3 giugno 2010
Rendiamo omaggio al grande giornalista e scrittore modenese Edmondo Berselli, scomparso meno di un mese fa a soli 59 anni, con la lettura del suo ultimo, bellissimo lavoro. Com’è nel suo stile ironico e disincantato, Berselli – editorialista della Repubblica e de L’espresso, e autore di libri di culto che hanno raccontato l’Italia dal miracolo economico all’oggi berlusconiano – intorno all’idea di un cane (la sua labrador nera, Liù) costruisce un sistema di pensiero che sentiamo intimamente nostro. C’è in filigrana, nella sua “Biografia morale di un cane”, il sentimento dell’abbandono, quasi un’abdicazione della speranza travestita da accettazione dell’ultimo baluardo “politico” rimasto: il tepore dolce, filosofico e deliziosamente poco progressista, della pancia calda di Liù su cui appoggiare i piedi scalzi, in una serata in cui sono radunati gli amici più cari.
Cap. XV. L’ideologia e il compromesso
L’ideologia e il compromesso
Nelle unioni fra sposi attempati non c’è più modo per dirsi cose d’amore, figurarsi!, e resta soltanto il posto per gesti affettuosi e buoni, almeno finché l’umore regge. In modo analogo, di solito non resta molto tempo nemmeno per parlare della Liù, che di per sé sarebbe un argomento inesauribile.
Perché la vedi come corre, volteggia, mangia, abbaia e riempie di salti e di sonni i suoi giorni. Soltanto in certe lente giornate a Folgaria, nel giardino davanti alla Haus Carlotta dei Gelmi-Walzolgher, mentre il sole sta per tramontare sul profilo del monte Stivo, e lei assapora a occhi semichiusi l’ultima controluce del pomeriggio, ci si diverte a discutere dei suoi modi e della sua personalità, e io faccio lo scettico blu, come al solito. Naturalmente, per non farmi prendere dai sentimenti, se no si sa come va a finire, con lo sguardo velato da un pensiero commosso al Quirinale, al Risorgimento o perfino al solito coglione feldmaresciallo Radetzky, nel rosso di sera.
Liù è la sintesi di cani grossi e cani piccoli, di una varietà animale benedetta dalla natura e dalla cultura. Basta guardarle, tutte quelle razze, per incuriosirsi e provare un accenno di stupore e di felicità. Vedi l’imponente silhouette protettiva del San Bernardo, cane della santità operosa e di un interessante legame alcolico con il cielo alpino. Le impressionanti fatiche erotiche del bull mastiff inglese, un quintale di peso, che per coprire la femmina deve essere aiutato dal padrone, il quale da dietro deve sorreggerlo e sospingerlo ritmicamente, altrimenti il cagnone, poverino, per lo sforzo s’ammoscia. La ferocia impenetrabile dello schnauzer nano di Diamanti, malvagità strabiliante e pura. Il raro stile del weimaraner, con il suo color tortora, da coordinare ovviamente con gli interni dell’Audi coupé, e accada quel che accada.
Il senso delle cose, in realtà, riguarda allora le concezioni spirituali di fondo che regolano il rapporto fra gli umani e i cani, ossia la domanda suprema se esista una differenza segnalabile fra i deliberati possessori di cani e i deliberati non possessori di cani. Ma, allora, non fermiamoci alle differenze schematiche, quelle che affiorano a prima vista, perché si intuisce fin troppo facilmente che, in linea categorica, i due generi di persone, proprietari e non proprietari, sono insiemi non integrabili, e il principio regolatore fra questi due gruppi umani dice: à la guerre comme à la guerre.
