18 febbraio 2008
Musica. Devendra Banhart: Pensando Enti
Perché cominciamo, cari ascoltatori, con un brano di Devendra Banhart, cantante di strada homeless e vagabondo, mezzo texano mezzo latino, e sicuramente folk singer tra i più grandi in circolazione? Perché se ne parla in ffwd_mag, un magazine sulle arti visive e sonore concepito da una coppia di giovani artisti piacentini, Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi, che operano sotto l’affascinante nome collettivo di “invernomuto”. I due Simone fanno video, installazioni e perfomance video-sonore sposando il linguaggio globale dell’arte digitale a quello locale della provincia italiana. ffwd_mag è un raffinato magazine che raccoglie contributi internazionali, ma è concepito in un minuscolo paese della provincia di Piacenza, San Damiano, che ha conosciuto un momento di celebrità negli anni Sessanta, quando un evento miracoloso – un pero fiorito in pieno inverno – l’ha fatto diventare un luogo di culto e pellegrinaggio. Il lavoro di “invernomuto” prende le mosse dalle memorie e dalle ossessioni del territorio per disegnare i contorni di una geografia affettiva e di un paesaggio naturale in cui trovano posto le nostre storie di contemporanei. Viviamo in una società liquida, fluida, fatta di segni, e anche i suoni e i rumori che ci circondano cambiano, come già aveva colto nel lontano 1939 John Cage con i suoi “paesaggi immaginari”.
Musica. John Cage: Imaginary Landscape
Anche quelle di Cage erano live performances: usava strumenti convenzionali e diavolerie elettroniche per inscenare un paesaggio nuovo, che settant’anni fa si cominciava ad intravedere, e che poteva essere descritto con una strumentazione elettronica ancora ingenua, come quella dello studio di registrazione della Cornish School di Seattle, ma già efficace. L’elemento sonoro continua ad essere fondamentale anche per “invernomuto”, che nel numero 2 del magazine coinvolge una ventina tra artisti e musicisti in un’indagine sulle abitazioni fuori città del periodo del boom economico italiano. Tra performance musicali e proiezioni video, si dipana un paesaggio che cambia in continuazione, così come la rivista del duo artistico piacentino, che a ogni sua uscita varia il formato, la veste grafica, il supporto e lo stesso concept. Un ultimo lavoro di cui vogliamo parlare è Whalesland, un video con interventi sonori che ha come oggetto ancora il territorio, e i segni incisi su di esso. Il territorio preso in esame è un luogo magico nell’Appennino piacentino, chiamato ‘buco della balena’ perché ricco di fossili di mammiferi risalenti a circa cinque milioni di anni fa. Suggestioni esoteriche e ancestrali che si sposano con il linguaggio digitale. E visto che siamo in tema, vi proponiamo il brano che i Waterboys, una band di folk-rock celtico, hanno registrato da una versione del “Bambino rubato” di Yeats, scrittore che ci restituisce le immagini di un mondo naturale e selvaggio, in netto contrasto con la vita domestica e artefatta della civiltà contemporanea. La balena degli Appennini, come i laghi e i precipizi di Yeats, ci raccontano di un mondo immoto, che oggi possiamo solo riempire di rumore.
Musica. Waterboys: The Stolen Child.
Più o meno negli anni in cui John Cage faceva i suoi esperimenti di musica elettronica, a Parigi gli emigrati piacentini suonavano la musica con cui erano cresciuti. A loro non interessava la ricerca, volevano far ballare e divertire le persone semplici. Si chiama “la volpe di Piacenza” questo pezzo di valse musette di Louis Corchia, la cui carriera di musicista migrante cominciò nelle Alpi Marittime, seguendo le orme del padre Primo che fu compositore e specialista di tango e bandoneón.
Fu proprio con l’orchestra di Primo Corchia che il piccolo Louis debuttò, al dancing Le petit jardin a Parigi. La sera che dovette sostituire il padre, il tredicenne Louis diventò il più giovane direttore d’orchestra della città. Finita la guerra, Louis Corchia mise in piedi una propria orchestrina, ed ebbe il primo ingaggio alla brasserie La croix de Malte. Doveva suonare ogni sera, per un mese. Ci restò un anno. Dalla Parigi degli esistenzialisti, già innamorati di Edith Piaf, Louis Corchia passò in America, a suonare nei saloni dell’hotel Waldorf Astoria a New York, applaudito dagli emigranti. Poi tornò in Francia, fece qualche passaggio in tv, vinse un Disco d’Oro nel 1989 e l’Oscar della danza, con i suoi brani sempre nella hit parade dei più ballati.
Musica. Louis Corchia: Plaisance fox.
Siamo partiti da Devendra Banhart che va a registrare il suo disco Cripple Crow nella rurale Georgia, per arrivare alla musica da ballo che gli emigranti piacentini hanno portato in giro per il mondo, aggrappati alla loro fisarmonica come al cordone ombelicale che li unisce alla terra. Sempre di musica rurale si tratta, e ci chiediamo se esista in qualche modo una musica moderna della campagna, così come esiste un genere letterario, in Italia, definito “gotico rurale”, che ha nel romagnolo Eraldo Baldini la sua massima espressione. Una musica magari concepita in città, come questa degli inglesi Dakota Suite, che sono di Leeds, ma che ci accompagna fuori della città, nelle campagne silenziose dove le aie coloniche, come nei romanzi di Baldini, sono il centro di un mondo infido. Un mondo i cui placidi sentieri sono solcati dalla paura. Occorre predisporsi alla lentezza, per affrontare la musica rurale; e armarsi di nostalgia e inquietudine, sottolineate da un ritmo sonnolento, che ci fa meditare e struggere.
Arrivederci alla prossima puntata, cari amici.
Musica. Dakota Suite: Radiosong.
A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.