20 maggio 2010
Rendiamo omaggio al grande giornalista e scrittore modenese Edmondo Berselli, scomparso meno di un mese fa a soli 59 anni, con la lettura del suo ultimo, bellissimo lavoro. Com’è nel suo stile ironico e disincantato, Berselli – editorialista della Repubblica e de L’espresso, e autore di libri di culto che hanno raccontato l’Italia dal miracolo economico all’oggi berlusconiano – intorno all’idea di un cane (la sua labrador nera, Liù) costruisce un sistema di pensiero che sentiamo intimamente nostro. C’è in filigrana, nella sua Biografia morale di un cane, il sentimento dell’abbandono, quasi un’abdicazione della speranza travestita da accettazione dell’ultimo baluardo “politico” rimasto: il tepore dolce, filosofico e deliziosamente poco progressista, della pancia calda di Liù su cui appoggiare i piedi scalzi, in una serata in cui sono radunati gli amici più cari.
Cap. X. Parole da mangiare
Il nostro Canis pitagoricus si disinteressa dei triangoli, vorrei vedere. Solo un filosofo ermetico potrebbe sostenere, ma proprio per puntiglio, che la sua memoria ancestrale conserva la traccia di qualche postulato euclideo. Per la verità, in quanto sostenitore della trasmigrazione delle anime, Pitagora sosteneva di avere riconosciuto un amico morto nel latrato di un cane.
Ma insomma, non è questo il punto: l’unica geometria che conta è che, fuori dagli stadi dove gli atleti disputano le loro folli gare, fuori dai confini incerti della Magna Grecia e dalle siepi dei villoni granducali della famiglia Agnelli, allignano gli eroi e le martiri del civismo volontario non programmato. Coloro che, oltre alle leggi euclidee, conoscono ogni segno sull’asfalto e le condizioni di ogni aiuola, fanno da rete sociale per il quartiere, controllano le cornici di porfido alla base dei tigli, lo stato dei cassonetti e dei cestini dei rifiuti, le nuove ammaccature delle auto, salutano il benzinaio e si informano allegramente di come va (con i due nostri benzinai Luca e Stefano, cordialissimi con Liù, diventiamo amici alla svelta: risate matte ogni mattina all’orario d’apertura del distributore, corse impazzite a balzi della cagnolina verso i due compagnoni in tuta rossa che l’aizzano e la sobillano con grandi gesti allegri).
Ed è ovvio che ci aspettano anche alcune serie disillusioni. Ci si accorge, per esempio, e alla svelta, che in genere i padroni dei cani sono esattamente ciò che appaiono,
padroni e proprietarie di cani, e inclinano al determinismo, al materialismo, a certe idee positiviste o lombrosiane sull’istinto e il carattere ereditario, codificate come vere e proprie fissazioni. In sostanza, quando parlano dei cani usano un pronome «loro» che sembra attribuito a branchi lontani, che si aggirano randagi sul profilo di colline indistinte, seguendo appunto una «loro» indiscriminata e, forse, mitologica indole canina.
Mentre noi, Marzia e io, siamo possessori in primo luogo di una individuale essenza filosofica nera tenuta legata a un guinzaglio rosso. Coloro che si ritrovano la sera nello spazio libero del parco Ferrari possiedono una qualche decina di chilogrammi di dna animale scorrazzante, magari cani monumentali come un alano e anche inquietanti come un rottweiler, un pitbull, un dobermann, uno spaventoso dogo argentino «buonissimo», un cane corso di altrettanto rara bontà. Noi, invece, abbiamo in custodia più che altro una scintilla del divino, per quanto degradata nell’immanenza della materia e pochissimo volonterosa di adeguarsi al modello formale del cane ben educato che segue rilassato il padrone al guinzaglio guardandolo ogni tanto con adorazione.
L’addestratore, il Malinowski redivivo, aveva delineato le categorie di riferimento con chiarezza, di fronte a una nostra domanda ineluttabile e ansiosa: saprà camminare al guinzaglio con rilassata appropriatezza e con stile adeguato? Risposta: lasciate ogni speranza voi ch’intrate. Ci sono cani che a stare al guinzaglio fanno fatica, che vanno istruiti, portati al passo e al piede con esercizi meticolosi. Ce ne sono di quelli, dice con una pausa che aleggia minacciosa nell’aria, che non imparano mai. Da che cosa dipende? Bronislaw si stringe nelle spalle.
