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1 Ottobre 2011 | Paesaggio dell'anima

Manifesto futurista della nuova umanità

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

1 ottobre 2011

Musica. R.T.A.: Metaphysical Vibe.

Anni folli, anni scapestrati vissuti senza risparmio, nella dilapidazione di sé, con un’energia esagerata, una forza creatrice immensa, tale da distruggere i più fragili. Parliamo degli artisti in mostra a Ferrara al Palazzo dei Diamanti, nella rassegna dedicata agli Anni Folli parigini tra il 1918 e il 1933. L’inquieto Modigliani, i saltimbanchi e i violinisti sui tetti di Chagall, le femmes fatales di Tamara de Lempicka, le invenzioni del cubismo, del surrealismo, della metafisica, del dadaismo, del futurismo, le creazioni plastiche di Mondrian, la magia dei balletti russi di Diaghilev, i ready made di Duchamp: tutto in quegli anni eccentrici e liberatori.

Musica. Alberto Rojo: Duchamp.

Duchamp chiamava “Air de Paris” un’ampolla di vetro contenente aria portata da Parigi a New York, e Man Ray, pioniere della fotografia artistica, applicava dei chiodi a un ferro da stiro rendendolo un oggetto perverso. Tanto furore creativo era in grado di arrivare da Parigi alle periferie dell’Emilia-Romagna? Abbiamo visto la settimana scorsa che tre grandissimi artisti di quel periodo erano ferraresi o comunque legati a Ferrara: De Pisis, De Chirico e Savinio, questi ultimi due fratelli. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al 1914: a Bologna, nel gennaio di quell’anno, si riunisce lo stato maggiore dei futuristi per un happenning giocondo e provocatorio all’Università, che suonava come una sfida nei confronti dell’immobilismo ottuso – parole di Martinetti – del mondo accademico.

Musica. Vasco Rossi: Manifesto futurista della nuova umanità

Con le serate futuriste, l’onda d’urto del movimento mira dunque a Bologna come centro “passatista”, di sapere inutile e congelato nella sua Università, che era la più antica e importante d’Italia. Mentre Parigi era in movimento, Bologna restava la custode dell’ultimo dio letterario, Giosuè Carducci, che il futurismo vedeva come fumo negli occhi. E la città stessa era un incubo. Sentite cosa scriveva Martinetti: “Camminavano così da molto tempo sotto le arcate in penombra dei portici, la cui infilata serpeggiava misteriosa in lontananza con la smembrata vaghezza di una visione da incubo” …

Musica. the Unquiet Void: Surrealistic Visions

Il fatto strano è che le tendenze “moderne” – chiamiamole così – avevano più presa nelle ancor più periferiche Parma, Modena e Ravenna, mentre Bologna, che già era protagonista di uno sviluppo industriale nel settore meccanico – quello che interessava ai futuristi: meccanica, velocità, motori – restava indietro nella creazione artistica. Il 2 giugno 1913 al Teatro Storchi di Modena i futuristi inscenarono un’incredibile gazzarra, con gli “intonarumori” di Russolo e tumulti nelle vie pro o contro il futurismo, mentre i passanti sbigottiti gridavano “Al manicomio! Al manicomio!”. Oltre a Modena – città natale di uno dei talenti più importanti del secondo futurismo, Enrico Trampolini – il futurismo arrivò nelle “città del silenzio” come Ferrara e Ravenna, che avrebbero invece dovuto essere quanto di più distante dallo sberleffo umoristico e dalla carica avveniristica del movimento. Arrivederci alla prossima puntata.

Musica. Jack Marchment: Marinetti.

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