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21 Maggio 2009 | Racconti d'autore

L’ultima estate che giocammo ai pirati

di Alessandro Soprani, Mondadori, 2009

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

21 maggio 2009

Estate del 1955 sulle colline dell’Appennino parmense: gli echi della guerra non si sono ancora spenti; non sono dimenticati gli odi, ma nemmeno i dubbi e le paure. Si trovano armi nascoste ovunque, e i bambini ascoltano i racconti degli adulti curiosi delle loro storie. Tre ragazzini, Luca, voce narrante, Davide e Mario, giocano a biglie, ai pirati, alla guerra, rovistano nei solai in cerca di cimeli, esplorano i luoghi proibiti dei partigiani. E proprio durante una di queste esplorazioni Luca scopre un cadavere: è Delmo, un uomo buono e innocente, lo scemo del villaggio, al quale tutti volevano bene. Quando gli indizi sembrano incolpare Giona, un reduce inglese rissoso e ubriacone, Mario, il più maturo dei tre, decide che non si può lasciare impunito l’assassino di Delmo.

Nella polvere dorata di questa estate del dopoguerra, tre ragazzini insieme all’avventura scoprono le ombre del passato.

 

“L’ultima estate che giocammo ai pirati” è il libro di esordio, pubblicato da Mondadori, di Alessandro Soprani, nato nel 1969 a Parma, dove vive e lavora.


L’ultima estate che giocammo ai pirati

di Alessandro Soprani

 

Capitolo 5

 

Il sole filtrava tra le foglie creando un movimento lento e ipnotico di luci e ombre, mentre la radura era inondata di una luminosità piena, chiara e netta. Una mosca incredibilmente nera e lenta si posò sulla faccia di Delmo e cominciò a strofinarsi metodicamente le zampette. A non più di un centimetro di distanza un rivolo color ruggine scende­va lungo la guancia e si perdeva dentro il colletto della camicia. La tempia destra era un macello, un grumo di sangue rappreso e frammenti bianchi; i capelli impiastricciati di sangue e roba grigiastra che mi ricordava i begatini per pescare. Capii che erano frammenti di cervello.

Sentii il panico salire come un’onda e scuotermi dal torpore gelido che mi aveva immobilizzato. Feci un dietrofront tanto precipitoso che inciampai nei miei stessi piedi. Per un istante fui sicuro di cadere e di rimanere li, a due passi dal corpo, senza riuscire più ad alzarmi. Invece mi ritrovai a correre su per il sentiero, come mi sembrava di non aver mai corso in vita mia. Il sangue mi pulsava talmente forte nelle orecchie che non sentivo altro, e avevo una paura boia di girarmi e vedere Delmo che mi inseguiva. Era un Delmo appartenente al regno dei morti, un mostro con la pelle rotta e purulenta, le mani tese pronte ad artigliarmi la schiena, grandi occhiaie nere e occhi spenti.

Ormai iniziavo ad avere il fiato corto perché il sentiero era in salita, la gola pareva diventata di carta vetrata e il respiro scottava. Quando fui al bivio imboccai la discesa di volata: poche falcate e realizzai che appena più indietro avevo schivato qualcos’altro, oltre ai sassi. Il mio cervello lo aveva registrato con ritardo, però l’avevo visto, oh sì che l’avevo visto. Mi fermai di botto, ansimando come un mantice, un dolore sordo che mi stringeva il fianco spandendosi in tutto il corpo.

Un oggetto brillava al sole, in una chiazza di luce. Si può dare che quel giorno dovesse essere tutto bene in vista, li bello preciso? Tutto quello che sarebbe stato ben meglio non vedere? Che sfiga…

Risalii con molta circospezione quei pochi metri che mi separavano dal poggio: era proprio vicino al bivio, e scorsi subito il luccichio tra i sassi. Era una medaglia. Una meda­glia di guerra tedesca, fatta a croce, con le estremità che si allargavano verso l’esterno, nera con i bordi argentati.

