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3 Settembre 2011 | Paesaggio dell'anima

Luce d’oriente

Un viaggio in regione attraverso la musica

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

3 settembre 2011

Le musiche di questa puntata: Chet Baker, Shirley Horn, Gerardo Nunez & Perico Sambeat, Riccardo Tesi, Claudio Carboni & I Violini di Santa Vittoria, Bevano Est. 

Musica. Chet Baker: Estate (da “Chet Baker at Capolinea”, 1983).

 Che ne dite, cari amici, di questa versione di “Estate” di Chet Baker? La tromba parla, soffia dentro il languore dei giorni indolenti e malinconici. Fantastico, anche perché alla chitarra c’è Philippe Catherine! Questa registrazione della canzone di Bruno Martino, uno “standard” della musica italiana noto in tutto il mondo, è del 1983. Dopo, ne ascolteremo una versione in inglese, dalla splendida voce di Shirley Horn: eccellente anche l’arrangiamento. Raffinata, sensuale, elegante, questa musica e questa “idea” dell’estate si discostano dal ciabattare dei vacanzieri urbani da spiaggia, dentro il quale non c’è neanche l’anima popolare che faceva volteggiare le coppie nelle balere del liscio. Mare, mare! Superato ferragosto, anche questa estate se ne sta andando, cari ascoltatori. È un’estate che noi abbiamo guardato di sbieco, lateralmente: ci siamo accostati alla sua libertà, al suo calore, al bianco accecante e metafisico, ma senza cedere all’uso turistico che se ne fa. Abbiamo usato le parole dei poeti e dei visionari per descrivere l’estate in Romagna. 

 Musica. Shirley Horn: Estate (autore: Bruno Martino; da “Here’s To Life: Shirley Horn With Strings”, 1992).

 Nel 1907 Alfredo Panzini pubblicava “La lanterna di Diogene”, cronaca romanzata di un viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria. Arrivato a Savignano sul Rubicone, un paese a pochi km da Bellaria, scrive: “Il mare vicino faceva anelare i pioppi stormendo, come un respiro fresco dopo l’afa diurna. Sentii il colore della luce, calda come l’oriente, che il sole dona con speciale munificenza a quell’angolo ignoto di terra, e mi sorrise l’illusione che essa debba arrivare anche a quelli che giacciono sotto terra, e le tenebre ne siano consolate: mi parve (o sogno, dono di Dio!) che riposando un dì sotto quelle glebe natie, udrò ancora il sussurro del mare”. Pensiamo a queste righe di Panzini mentre siamo in un chiosco di Bellaria a mangiare una piadina. Sono quasi le due del pomeriggio: poca gente in giro, rumore di stoviglie dal condominio di fronte, sole a picco, squacquerone che si scioglie in bocca, la radio accesa nelle case – immobilità assoluta. Potremmo essere a Salonicco, a Konya, a Jaipur. Pensiamo alla luce d’oriente. Alla luce dei mosaici bizantini di Ravenna. L’oriente che in Romagna si era insediato stabilente. Pensiamo al Grand Hotel di Rimini, il luogo di tutti gli esotismi e le fantasie felliniane.

 Musica. Gerardo Nunez & Perico Sambeat: Fellini (da “Pasajes Passages”, 2002).

 Le luci della Riviera. Pier Vittorio Tondelli, cantore della Rimini degli Anni Ottanta, è attento soprattutto a quelle artificiali. Leggiamo da “Rimini”, il suo libro forse più bello, pubblicato nel 1985: “Le luci delle reception illuminavano le entrate in cristallo e marmo rosa degli hotel di prima categoria rendendoli simili a palazzine di un gioco di società. Era tutto falso”. Le insegne dei night-club, le luci delle discoteche, delle vetrine, dei bar, degli alberghi, del lungomare, dei fari delle automobili – Rimini orgia estiva e notturna, “palude bollente di anime che vanno in vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole”. Luci fioche vengono dal mare: il buio si è ritirato al largo, a dormire. Ma ecco, da lontano sale una musica d’altri tempi: è la musica della Romagna, dei barconi disarmati stesi su un fianco verso la riva, dei cavalloni del mare che danno la felicità, dei baci rubati in spiaggia e degli abbracci notturni …

 Musica. Riccardo Tesi, Claudio Carboni & I Violini di Santa Vittoria: La mazurka del nonno (da “L’Osteria del Fojonco”, 2009).   

 La Riviera di cui stiamo parlando è un “banchetto di luci” nell’omonima poesia “Riviera” di Gianni D’Elia. Dai colli riminesi al mare, è tutta una “discesa / puntinata di lampioni che si scuciono / alla molle pressione delle ruote, bruciano / asciutti contro facciate che sembrano vere / di condomini alveolari, insegne, ringhiere / avvelenate dai gas fino ai litorali / dove la notte ignora, schioda i baccanali …”. Svago e spreco: “le città / allo svago e allo spreco nelle sere / offerte come un sogno o una sorpresa”. E’ tutta qui, forse, l’illusione di Rimini, la “costruzione” del mito della Riviera: specchio di un’Italia che cerca un senso nella sfolgorante confusione estiva, come già aveva visto Tondelli venticinque anni fa. La costa adriatica è un sogno minimo, popolare, alla portata di tutti: un po’ Sodoma e Gomorra, un po’ pensioncina familiare. Anche se la vacanza oggi, causa la crisi, è a bassa intensità, non carbura, e aspetta la fine dell’estate per chiudere finalmente la porta.  

 Musica. Bevano Est: Ninna Tina


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