A mio parere, del tutto partigiano, non attribuibile a Malinowski, dipende quasi tutto dall’intelligenza del cane. Dunque, noi sappiamo che ci sono varie classifiche del quoziente intellettivo cagnesco. Una delle graduatorie più convenzionali mette al primo posto i barboni e i barboncini, poi i volpini, quindi i pastori tedeschi e i labrador circa a pari merito con i golden retriever. Seguono razze ed esemplari alla rinfusa, con i meticci che spiccano per furbizia, i beagle per testardaggine, gli schnauzer per ferocia innata (sostiene Ilvo Diamanti che il suo schnauzer nano, otto chili, che nel suo intimo si considera un cane gigantesco, aggredisce crudelmente qualsiasi cosa abbia il torto di non chiamarsi Diamanti).
Al di là del fatto che ai primissimi posti della classifica sembra esserci una correlazione diretta fra carogneria e intelligenza, dato che in genere nessuno è più carogna di un volpino, possiamo allora sostenere che anche Liù appartiene a una fascia piuttosto alta nel ranking mondiale della cagnara intelligente, e quindi ci consideriamo adatti a giudicarne il comportamento secondo le misure che si attagliano alla sua freschezza e vivacità mentale.
E allora, il primo postulato dell’intelligenza di Liù è il seguente. La nostra labrador apprende i comandi con estrema facilità, tipo: seduta!, a terra!, dammi il cinque! Una inezia. Ma è anche vero che, non appena eseguito il comando, e ottenuto il bocconcino in premio, Liù torna a fare le cose sue. L’esecuzione ripetuta degli ordini e la loro efficace realizzazione non plasmano affatto il suo carattere, non le domano il temperamento, non la modellano nei comportamenti. Fra un comando e l’altro torna a essere un cane indipendente, affezionato alla propria libera personalità, poco interessata a ripetere pedissequamente esercizi di disciplina. Insomma, approfitta della felice esecuzione dei comandi per incassare un premiuccio e rimettersi poi a fare gli affari suoi.
Sicché per regalare un metodo, o una parvenza di metodo, al popolo che ama i cani, potrei spiegare come si insegna un linguaggio al cane. Il linguaggio, infatti, è essenziale. Liù lo ha imparato ormai come seconda natura. L’esordio è stato casuale, come accade in questi casi. Sapevamo benissimo, mica siamo così tonti, che il cane non doveva mangiare a tavola con noi, che non bisognava permettergli di fare l’accattone implorando cibo, che non doveva mai elemosinare sotto la tavola con i nostri commensali. Ma Liù prese subito l’abitudine di avvicinarsi a me mentre mangiavo, sistemandosi a sedere a fauci aperte in modo da lasciar cadere una quantità insolente di bava, per comunicare «Ho fame, ho fame, dammi da mangiare brutto egoista», spalancando nel frattempo gli occhi e appoggiando il muso bagnato sulla mia coscia in un’implorazione muta e dolorosa. E io che sono di principi ferrei, ma di comportamenti di burro, le ho dato qualcosina, fra i rimproveri generali e le esecrazioni dei dogmatici tutt’intorno.
Non me la sarei mai più tolta dai piedi. Tanto che mi sono detto: e allora vale la pena di approfittarne. Trasformiamo il suo stomaco, uno stomaco da quattro chili di capienza (i lupi lo hanno da otto, ma noi labrador non si scherza), che la rende sempre affamata perché è sempre vuoto, nello strumento dominante del suo apprendimento linguistico. A questo scopo, in prima istanza generale e catastale ho diviso la sfera alimentare, il mondo da mangiare, in alcuni gruppi classificatori di larga massima.
Il primo gruppo si chiama semplicemente «pappa». La pappa è il cibo comune, le sue preziosissime crocchette, che tre volte al giorno, per non gravare sul suo delicato stomachino, le vengono versate nella ciotola, dopo vari annunci di galvanizzazione e quindi festosi saltini di gioia e balletti di soddisfazione preventiva.
Il secondo gruppo si chiama «biscotto». È tutto ciò che si può mangiare e ti viene offerto, cara la mia cagnolina, fuori dai pasti. Biscotti veri e propri, bocconcini preconfezionati di pollo e altro, a piacere. La parola «biscotto» serve anche per distrarre la pupa se ha deciso di distruggere una ciabatta: «Liù, biscotto!», e lei molla la turpe calzatura e si precipita verso il nobile cibo che l’attende con una promessa di godimento.
Il terzo gruppo, uno dei più suggestivi, si chiama «pollo» e riguarda tutto l’universo della carne. Liù è ghiottissima di carne, che mangia di rado, tanto che la inghiotte senza nemmeno masticarla, attratta da un amore sconfinato e inglobante, per poi magari risentire il sapore leccando la gamba della tavola o i miei pantaloni, per godersi gusto e retrogusto.
