistica spagnola una spiccata identità. La sua fortuna toccò l’apice quando gli venne concessa dal re l’onoreficenza dell’ordine di Calatrava, riconoscimento di cui il soprano andò sempre particolarmente fiero. Poi, con la morte dì Ferdinando, l’autorità di Farinelli apparve troppo ingombrante sino a quando, all’inizio degli anni ’60, il re Carlo III lo congedò definitivamente.
A quell’uomo solo, ormai avanti negli anni, ricco di denaro e ricchissimo di arredi, oggetti preziosi e pitture cumulate in un quarto di secolo, si presentò allora il problema di scegliere una residenza che lo accogliesse per il resto della sua vita. E sin da molti anni prima la sua scelta si era orientata su Bologna, dove aveva studiato con Bernacchi e dove conservava molti amici fidati.
Uno di questi amici bolognesi di antica data era il conte Sicinio Pepoli, che inizialmente si era proposto come protettore del giovane virtuoso, divenendo poi il suo confidente, ed amministratore finanziario. Proprio il Pepoli aveva convinto Farinelli, nei primi anni ’30, ad investire una bella somma nell’acquisto di un terreno su cui era stato edificato un palazzetto . Mantenuta la proprietà durante tutto il periodo spagnolo (affittando a diversi inquilini il palazzo attraverso la mediazione dell’amico Pepoli), Farinelli vi ritornò nel 1761, reduce dalla Spagna, ed investì altre 25.000 lire per rimodernarlo ed abbellirlo.
Quel palazzetto (era delizioso, a detta dei visitatori, ma è stato barbaramente distrutto nel ventesimo secolo) sorgeva in una zona “fuori porta”, e nella concezione settecentesca era più una residenza di villeggiatura che non un’abitazione permanente. Ma pare che Farinelli vi si trovasse così bene che, a parte l’esigenza di stare temporaneamente in città per affari, trascorresse quasi tutto il tempo alle Lame. Nella sua piccola reggia Farinelli accoglieva teatralmente i molti ospiti che lo venivano ad omaggiare. Non si deve pensare che fosse particolarmente difficile farsi accogliere nel suo salotto, certo meno esclusivo di palazzo Albergati, ma ho motivo di credere che spontaneamente Casanova non avesse particolare interesse a presentarsi al vecchio castrato.
Oltre a dichiarare esplicitamente di non aver inclinazione verso la musica, Casanova nelle memorie manifesta in più occasioni un fastidio profondo, sino a vero e proprio disprezzo, per i castrati. Sensibile alle mode, Casanova interpretava in tal senso il rapido calo di favore degli eunuchi cantori, che all’inizio del ‘700 incantavano ed appassionavano le folle, ma che nel corso del secolo si scontrarono con il mutamento del gusto estetico e con un sempre più critico giudizio nei confronti della pratica della castrazione.
A partire dagli anni ’40 si registrò infatti un rapido declino del favore – anche in senso musicale – goduto dai castrati. Il passaggio dall’opera eroica ad uno spettacolo più attento agli “affetti” rese improponibile, scenicamente ed esteticamente, l’interpretazione dei castrati nei panni di eroi o divinità. I soprani celeberrimi si ridussero a poche unità, e molti tra quelli che avevano subìto la mutilazione nella fiducia di ottenere grazie all’evirazione successo e denaro dovettero spesso arrangiarsi, prevalentemente impiegandosi come cantori negli organici dei cori delle cappelle musicali annesse a istituzioni sacre.
Ripercorrendo rapidamente le pagine delle memorie, si può verificare che i castrati vi appaiono come personaggi abbietti. Al giovanissimo Casanova si presentò a Roma, alla fine del ’43, un abate “molto attraente” che gli sembrava una donna e che, all’inesperto ragazzino, si offri di interpretare a letto l’uno e l’altro ruolo: era Beppino della Mammana, il celebre Giuseppe Ricciarelli, uno dei castrati più ricercati dai teatri italiani del tempo.
Ambiguo ai limiti dell’osceno, l’incontro con Teresa-Bellino che si fingeva castrato è tutto giocato sul perverso interesse sessuale che gli evirati stimolavano nel pubblico. Nonostante il rassicurante epilogo della vicenda, il racconto che Teresa fa della sua iniziazione artistica e sentimentale ad opera del castrato Felice Salimbeni mantiene un che di sordido, pur nell’elogio delle qualità personali del cantante. La mutilazione, si legge esplicitamente, rendeva Salimbeni un mostro. Per Casanova all’umiliazione fisica sembra necessariamente corrispondere la depravazione morale.
Castrati romani furono tra gli interpreti dell’orgia organizzata da lord Lismore, attori di quella “fiera degli eccessi” che solo un grande libertino, scrive Casanova, riesce ad immaginare ma che le parole non possono descrivere. E di tale disprezzo sono pervasi tutti gli accenni che continuano a comparire, nel corso degli anni, all’interno delle memorie, sino alla confidenza del terzo testicolo del castrato Tenducci – grandissimo soprano incontrato a Londra nel 1763 – che aveva resistito alla mutilazione e gli aveva consentito di aver dei figli.
