11 settembre 2008
Chi di noi non ha mai avuto l’istinto della fuga? Lasciare tutto, “quando non si può più lottare contro il vento e il mare per seguire la propria rotta”, e scappare ai tropici. Anche l’io narrante del romanzo di Andrea Villani, si lascia alle spalle le nebbie padane e approda in Costa Rica. Nella scansione dei libri letti dal protagonista, la fuga si materializza nella realtà di un crepuscolo che ha tutta l’aria di un sogno, e ci fa galleggiare sull’abisso.
Andrea Villani, nato nel 1960, ha all’attivo diversi altri romanzi, La sera in cui cacciai da casa Charles Bukowski (1993), Colpi di stato d’animo (2004), La notte ha sempre ragione (2007), “Il cielo sotto” (2008), il corto thriller Questo sangue – l’ultima rapina di Luciano Lutring (2008), e alcuni testi per il teatro. Ha fondato il periodico Terre Verdiane News.
Capitolo I
Avevo venduto tutto ciò che mi apparteneva.
E pagati i miei debiti.
Avevo chiuso ogni pratica burocratica nella stessa maniera con la quale conclusi ogni altro tipo di relazione.
Ma al di là di mia figlia, che allora era poco più di una bambina, tutto il resto, persone, luoghi e immagini, si dissolsero come statue di ghiaccio dove il calore sciogliente non era niente altro che una specie di dolore tondo che avevo trascinato oltre l’oceano, ancora intatto, come alla partenza.
L’aereo indugiò a lungo su quel groviglio di luci, incredibilmente esteso, che si poteva ammirare da lassù. Notai, non troppo sottilmente, che, mentre tutti gli altri “ammiravano”, io semplicemente guardavo.
Vidi così, finalmente, dopo un lungo sonno chimico, l’aeroporto Santamaria che è il punto d’arrivo dei voli internazionali della Costa Rica.
Perché diavolo ero finito laggiù e cosa avrei fatto da quel giorno in avanti, in quel paese sperduto, era ancora tutto da scoprire.
Avevo circa quarant’anni, un’età sbagliata per avventurarsi in un buio così profondo ma oramai dopo lo scalo a Madrid, avevo attraversato tutto l’oceano e quel tipo di domande non era più il caso di farsele.
Mi tornò in mente il mio arrivo a Londra, vent’anni prima, ma quello era un parallelo improprio perché allora non soffrivo ancora di disturbi reumatici…
La mia mente percorse, dunque, un lungo silenzio.
Forse l’ultimo vero silenzio, prima di immergermi in quell’avventura incredibile nella quale mi ero disperatamente lanciato, straordinariamente impulsivo, come sono sempre stato sino a quell’età.
Quasi come se barcollassi, sostenuto da fili, paradossalmente, tenuti stretti da un altro me stesso.
(Ma chi dei due era il più saggio?)
L’aereo iniziò le manovre d’atterraggio con mezz’ora di ritardo sulla tabella di marcia dichiarata all’aeroporto di Miami, dove ebbi modo di testare la gentilezza, e la cordialità, dei poliziotti di dogana americani che mi mostrarono il manico del manga nello per il solo fatto di avere superato, di un palmo, la linea gialla innanzi al banco del controllo documenti.
«Non voglio entrare nel vostro paese» sussurrai «Me ne vado subito»
Ma da come mi guardarono capii che, sino a prova contraria, chiunque da quelle parti avrebbe potuto essere un potenziale narcotrafficante. Cominciai allora a giocare, come un bambino di otto anni, ad allungare il piedino verso quella striscia gialla, fingendo di oltrepassarla per poi ritrarre la gamba ad ogni loro, sempre meno paziente, sguardo. Ma oltre a diverse scatole di Tavor 2.5, con regolare ricetta, l’unico modo da me allora conosciuto per addormentarmi, non avevo nulla di illegale e dovettero farmi passare.
Atterrai in Costa Rica alle 18.30, che da quelle parti è già buio, e le formalità doganali si rivelarono piuttosto veloci.