Mi sembrava di sentirle tintinnare, tutte quelle medaglie di un sacco di eserciti diversi, appuntate alla rinfusa sui baveri e sulle tasche della giacca sudicia. Ce l’avevo davanti agli occhi, con la sua giacca militare, mentre passava a testa bassa per la strada biascicando parole insensate, i capelli lunghi e unti davanti agli occhi. Giona, l’artigliere Giona. Cacchio.

Intanto mi ero chinato per guardarla da vicino. Impossibile sbagliarsi, era una delle sue medaglie. Avevo le orecchie bollenti e le mani gelate. La faccia di Giona coi suoi occhi spiritati fece andare tutte le tessere al loro posto. La verità mi parve ineluttabile: quello di Delmo era stato un omicidio, cacchio, un omicidio vero, e io ero il primo a scoprirlo e, porcaputtana, avevo anche scoperto chi era l’assassino!

Ma ero poi sicuro che fosse lui? La medaglia era di Giona, nessun dubbio, ma non si trattava di una prova provata, insomma… Però la medaglia era tutta lustra, il fiocco pulito, senza neanche una macchia. Non poteva essere lì da più di un giorno, a occhio e croce. La coincidenza era ben grande… E poi Giona non era certo un tipo insospet­tabile, anzi…

Senza pensare allungai la mano e mi misi in tasca la medaglia, poi mi alzai e ricominciai a scendere per il sentiero al piccolo trotto. Giona. Certo, poteva ben essere, lo sapevano tutti che era pazzo. II motivo per cui avrebbe dovuto uccidere Delmo proprio non me lo immaginavo, ma forse non gli serviva neanche, un motivo.

Giona, che in realtà si chiamava Jonathan, era un soldato inglese. Verso la fine della guerra, quando gli alleati inseguivano i tedeschi in ritirata verso nord, era rimasto ferito in una scaramuccia giù a Capoponte. In realtà non erano neanche tedeschi, ma camicie nere, repubblichini; questo però era meglio non ricordarglielo, che si incazzava di brutto.

Era stato un sacco di tempo tra la vita e la morte, e forse era meglio se alla fine il trapicco lo prendeva nell’altra direzione. Invece era più o meno guarito, anche se gli restava una gamba balorda e un occhio quasi cieco, e la testa gli era andata via del tutto. Da allora viveva in un mondo che vedeva solo lui, popolato di tedeschi e agguati di notte e fucilazioni. E poi beveva un bel po’, il che peggiorava le cose.

Sapevo anche, confusamente, qualcosa a proposito di certe vacche morte avvelenate qualche anno prima, però nessuno aveva potuto provare che fosse stato lui. Ma dal momento che la giustizia di paese non sta tanto a formalizzarsi, una mattina l’avevano trovato in un fosso, passato e ripassato tanto bene che non si era alzato per un mese. Gli avvelenamenti però finirono, guarda caso. Quello che invece sapevo di sicu­ro, perché l’avevo visto coi miei occhi, era che l’inglese si di­vertiva a impiccare i gatti. Ne aveva sempre uno o due che penzolavano dalla ringhiera della stamberga dove viveva, appena fuori dal paese. Però a parte guardarlo male, nessuno faceva niente. E i gatti penzolavano.

Nel frattempo ero arrivato a casa, per fortuna senza incontrare nessuno. Solo quando fui nella mia stanza mi accorsi che stavo piangendo. Mi buttai sul letto, lasciandomi intorpidire dal dolore che finalmente riuscivo a sentire: Delmo era morto. Delmo che un giorno aveva trovato un uccellino con l’ala spezzata e piangeva come un vitello,

grande e grosso com’era, perché Mario gli aveva detto che non  sarebbe sopravvissuto. Che una volta mi aveva raccolto lungo la discesa con le ginocchia insanguinate e le mani incistate di sassolini, dopo che ero caduto correndo. Me lo vedevo ancora davanti, che mi scostava i capelli dagli occhi e mi carezzava piano con le sue manone.

