13 novembre 2008
Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi. Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto” , una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro, c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.
Nei racconti de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.
Cominciamo con il racconto di Valerio Varesi, parmense, giornalista e autori di diversi romanzi. Un suo personaggio, il commissario Soneri, è approdato in tv con il volto dell’attore Luca Barbareschi, nello sceneggiato “Nebbie e Delitti” andato in onda a più riprese su Rai Due e ambientato a Ferrara, tra le nebbie e le terre basse del Delta del Po.
Mussolini
di Valerio Varesi
Del fatto di Bocchi se ne parlava ancora dopo molti anni e ce n’erano più versioni che carte da gioco. Siccome tutti lo raccontavano alla loro maniera, in definitiva non ci si capiva più niente. Osvaldo che si era preso la colpa, uscito di galera se n’era andato nel modenese a lavorare alle ceramiche e nessuno l’aveva più visto. I suoi compagni non ne vollero mai sapere di parlare e anche loro si persero per strade differenti. Nemmeno si era più ucciso il maiale tutti assieme, visto che la cooperativa aveva messo su il macello ed era più comodo portare la bestia lì, pagare il fio, e ritirare poi la roba bell’e fatta. Ma ogni tanto qualcuno tirava fuori Bocchi anche per un semplice paragone. L’hanno infilzato come Bocchi… C’ha più buchi di Bocchi… Si faceva presto a tornare sull’argomento. Ci si scherzava e ormai si inventavano fole apposta. Ma una sera che Zurlini l’aveva sparata più grossa, era saltato su Ottorino e gli aveva fatto la ramanzina. Dopotutto, in quella storia, uno ci aveva rimesso la ghirba e in tanti si erano rovinati. Lui la conosceva bene perché suo zio era uno di quelli che c’erano e l’avevano anche chiamato a testimoniare al processo. Però la erità non si era saputa del tutto neanche lì perché c’entravano un mucchio di cose: la politica, le donne, vechie rogne e i rancori che si tira dietro la guerra. Detto questo, Ottorino si era preso una pausa per buttare giù n altro bicchiere prima di stupire tutti dicendo: «La faccenda è cominciata quando hanno ucciso Mussolini.»
Qualcuno l’aveva mandato a cagare tra i tavoli del bar dell’Orietta. Mica potevano ricordare tutti Mussolini. I più vecchi, forse. Sta di fatto che Mussolini era il maiale nero più bello che avessero mai macellato in val Termina. Baldo l’aveva comprato alla fiera di San Rocco a fine estate, tirandolo fuori da una nidiata di dieci perché già da piccolo comandava su tutti. Quindi l’aveva lasciato arare col grugno in lungo e in largo il bosco di Villanuova che aveva sotto una spanna di ghianda e Mussolini era ingrassato come una camera d’aria. A San Martino, quando i norcini avevano da girare più dei cani da caccia, Baldo non si decideva ancora dopo diciotto mesi di pastura. Pensava di tirarlo fino alla soglia dei due quintali e s’immaginava continuamente il grasso profumato che si andava ispessendo, la carne che cresceva. Calcolava a occhio il numero di bondiole, salami e soppressate che si sarebbero ottenute e ogni volta concedeva un’altra settimana di vita a Mussolini. E poi c’era l’orgoglio di avere una bestia così. I negozianti l’avrebbero comprato seduta stante e ogni tanto ci provavano venendo a vederlo e facendolo prillare a pacche nel culo per guardarlo meglio finché non si ribellava e cominciava a girare in tondo col suo verso stridulo.
«Veh, Mussolini… »
Dall’Orietta non si sentivano nemmeno più le carte cadere sui tavoli.
«Ma Baldo era fascista?» chiese il commesso del consorzio agrario che era venuto a stare in paese da poco. Gli rispose una risata.
Baldo era stato partigiano nel distaccamento don Pasquino della quarantasettesima Garibaldi comandato da Osvaldo. Comunista da sempre. Come gli altri che erano lì quel giorno e mica potevano immaginare che i norcini si tirassero dietro uno di fuorivia più giovane, uno di Corniglio che aveva trafficato con la brigata nera. E poi, nel ’52, le passioni erano ancora carne viva e in molti c’avevano i moschetti pronti in solaio. Togliatti infiammava le piazze e la polizia fascista faceva macelli. C’era poco da ridere, allora.