Questa ampia digressione punta a ricostruire l’atteggiamento di Casanova nei confronti di una categoria con la quale egli spesso, data la sua consuetudine con i teatri, si trovò ad aver a che fare. Logico dunque che anche nei confronti del grande Farinelli la pettegola curiosità riguardo le questioni private prevalesse sull’interesse artistico verso il “musico divino”. La confidenza con Maria Walpurga, che Casanova aveva conosciuto pochi anni prima a Monaco di Baviera quando teneva al proprio servizio il marito di una sua sorella, gli procurò l’accesso al salotto di Farinelli – la cui voce Casanova non aveva mai potuto ascoltare.
Nel raccontare il personaggio, prevale l’attenzione verso l’emotività e la facilità alle lacrime che sono caratteri che frequentemente ritornano nelle descrizioni dei castrati. Farinelli, secondo Casanova, era un uomo ormai anziano, ricchissimo, infelice per l’inedia cui era costretto, nostalgico della Spagna. L’avarizia lo aveva forzato a scegliere un esilio dorato a Bologna, poiché a Madrid avrebbe rischiato di perdere tutto se fosse rimasto dopo il declino della sua stella. Ma in un uomo ambizioso l’aver conservato la ricchezza senza più alcun segno di potere (se non il titolo di “Cavaliere di Calatrava” che ostentava con orgoglio) non era sufficiente a sconfiggere il rimpianto.
Casanova sembra però molto più interessato alla vicenda personale del vecchio castrato. Girava in quel tempo una voce malevola, ripresa nelle memorie, che attribuiva a Farinellí una passione bizzosa e gelosa per la moglie di suo nipote, che viveva sotto lo stesso tetto. Nella villa delle Lame Farinelli ospitava infatti una sorella vedova e i due figli di lei. Per uno di questi, Matteo Pisani, il castrato mostrò un affetto particolare, destinandolo ad erede principale del suo patrimonio.
Il giovane Pisani si sposò con una ragazza di un’ottima famiglia di Pistoia, Anna Gatteschi, e poco dopo il matrimonio, nell’aprile 1769, villa Farinelli fu allietata dalla nascita di una bambina. Verso la nipotina il ricco castrato manifestò da subito una commossa generosità, predisponendo per lei ricche rendite; nello stesso tempo, però, i documenti cominciano a segnalare una crescente diffidenza verso il Pisani, che si accentuò con il passare dei mesi. Farinelli si rifiutò ad un certo punto di pagare i debiti contratti dal nipote, e prese le distanze da quello che aveva già designato suo erede.
Le pubbliche attestazioni di generosità verso la neonata e verso la madre di lei, la Gatteschi, accanto a questi episodi di risentimento per il padre e marito, alimentarono voci maligne. Ci si immaginò che il vecchio castrato si fosse innamorato della giovane sposa venuta a vivere presso di lui, e si spiegò la disgrazia in cui era caduto il Pisani non con l’eccessiva spregiudicatezza del giovane nel condurre i propri affari, ma con la gelosia dello zio.
Casanova riprese testualmente nelle memorie queste voci: “il povero vecchio Farinello si innamorò della moglie di suo nipote, e – ciò che è peggio – ne divenne geloso, e, dalla padella alla brace, si attirò l’odio di quella nipote che non poteva ammettere che un vecchio mostro di quella specie potesse aspirare ad essere preferito ad un uomo normale come il marito, cui doveva ogni tenerezza per tutte le ragioni divine ed umane”.
A sentir Casanova, questa vicenda minò la felicità di villa Farinelli: il Pisani allontanato con ogni scusa dalla casa, Farinello geloso ad assediare la Gatteschi cui aveva persino sequestrato i gioielli per evitare che se ne andasse, la ragazza che soffriva detestando il padrone di casa cui doveva il benessere della famiglia. Lo struggimento per la propria impotenza, il fastidio per l’ingratitudine del nipote, e l’amore non corrisposto per la Gatteschi condussero Farinelli, “a quel che si dice”, alla morte che peraltro avvenne dieci anni dopo la visita di Casanova (Broschi morì, a Bologna, nel settembre 1782).
I biografi di Farinelli ritengono che il commento di Casanova alla visita a villa Farinelli sia una inattendibile congerie di cattiverie gratuite. Proiettando su tutte le memorie l’inaffidabilità del diarista, questo giudizio compromette agli occhi di quegli studiosi il valore documentale dell’Histoire de ma vie. Le parole di Casanova sono in effetti l’unica voce critica in mezzo ai tanti panegirici tributati, in vita e in morte, al celebre cantante, che dovunque esce come un modello di virtù. Bisogna d’altra parte aggiungere che esistono lettere e documenti d’archivio che confermano un affettuoso trasporto, che non si può accusare di immoralità ma che è certamente esplicito, da parte di Farinelli verso la Gatteschi. Delle molte voci infondate che Casanova raccoglie e riferisce nelle memorie, questa non pare dunque essere la più fantasiosa.