Un po’ alla volta le lacrime finirono e restai con un senso di vuoto, in una pozza di tristezza. E con due problemi. Dovevo dirlo, che avevo trovato il cadavere? E della medaglia? Cavolo, quello avrebbe fatto prendere a tutta la storia una svolta precisa. E soprattutto, gliel’avrebbe fatta prende­re per causa mia. Giona avrebbe saputo chi incolpare.

Ormai si era fatta ora di cena, troppo tardi per andare a cercare Mario e Davide, avrei dovuto per forza rimandare all’indomani. Perché comunque non avevo dubbi sul fatto di consultarmi con loro. Non potevo mica prendere una decisione del genere da solo.

Passai una serata e una notte da incubo, alternando l’immagine di Delmo con la testa spaccata e la mosca che si lisciava le zampette, a quella di Giona che guardava di sot­tecchi e puntava un dito sporco e rachitico, bofonchiando qualcosa di incomprensibile in inglese.

Bene o male arrivò mattina, anche se più volte ero stato sicuro che il tempo si fosse fermato, che il giorno non sarebbe apparso mai più, e sarei dovuto restare per sempre a letto, a guardare il buio, con quelle immagini nella testa.

Quando mi alzai ero stanco da bestia, come se non fossi nemmeno andato a letto, ma mi sentivo caricato a molla, non riuscivo a stare fermo. Feci colazione di sfuggita, senza badare a cosa mangiavo (tanto era sempre caffè d’orzo col pane), e mi fiondai fuori a cercare i miei amici.

Ovviamente quando cerchi qualcuno è la volta che non lo trovi. Mario non era in casa, Davide ancora a letto. Me ne restai lì attorno finché non lo vidi sbucare dalla porta coi capelli freschi di pettine e ancora gocciolanti d’acqua.

«Uella, Luca!» mi chiamò da lontano. Attesi in silenzio che mi raggiungesse con quel suo modo di correre un po’ saltellante.

«Di’, hai mangiato un pipistrello, a colazione?» mi apostrofò allegramente appena mi fu vicino.

Io mi incamminai verso monte, in direzione del boschetto: «Vieni, ti devo parlare».

«Oh, sei ben strano stamattina. Si può sapere che c’è? È per Mario?»

Lo guardai preoccupato: «Perché Mario? Cosa diavolo è successo?».

«Boh, stanotte è passato da casa mia, mi ha lasciato il segnale coi sassi sotto la finestra, per cui è andato a dormire fuori; maretta con suo babbo, come al solito…»

«No non è per Mario, non sapevo niente. Vediamo se lo troviamo, che quello che ho da dire è per tutti e due.»

«Ma cosa devi dire? Dai, spara!» mi diede una manata sulla spalla, e fece la sua solita smorfia sghemba, cercando di farmi almeno sorridere. Io ci provai, ma non mi venne molto bene.

«Muoviamoci, prima arriviamo prima mi levo il dente.»

Arrivammo al boschetto, una piccola macchia appena sotto il poggio; m’infilai deciso tra le frasche e i rami bassi dei frassini e delle betulle. Sotto a una specie di terrapieno avevamo scavato una nicchia la cui volta era tenuta su dalle radici degli alberi. Mi abbassai per entrare. Mario era lì, rannicchiato su se stesso. Dormiva ancora.

«Ohi, Mario» lo scossi leggermente per una spalla. Lui fece un verso gutturale, poi sollevò la testa.

«Merda!» esclamò Davide. «Che cacchio ti è successo?»

La domanda era retorica. Purtroppo sapevamo perfettamente cosa gli era successo. Suo babbo in serata no.

Mario si tirò su a sedere massaggiandosi un gomito con una smorfia. Metà della faccia era di un colore violaceo che tendeva al nero in certi punti e al giallo-verde in altri. L’occhio destro era ridotto a una fessura, gonfio e livido.

«Questa è una domanda del bigolo» disse lentamente.

Davide fece una smorfia: «Scusa».