Perché, in sostanza, l’alternativa è secca. Cani sì, cani no. Angeli e demoni. Le grandi opposizioni morali. Umiliati e offesi. Chi non ha e non vuole un cane mostrerà convinzioni assolute, dominate da una chiarezza di idee cristallina. per ognuna di queste menti adamantine, la nostra Liù deve essere tenuta rigorosamente al guinzaglio, evitare qualsiasi gesto che possa apparire aggressivo. Deve sporcare pochissimo e, nel caso, tocca doverosamente ai proprietari usare palette e sacchetti, salvo poi, gli smorfiosi, arricciare il naso non appena i sacchetti li usiamo per davvero. E si vedrà, allora, che gli igienisti faranno altre smorfie smerdine, perché gli ripugna anche l’idea, non solo das Ding an sich, la cosa in sé.
Invece, i proprietari dei cani vivono sempre una condizione di amara consapevolezza delle loro colpe. Il fatto è che tutte le leggerezze anarchiche che può combinare un cucciolo vengono considerate letali infrazioni alle Regole da parte dei corridori e dei passeggiatori domenicali; mentre i proprietari le trattano come inevitabili variazioni sul tema della crescita canina, incidenti innocui senza importanza né conseguenze.
Sono due mondi a confronto, che non riescono nemmeno a spiegarsi. Tu torni a casa tranquillo, sapendo che non è successo niente di minimamente pericoloso, e invece quell’omone di un metro e novanta, che per un istante si era visto addosso la cucciola Liù, si rifugia tremando in auto, terrorizzato dall’incontro con la tua bestia feroce e nutrendo propositi di vendetta, lettere ai giornali, con progetti di museruole, torture medievali, gogne per i proprietari, e magari scoppia anche in lacrime sul cruscotto invocando la mamma.
È questa l’incomunicabilità vera, non quella di Antonioni. Questa è 1’«alienazione», la folla solitaria di David Riesman. Questi sono i «faccia a faccia» del sociologo canadese Erving Goffman, che ha raffigurato tutta la vita sociale come un grande teatro quotidiano, faccia a faccia che qui diventano brutali «muso a muso», e anziché rappresentazioni teatrali, nella scena della vita di tutti i giorni producono scontri pubblici con gli schifiltosi e gli spaventati nei parcheggi davanti ai benzinai, i nostri benzinai, che oltretutto sono scafati, oscuramente convinti che quel tale Goffman sia un petroliere, e comunque se la ridono.
A sei mesi e neanche venti chili, ancora con le fattezze tondeggianti del cucciolone, la Liù ha osato fare un saltino ironico verso un podista che sgambettava nel vialetto intorno al parco Ferrari, ed è stata facilmente trattenuta al guinzaglio senza che potesse provocare il minimo danno, neanche psicologico, al corridore: ma costui si era spaventato, aveva pensato di dover interrompere la corsa, e guardava con indignazione il cronometro, scuotendolo con collera, perché, evidentemente, l’assalto della nostra bestiola gli aveva impedito di completare non so quale suo assurdo record sui due chilometri e seicento metri del perimetro esterno del parco, impresa a cui doveva avere consegnato quella sera, o anche nella sua vita, gran parte di sé.
E stava per protestare respirando a fatica, come cercando le parole della rabbia per il primato fallito, strabuzzando .gli occhi al limite della sindrome di De Bakey: finché io e Marzia abbiamo compreso e definito il contesto, e ci siamo guardati in faccia già ridendo. La Liù gli ha fatto perdere il ritmo, ho sghignazzato io, questa sera il signor Mezzofondista non farà il suo record, e giù risate su quella sciocca disgrazia podistica; mentre l’atleta ovviamente si incacchiava sempre di più, si riempiva di indignazione morale e sportiva, fino al nostro liberatorio «Attenzione, Recordman, questo è un cane assassino!»: sottinteso, le è andata bene, adesso si tolga dai piedi, cretinetti, il record lo farà quest’altra volta, il marciapiede mica è tutto suo, faccia il piacere.
Tuttavia, adesso vorrei essere selettivo anch’io. Tanto per cominciare, eviterei di includere nel regno ufficiale e bonario dei proprietari di cani tutti i padroni esibitivi o caratterizzati da alto senso del feticismo: ovvero quelli che tendono a considerare i loro animali come esemplari unici e irripetibili e, in quanto tali, in grado di gettare una luce particolare anche sul carattere dei proprietari.