Il quarto gruppo si chiama «mela» e movimenta tutta la sfera del vegetale, dalla mela eponima alle carote o alle arance, fino ai finocchi, ai fagioli, ai peperoni e ai pomodori, e giù giù all’insalata, che però a Liù non piace. Difatti la sputa, a meno che non sia ben condita con olio, sale e aceto balsamico tradizionale di Modena (mi raccomando «tradizionale», come pretende il noto critico Edoardo Raspelli, cioè il prodotto maniacale di un’impresa insensata, qualcosa da monaci, da templari, da frammassoni dell’acetaia).
Sarebbe stato tutto facile, fin troppo, pura fisiologia dell’apprendimento, se non ci fossimo accorti che, da quel punto in poi, Liù avrebbe deciso di imparare parole per conto suo. Ascoltava i miei suoceri, una parola sospetta la allertava, faceva in seguito i suoi collegamenti mentali, ed ecco che metteva in repertorio «magnèr», dialettale per mangiare. E via senza tante storie: «pizza», «gelato», «titto» (cioè il latte, detto come ai bambini). Fino al comico «gnam gnam» dei fumetti, inventato da Marzia per variare il lessico a titolo di divertimento: «Liù, facciamo gnam gnam?» e la cagnolina, ormai cagnolona, si mette a saltare per la gioia. Oppure «osso», una delle parole più amate, perché prelude a una bellissima mezz’ora di lotte e morsi sul pavimento, contro un avversario di pelle di bufalo, una cosa coriacea da scorticare, bagnare, mordicchiare, torturare fino a renderla umida e deglutibile.
E allora vorrei rivolgere anch’io un appello ai deterministi, a quelli che dicono che il cane non capisce le parole, ma soltanto le inflessioni e il tono, e che ha un’intelligenza a scacchi e itinerari linguistici semplificati: guardate, sono tutte storie. Sarà pur vero che il cane non ha memoria ma solo ricordi, non conosce le congiunzioni e le combinazioni della sintassi, ignora le ipotetiche, i «se», i «ma» e i «ma anche», e non segue il filo di una storia anche semplice come i romanzi di Veltroni e di Franceschini.
Ma il cane capisce. L’ha spiegato anche Lorenz che distingue le singole sillabe. E poi guarda, osserva, si insospettisce. Ascolta, perlustra, verifica. Controlla l’ambiente anche a nostra insaputa, sente parole ricorrenti. Ragiona fra sé e conclude i suoi sillogismi da cane, magari sbagliando, talvolta indovinando. E ogni volta c’è la sorpresa, la scoperta che Liù ha avuto un’intuizione e l’ha incamerata nella memoria, fissandola per sempre.
Pian piano si vede come neutralizza i fenomeni ignoti sulla base dell’esperienza, dato che sembra conoscere benissimo il citatissimo principio che fu di san Tommaso e poi di Locke e poi di Hume, secondo cui «nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu». Cioè che tutta la conoscenza nasce dall’esperienza, non da vaghe idee innate né da concetti che rilucono in una coscienza remota. Non si stizzisce più nel vedere un altro cane troppo simile a lei nello specchio dell’ascensore: oltretutto, un cane senza corpo e senza odore, un fumus dell’irrealtà. Dopo aver quasi distrutto un televisore saltandoci dentro per rincorrere il lupesco commissario Rex, adesso si limita a qualche ringhio se su un canale televisivo appare una bestia grossa, un rinoceronte, un bufalo, anche un orso bianco dell’Alaska o un cavallo baio del Nebraska.
Ma siamo restati ad ammirarla per più di un minuto, mentre scorreva un documentario sugli scimpanzé e i gorilla, vedendola così incerta se fossero bestie del suo rango o invece esseri vicini a una strana specie pelosa di uomo, chissà, uno yeti, un abominevole ominide delle nevi. La Liù è perplessa, ridevamo noi. Nel perdurare dell’incertezza, decise poi di lasciar calare le palpebre e addormentarsi quietamente, forse sognando le giungle e le colline selvose della sua preistoria, e qualche scimmia a farle da compagnia fra arbusti e radure, un babbuino, un orango, il grande gorilla albino dello zoo di Barcellona, l’indimenticabile Copito de Nieve, e tutte intere le infinite morfologie della vita animale.
È il momento migliore, quando il cane si addormenta davanti alla tv. Gli si possono appoggiare i piedi sulla pancia, e ci si gode il calduccio per qualche istante. Pochi secondi dopo, dormiamo tutti sognando pollo e biscotti e pappa e e ne latte, nonché ossi fatti con la pelle di bufalo, cicorie e lattughe all’aceto balsamico tradizionale, ed è così che le diete, anche le migliori, vanno in malora, perché si sa che le prescrizioni alimentari, per i cani come per gli esseri umani, finiscono tutte nella lenta digestione di un sogno.