Lui scosse la testa piano, come per schiarirsi le idee. «Mi sa che devo stare qui un po’. Potete portarmi qualcosa da mangiare, e una coperta?» Certo che potevamo

Adesso sediamoci un attimo, che vi devo dire una cosa. Importante» dissi dopo una pausa di silenzio. Sapevo che Mario preferiva sorvolare sui suoi problemi familiari, si vergognava. E comunque noi non è che potessimo farci granché. Allora si era dell’idea che ognuno, i suoi figli, se li tirava su come meglio credeva, e che non fosse il caso di ficcare il naso negli affari degli altri.

«Cavolo, non so come cominciare.»

«Vabbè non so, potresti cominciare dall’inizio» osservò Davide.

Feci un lungo respiro e iniziai a raccontare del sequestro del “Corrierino”, e del giro al poggio, e di come, arrivato al bivio per la radura del faggio, mi fosse venuto in mente quel poco che mi aveva detto mio nonno su quel posto, e quello che invece mi sembrava che non mi avesse detto.

«Ovviamente, mi è venuta voglia di andare a dare un’occhiata, così, tanto per vedere. Andando in giù, mi è venuta anche un po’ di strizza, non so perché, sarà stato ‘sto dico-non-dico di mio nonno. Mi aveva accennato che durante la guerra era un posto pericoloso, che c’erano i partigiani nascosti li vicino, non so. Insomma, a metà strada non c’ho più tanta voglia di andarci. Però, cavolo, ormai sono lì, cosa faccio, torno indietro? Allora mi butto, gli ultimi dieci metri a balla, e ci arrivo di corsa. La radura cominciava a essere in ombra, sul fondo vedo una catasta di legna vecchia. Stavo già per girarmi e andarmene, che non c’era poi niente di così interessante da vedere, a parte un cerchio nel mezzo dove chissà perché non cresce l’erba, che dietro la catasta vedo una scarpa.»

Davide allungò il collo verso di me come una tartaruga; Mario piegò la testa di lato, espressioni delle occasioni serie.

«Be’, mi sono spostato pian piano per vedere meglio, anche se c’avevo una strizza mica indifferente. E alla fine l’ho visto chi era… ragazzi, era Delmo, ed era morto.»

«Come… morto? Ma sei sicuro?» mi chiese Davide, con gli occhi spalancati, tutto teso in avanti, il terrore dipinto in faccia.

«Secondo te, uno che c’ha la testa fracassata, che si vede un misto di cervello e ossa e sangue, è morto o no?» chiesi io, chissà perché irritato da quella domanda.

«Porcaputtana» fu il commento di Mario. Si tolse gli occhiali e li guardò attentamente. «Io a Delmo gli volevo bene. Mi faceva dormire nel fienile senza dire niente a suo babbo. Mi portava da mangiare. Mi faceva vedere i suoi gatti. E i pulcini. Erano pulcini uguali agli altri, come ce li hanno tutti… ma lui era così felice…» la voce gli si incrinò, si passò una mano sugli occhi con cautela.

Davide si schiarì la gola: «Pensi… che sia ancora là?».

«Be’, io non l’ho detto a nessuno… Penso di sì.»

«Aspetta un attimo» intervenne Mario, «perché non hai detto niente a nessuno? Mi sembra una cosa da mollare subito ai grandi, questa qua.»

«Sì, però» mi frugai in tasca, e tirai fuori la medaglia «ho trovato questa sul sentiero che porta alla radura, quasi su al poggio.»

Mario la guardò penzolare dalla mia mano. Non fece nes­sun tentativo di prenderla. Anche Davide guardava, come ipnotizzato.

«Giona» disse Mario, quasi rauco.

«Cazzarola… povero Delmo. Era così… così… Eccheccazzo!» Davide si picchiò un pugno sulla coscia. «Perché devono succedere ‘ste cose? Ma proprio lui doveva prendere, che non andava neanche a pescare perché non voleva infilzare i begatini?»

Mario emise una specie di grugnito. «Non possiamo lasciarlo là. Suo babbo lo starà cercando. Dobbiamo fare in modo che lo trovino. Prima però voglio andare a vedere» e si rimise gli occhiali a posto, schiacciandoli con il pollice sul naso.

«Come, andare a vedere?» chiese Davide allarmato.

 

 

 

 

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