Dopo mezzora già respiravo quella pioggia, che per uno strano scherzo del destino, mi aveva accompagnato da Milano. Poi quell’aria calda e umida mi fece tornare alla mente il viaggio in Venezuela. Completamente imbambolato dalla stanchezza, dall’esperienza frastornante di quel guazzabuglio di voci e colori e dal sapore dolciastro di quella stessa aria, ero trascinato da una ressa di taxisti e venditori reazione, stringevo i manici delle valige con tutta la forza che mi era rimasta. «Por favor, no entiendo!» esclamai.
Ma più quelli percepivano lo stato di difficoltà maggiormente mi identificavano in uno stolto turista.
E insistevano.
Marco arrivò, finalmente liberandomi con un solo gesto e una parola da tutto quell’imbarazzante girotondo.
Lo avevo conosciuto all’Hemingway Cafè; un sogno della mia vita che si rivelò presto il peggiore incubo.
L’Hemingway Cafè fu la mia grande débacle.
L’autentica waterloo della mia vita.
Avrebbe dovuto rappresentare un punto d’arrivo; il locale degli artisti di cui, da sempre, parlavo. Forse, nell’ufficio dell’Hemingway Cafè, avrei potuto scrivere un grande romanzo. Oltre 20 collaboratori, due bar, conchiglia rialzata per la musica dal vivo, consolle per dj, privé per gli amici con balaustra in ferro decorato, enorme cartina di Cuba disegnata sui muri, pentagrammi giganteschi delle canzoni di Paolo Conte, gigantografie immense di articoli riferenti ad Hemingway comparsi sulle più importanti testate americane, ottimi drink, letture di racconti con tappeto musicale live, poesia, jazz, cabaret, vernissage, risotti a mezzanotte…
Ma soprattutto il mio angolo privato dove, come il Grande Gatsby, scrutavo senza essere visto.
La musica, ovattata tra le pareti, giungeva vagamente alle mie orecchie, e vista da lì, la gente pareva muoversi più lentamente. Avevo impegnato ogni cosa per quel locale, giocando tutto su un solo colore.
E avevo perso.
Avevo perso il locale, la casa e la donna che, convinta di stare con un vincente, si sentì tradita lei stessa.
Le donne subodorano queste cose come segugi di razza. Avevo perduto, inoltre, la mia credibilità bancaria e un’orda, vastissima, di untuosi leccaculo che sparirono in men che non si dica. Mi erano rimasti circa trenta milioni, ricavati dalla frettolosa vendita dell’auto, e l’amico Luca Bertoletti; il mio analista adleriano preferito ma soprattutto un meraviglioso poeta, troppo astuto e pigro, per potermi seguire. Portai con me, in sua vece, una delle sue migliori pubblicazioni “Verso un movimento di fine”.
E piano piano senza rullo
la spazzola strofina le grida
nel cuore.
In quel periodo leggevo, oltre alle poesie di Luca Bertoletti, “Elogio della fuga” di Henry Laborit, donato da un altro caro amico, tra i pochi che erano rimasti e che conservo, non a caso, tuttora.
Quel libro determinò alcune scelte importanti, forse la più importante, o comunque mi aiutò a prendere la decisione essenziale.
All’Hemigway Cafè avevo conosciuto, in maniera molto distratta, un body guard cremonese.
Marco, appunto.
Egli mi parlò del Costa Rica tra un Martini e un prosecco ghiacciato. Mi parlò di un posto dove un terzo del territorio era considerato parco nazionale e dove l’esercito era stato smilitarizzato. Un luogo dove regnava la bellezza e l’ecologia, dove la natura si manifestava ancora solennemente attraverso i suoi odori e colori. Dove si incontravano animali di ogni specie allo stato brado. Dove i cavalli correvano liberi tra il verde schietto dei campi e gli azzurri chiari e i bianchi, così relativi, dell’oceano in festa. Un paese dove la gente è socievole e cordiale per costituzione fisica. Ma, soprattutto, un paese dove, con una trentina di milioni, si sarebbe potuta avviare un’attività.