Succede spesso a chi ha scelto i rottweiler o i pitbull o un dobermann, o altri cani vuoi sudamericani o mongolici o anatolici ferocissimi, usati in quelle loro selve per la caccia all’orso o nelle loro steppe per la caccia alla pantera. Cani che, secondo i padroni, sarebbero animali buonissimi e deliziosi, i quali tuttavia quando meno te l’aspetti combinano una strage. E vedi i proprietari, accorsi in ritardo sul luogo della tragedia, che osservano una coppia di anziani ridotti all’impasto carnale di un sacrificio maya, e si confidano disperati davanti alle telecamere: «Ma finora non aveva mai fatto niente, niente, niente».
Eh già, nessun cane sicario ha mai fatto nulla fintanto che non decide di farlo. E allora, magari, sbrana la nonna e i bambini, un plotone di vigili urbani, il nucleo dei pompieri, il gruppo «tribute» di Vasco Rossi, un segretario di quartiere del Partito democratico, un rappresentante dell’Italia dei valori, mentre gli esperti compilano sui giornali liste di proscrizione antiferocia: sempre fallite, queste liste, come quando si vogliono tassare i Suv e nessuno, meno che mai i ministri e gli esperti della motorizzazione, sa come si misura un fuoristrada né, quindi, come si identifica la bestia killer. Se per il suo cervello criminale, oppure per i canini o le fauci o le unghie.
Sicché ogni volta, per eccesso di sicurezza, vorrebbero mettere negli elenchi del male, nelle liste dei cani canaglia, anche i volpini o i barboncini o i piccolissimi bolognesi e i teneri maltesi; e siccome in questo modo non si giunge mai a capo di niente, alla fine i veri conoscitori fanno una smorfia ed emettono il verdetto secondo cui non esistono cani feroci ma solo padroni incompetenti. E tu ti offendi un po’ e per qualche tempo non se ne parla, mentre i massacri umani e bestiali continuano in silenzio e nell’anonimato, in casali sconosciuti e nei pressi di discariche e stazioni di demolizione di camorristi mutilati, fra criminali incalliti, fra gente ferocemente tatuata.
Alla larga. A premessa di un decalogo civile, la razza padrona deve essere di buona indole, come la razza canina che ha scelto per compagnia. Cioè tollerante, paziente, attenta agli altri, preoccupata che il cane, cagnone o cagnolino non faccia danni, non spaventi i bambini, non infastidisca gli adulti. Dopo di che, con un training di due o tre anni, si diventa effettivamente così, tipi umani in buona souplesse, non stressati, capaci di gestire la bestiola in ogni occasione sociale e collettiva.
Gli altri, le vostre eccellenze che vi stanno in cagnesco, vi appariranno stizzosi portatori di concetti astratti, ispiratori del vecchio Partito d’azione torinese, costruttori di schemi inamidati e propensi a insegnare l’educazione al popolo e ai cuccioli sulla base di formule severe e implacabili. Come se apparisse Norberto Bobbio redivivo, e anche Alessandro Galante Garrone, e tutta una serie di bobbiani e di azionisti, che alzerebbero l’indice ammonendo: «Il cane…», nel sottinteso che il suddetto cane deve fare questo e fare quello, in base ai comandi della più rigorosa democrazia subalpina e giacobina, e possibilmente esercitare anche un magistero stilistico, alla piemontese, fra cioccolate e bonbon consumati in profumati caffè del centro.
Va da sé che, con il tempo, tutti voi, e cioè tutti noi, ci convinciamo di essere di gran lunga superiori a quegli stizziti signori, altezzosi per contratto o per elevatissima coscienza accademica, che vogliono sempre ammaestrarvi e farvi la lezione. Noi apparteniamo, invece, alla fascia sociale e culturale della convivenza moderata. Quando le cose virano verso la mediocrità, ormai non ci inalberiamo più. Il nostro motto politico e morale sfuma nel crepuscolare, cercando subito una prima mediazione. Il principio generale dice: «Sì, vabbè…».