Fatto sta che Baldo aveva chiamato il maiale Mussolini in spregio al duce. “Un nimel cmè lu”, un maiale come lui, diceva ammirandolo. Più s’ingrossava, più diventava forte, più si mostrava prepotente nello stabbio, più c’era gusto ad ammazzarlo. Anche se la faccenda andava per le lunghe e ormai stava arrivando la fine di novembre con la neve che era già venuta a sporcare le strade un paio di volte senza fermarsi.
«È proprio il ritratto del duce» diceva Baldo agli altri. «C’ha la testa grossa come lui. »
«Testa di cazzo» sibilava Guarnieri che era il più incarognito di tutti per via del padre ammazzato dai fascisti.
«Ho sempre detto che è una storia di politica» alzò la voce Rocchi. «Una storia tutta politica» ribadì.
Ottorino scosse la testa.
«Le cose non hanno mai un verso solo» borbottò. «Nei temporali, a far danno, non c’è solo l’acqua… »
«Sto con quello che è saltato fuori al processo» ribadì Rocchi.
«I processi non la raccontano mai tutta. Prendono una piega e ci vanno dietro: è più comodo» ribatté Ottorino con scetticismo. «Non hanno parlato di quella storia di donne… »
Se ne parlava nelle osterie anche in alta val Parma, ma più che altro erano pettegolezzi, sussurri. Però di quelli insistenti come la musica dell’organino della sagra. Quando Bocchi era stato ammazzato sotto il portico di Baldo e le chiacchiere avevano cominciato a girare, si diceva che Osvaldo s’era presa una colpa non sua e che c’entravano la politica e le donne. Poi, dal modo in cui era stato ammazzato, si capiva che tutto quello non bastava e che in mezzo dovevano esserci state anche altre rogne rimaste a lungo a covare. Bocchi, infatti, sembrava un San Sebastiano. Gli avevano trovato almeno una ventina di buchi fatti con l’osso del cavallo che serve per annusare i prosciutti stagionati, tanto che sembrava l’avessero davvero saggiato da capo a piedi. Il colpo mortale, però, ce l’aveva nel petto: una pugnalata vera, di coltello, dritta al cuore come avevano fatto con Mussolini e tutti i maiali passati all’arma bianca dei norcini.
Parlandone a babbo morto, va detto che Bocchi se l’era un po’ cercata. Se vai a macellare un maiale a casa dei comunisti nel ’52, e c’hai un passato nero, come minimo te ne stai zitto. Ma Bocchi era così, uno che non si rassegnava al fatto del tempo. O forse c’era andato apposta. Qualcuno la chiamava fedeltà, altri idiozia. Certo non era stata una gran mossa quella di far l’offeso e parlare a mezza voce quando a Mussolini era toccato di morire gemendo. Già gli altri l’avevano fiutato molto prima, quando Osvaldo aveva cominciato a tirare madonne rivolgendosi al maiale con un mucchio di frasi feroci.
«Adesso ti impicchiamo per i piedi Mussolini… Qui è come in piazzale Loreto… Spezziamo le reni al testone… Stasera ci mangiamo il tuo sangue fritto… In culo alla brigata nera!»
A Bocchi erano già scappate due o tre parole che erano finite negli orecchi di Guarnieri.
«Te, mi stai andando su per una braga» gli aveva detto con un ringhio. Ma poi la cosa era finita lì perché Mussolini aveva cominciato a strepitare sul prato quando Baldo l’aveva preso per le orecchie e gli gridava: «Sta fermo rotto in culo d’un duce!» mentre “al long”, Brighenti, un norcino alto con la faccia triste di Manolete e la sigaretta Alfa che gli pendeva perennemente da un angolo della bocca, infilava l’uncino in gola alla bestia che strillava come un perno grippato tirando indietro, tanto che “al long” si era piegato tutto come un ramo di salice.
L’altro norcino, Brenno Casoni detto “puleggia” perché era tondo e rapido che sembrava il volano della trebbiatrice, gli aveva alzata la zampa anteriore destra e gli aveva infilato sotto il lungo coltello “corador” fino al cuore. Mussolini era crollato immediatamente sul grasso della pancia. L’avevano lasciato per un po’ a sbattersi sull’erba guazza in un laido coro di insulti e di cancheri rabbiosi.
«Crepa Mussolini!» gridavano contro il povero maiale preso a metafora.