Allora, tra me e Marco, non vi era neppure la confidenza di un semplice abbraccio. lo avevo un locale a cui cercavo di dare, per quanto fosse possibile, un vago indirizzo culturale, lui possedeva
un centro d’abbronzatura. Lui era un insegnante di cultura fisica, io avevo solo perso qualche partita a tennis. Lui era stato un paracadutista, io un obiettore di coscienza. Lui era nipote di un federale fascista, io figlio di un partigiano. Eppure in quel momento, dall’altra parte del mondo, ci si sentì solidali, uniti da un dovuto e immediato senso di fratellanza. Una dissonanza emotiva che però ci costringeva, da subito, a un raro obbligo d’appartenenza l’uno all’altro. Lui aveva la casa e io ancora qualche soldo; italiani in terra straniera come in qualche inutile film. Marco trattò il prezzo della corsa con un taxi sta e io lo guardavo da lontano. Era grosso e muscoloso, occhi chiari e capelli scuri rasati; una specie di marine. Aveva una grossa moto senza targa, ma in breve, il mio stupore svanì; mettere la targa da quelle parti era considerata una cosa quasi da finocchi. Marco mi fece segno di sistemare le valige sull’auto e di salire, poi fece segno all’autista di seguirlo. L’autista partì bruscamente.
Le luci, alcune colorate, illuminavano la strada e le case mentre altre forme inusuali sfrecciavano davanti i miei occhi. Provavo un’emozione forte ma confusa come le immagini che mi stavano divorando.
Sopra la testa: un cielo enorme, nero e denso come petrolio. L’atmosfera pareva implosa in una spossata disperazione, nascosta da una festosità invadente come peperoncino piccante che, come il peperoncino, ne nascondeva l’aroma originale.
Persino i poliziotti parevano recitare una parte a loro inconsueta, lontana. Pareva che tutti mi guardassero ma non era vero; nessuno in quel momento stava guardando nessuno. Le voci erano piacevoli, musicali. Vecchi e bambini recitavano lo stesso ruolo sorridendo sdentatamente. Le auto, quasi tutte in odore di demolizione, parevano vive e sofferenti. In realtà erano oggetti considerati tali, destinati a un uso proprio e non estetico. Il gusto dell’estetica era un riferimento sociale preciso. Cercai di osservare meglio e sentii la mia commozione sciogliersi in una tenerezza profonda. Ero a casa loro, ero entrato io nei loro occhi ed era molto meno vero il contrario. A un semaforo arrivò un gruppetto di ragazzini con oggetti da vendere. Avevano pantaloni corti, grossi occhi neri e magliette sudice; il taxista li cacciò con un gesto veloce della mano. I ragazzini allora corsero verso un’altra auto ferma a un altro semaforo. Sorridendo.
No, io non ero migliore di loro né, in quel momento, più fortunato. Le palme, ai bordi della strada, emanavano un profumo persistente. «Verde» pensai «Un odore verde chiaro».
Sentivo di essere vicino all’oceano e avvertivo una rara sensazione. Costa Rica, Nicaragua, Panama non sono altro che un sottile elastico che tiene unite le due americhe separando i due oceani, dando quindi l’impressione di “tensione perenne”, di eroica, romantica, vibrazione.
Ricordo di aver sorriso spesso in quel breve tratto, di circa 20 chilometri, tra l’aeroporto Santamaria e la capitale S. Josè. Lasciammo alle spalle la città di Alajuela, famosa per aver dato i natali allo stesso Santamaria a cui fu intitolato l’aeroporto. Juan Santamaria fu un eroe nazionale; un tamburino che si offrì volontario per dar fuoco all’edificio dove, durante la guerra del 1856, era asserragliato il filibustiere William Walker.