Siamo già pronti al compromesso. Lo sapevamo benissimo, figuratevi, che non sta bene che la Liù salga di nascosto sui divani, in nostra assenza, e che abbia una coda di paglia così lunga per cui, se rientriamo in anticipo, la troviamo che si è gettata a capofitto giù dai braccioli e si è messa, l’infingarda, a perlustrare il parquet simulando intenzioni olfattive e di ricerca degne di miglior causa.
Sì, vabbè. L’istruttore Bronislaw dice che dovremmo fare la faccia feroce, e invece ci viene da ridere. In sostanza, è un assiduo venire a patti, «sì, vabbè», fra regole insindacabili, come le tavole di Assurbanipal, o l’editto di Rotari, la Magna Charta, l’Habeas Corpus, e accomodamenti tutti pragmatici e anche vigliacchi, con la solita tecnica delle più tremende gride manzoniane contraddette dall’inefficienza della burocrazia e dalla trasandatezza degli amministratori, dei giudici e del popolo, che saremmo noi. Ma insomma, sì, vabbè.
Per dire, abbiamo fatto tutto il possibile, e oltre, ma davvero, lo giuro, per impedire alla Liù di salire sul nostro letto durante la notte. Eppure in una nottata lunghissima, mentre eravamo esausti per le passeggiate della giornata, Liù ha presagito nel sonno un varco nella nostra volontà ed è saltata sulle coperte. Scacciata immediatamente dalla mia difesa, farraginosa quanto eroica, dopo una mezz’ora ecco un assaltino analogo, e ulteriore mia azione difensiva di raro impegno fisico ed etico. Ma quando, alle quattro di notte, il cane ci prova per la terza volta, e tu non hai più una stilla di energia neanche psichica, che fai, eh? Che si fa? Te lo dico io che cosa si fa: ci si arrende. Si mormora «sì, vabbè». E notte dopo notte, si impara a dormire con la cagnolona, che si distende beata, «e io fra di voi» come in un’autolesionistica canzone di Aznavour, tanto che al mattino ci si risveglia tutti indolenziti e rotti, e anche un po’ ridanciani, due scemi in un letto «per tacer del cane».
Ma nel frattempo, proprio per via di inconvenienti come questo, avremo avuto modo di ammirare uno dei sogni della Liù, sogni di caccia e di lago e di campagna o foresta, preceduti da uggiolii che sono abbai sommessi, guaiti soffocati, qualche volta ringhi repressi; fin quando non si alza sul letto tutta sonnambula e comincia a raspare alla cieca come se cercasse ossi e carcasse, o le succulente cavallette verdi che le piace snidare al volo e masticare lì per lì nell’erba; sicché noi ridiamo, e ci ripetiamo colossali «chissenefrega» e «sì, vabbè» al buon gusto e alla buona creanza, come pure all’igiene; ci guardiamo negli occhi, noi vecchi sposi, e pensiamo, senza neanche confidarcelo dal momento che è così evidente: ma lascia che raspi, che faccia i suoi sogni da cane, che viva nel sonno la sua esistenza di cane di valori o cane di istinti, di cagnolina di mercato o di animalotto nature che si agita in mezzo al ricordo sognante del suo vero e dimenticato mucchio selvaggio, da cui è uscita per venire a farsi accogliere fra noi, duttili interpreti della mediazione e del «sì, vabbè».
E per qualche minuto fa piacere anche a noi due, mezzo addormentati, osservare ridendo quell’intreccio di peli che tuffa il naso nelle coperte e dà la caccia a qualcosa, a robe viventi, a esseri lontanamente percepiti, inseguendo rumori e afrori remoti. Dà la caccia ad altre cucciole, alle marmotte, ai caprioli, all’erba di montagna, all’odore non tanto lontano dei cavalli e delle pecore, tutto un effluvio che piacerebbe sentire anche a me, a noi, in questa notte che profuma così piacevolmente, in modo così fragrante, anche se solo idealmente, ma no, non solo idealmente, di bestia.