Juan ci riuscì ma perì nel corso dell’azione. Alcuni mesi dopo rischiai la mia incolumità per aver definito, in un bar di Alajuela, dopo diverse birre gelate, il loro eroe nazionale un volgare piromane.
Il breve viaggio di quella prima sera mi diede un po’ di sollievo. L’autista del taxi era poco loquace ma si sentì in dovere, una volta raggiunta la periferia di S. Josè, di redarguirmi sui vari
pericoli della città. Mi sconsigliò di frequentare la “zona rossa” un lungo quartiere, a dir suo, estremamente pericoloso. In particolare mi sconsigliò vivamente un paio di posti “caldi” dai vetri scuri e dalle frequentazioni poco raccomandabili. Dopo diversi mesi, quando iniziai a masticare la loro lingua e conoscere i loro costumi, iniziai a frequentare quei bar, dove la birra costava meno, e dove fui sempre trattato con educazione.
Il clima di quella sera era mite e iniziavo ad avere fame. Di lì a poco avrei mangiato un boccone con Marco e questo mi dava una certa serenità. Cenammo in una soda, una specie di snack bar, vicino a casa. Volli assaggiare immediatamente la cucina locale e bevvi alcune birre Imperial, che diventarono ottime amiche per tutta la mia permanenza costaricense. Assaggiai il gallo pinto che significa letteralmente “gallo a pallini” ovvero un misto di fagioli neri, uova fritte e riso servito con panna acida, il tutto leggermente speziato. La soda era frequentata da gente del posto e questo mi piaceva. Non si parlò molto, quella sera, a cena con Marco, eravamo piuttosto stanchi e rimandammo volentieri al giorno dopo ogni considerazione del caso. Avremmo avuto tanto tempo per parlare più seriamente e allora si chiacchierò del più e del meno come se fossimo ancora in
Italia. Mi chiese dell’Hemingway Cafè ma dalla mia espressione capì di dover cambiare discorso, allora parlò di donne ma anche su quel punto sentì di dover glissare.
Ci alzammo, diedi una decina di dollari al gestore della soda, un uomo piuttosto basso con mille rughe sul volto e un paio di sottili baffi neri, che ci strinse la mano con vigore e ci accompagnò all’uscita.
Fu allora che guardai le stelle e mi accorsi per la prima volta, e non mi ci abituai mai, che il cielo, da quelle parti, sembra molto, ma molto, più grande Dopo aver disfatto le valigie feci una doccia lunghissima. Poi mi sdraiai sul letto e alla luce fioca di una piccola lampada rosa aprii il libro “Elogio della fuga”. Mi tornarono in mente in quella breve scorsa.. le nozioni immagazzinate nella lettura precedente di quel testo, complice, che avevo portato con me e che. probabilmente, mi aveva convinto e accompagnato.
Ripercorsi le pagine di Laborit con dissennata voracità.
Quel libro mi aveva insegnato che quando non si può più lottare contro il vento e il mare per seguire la propria rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. Mi aveva insegnato che vi sono diversi modi per fuggire, dalle droghe alle psicosi. Dalla navigazione allo stesso suicidio.
Io avevo scelto l’esilio volontario da ogni verità che mi ero costruito dalla nascita in poi. Da ogni affetto, da ogni tipo d’amore. Laborit mi aveva insegnato a non abusare della parola amore con la quale troppo spesso si tende a giustificare tutto, anche il più ignobile dei crimini.
Mi alzai da quel letto sconosciuto e, con il libro tra le mani, unico filo che mi teneva ancora unito a quella specie di vita precedente, andai in veranda.
C’era ancora la stessa aria profumata dei tropici e una luce naturale soffusa e intensa.
E stelle a non finire.Da lontano si sentivano le grida di alcuni ragazzi come in una specie di canzone impercettibile.
Come in un sogno.
Fu allora che venni colto da una commozione profonda.. da una lacerazione interiore che mi confuse le idee.
Ma non era niente altro che una magnifica solitudine che mi accompagnò lungo tutto quell’impalpabile sogno.
E che. forse. dura ancora.