Bocchi era rimasto zitto anche al momento di tagliare le mezzene. Li aveva lasciati sfogare nell’aia, tra vino e sangue che avevano lo stesso colore. La bestia era stata impiccata per i piedi ai pioli dello scalone del fienile, poi squartata e sgozzata affinché il sangue colasse tutto dentro il paiolo di rame. Quindi era stata svuotata delle interiora che sarebbero servite per la trippa e per contenere la carne dei salami, poi erano stati tolti gli altri organi. Baldo aveva sollevato il fegato: «Stasira eg magnema al fideg! » Stasera gli mangiamo il fegato. A Mussolini, quell’altro, naturalmente.
Bocchi aveva incassato in silenzio. Si sentiva già un sorvegliato speciale e gli sguardi lo tenevano sotto tiro come carabine. Così avevano tagliato il maiale, che della bestia non si buttava via niente. Neanche le ossa, prima leccate ben bene dai cani e poi vendute a uno che andava di aia in aia a raccoglierle per farci il concime.
Sul bancone si erano così accumulati i pezzi nobili e le frattaglie: i salami fatti coi ritagli pregiati, la coppa col sopraspalla, la pancetta con la parte più grassa sottopelle, la soppressata con gli scarti più grassi cotti fino a scindere lo strutto e soprattutto i prosciutti con le cosce rifilate e guarnite di sugna. Era stato allora che tutto era precipitato. Guarnieri li aveva sollevati come trofei e aveva esclamato: «Guardateli, non sembrano Mussolini e la Petacci?»
Non era chiaro quello che aveva detto Bocchi in quel momento. Al processo era saltato fuori solo che si trattava di un grave insulto, ma le testimonianze furono molto confuse. Certo è che doveva essere qualcosa di parecchio offensivo se anche il collegio giudicante di una magistratura in larga parte rimasta di fede fascista, aveva riconosciuto a Osvaldo l’attenuante della provocazione. Pare che Bocchi avesse sibilato: “Cla vaca ed vostra medra”, quella vacca di vostra madre.
Da qui in poi ci si deve accontentare del racconto di Osvaldo che risulta agli atti del processo a cui, peraltro, nessuno crede. Osvaldo era il più vecchio e il capo partigiano che comandava tutti i protagonisti di questa storia. Si dice che lui, essendo stato a lungo il responsabile in tempo di guerra, si fosse preso la colpa con lo stesso spirito di quando combatteva la brigata nera e quelli della “Hermann Goering”. Ebbene, Osvaldo aveva detto al giudice, in una confessione somigliante a un comizio, che Bocchi, dopo tutte le schifezze commesse dai suoi camerati, li aveva insopportabilmente insultati sfidandoli. E che lui, testimone solo pochi anni prima delle torture e degli assassinii subiti dai compagni, non poteva sopportarlo. Così aveva preso la tibia del cavallo che serve per annusare i prosciutti stagionati dicendo a Bocchi che avrebbe nasato quel che aveva dentro e che, stando a ciò che pareva da fuori, doveva aver solo un mucchio di merda. Osvaldo l’aveva inchiodato per una ventina di volte e alla fine, ormai cieco d’ira, l’aveva “corato” come era appena accaduto con Mussolini. Di più non gli era uscito di bocca. I giudici provarono anche a incriminarlo per autocalunnia, ma alla fine non saltò fuori nient’altro che quel suo racconto e si decisero così a condannarlo. Lui, del resto, era andato incontro al suo destino con fierezza. Alcuni dicevano con la stupidità della disciplina comunista.
Anche il caso si era messo in mezzo e aveva fatto deflagrare la lite. Quell’insulto sfuggito a mezza voce, Bocchi che quel giorno doveva essere da un’altra parte, quella combriccola di bolscevichi che non si aspettavano di avere un fascista tra i piedi e soprattutto quei due prosciutti: Mussolini e la Petacci. Le donne… In questa storia c’entravano più della politica, secondo alcune voci. Anch’esse partivano da Osvaldo, dalla sua passione per il ballo, forte come quella per la bandiera rossa e lo sten. Girava tutte le feste paesane, estate e inverno e spesso lo si vedeva su a Corniglio anche con la neve alta fino alle orecchie. Di donne ne aveva sempre, anche di giovani. Con loro era deciso, determinato come in battaglia e raramente gliene scappava una. Compresa la moglie di Bocchi di cui si diceva che avesse mordente da vendere e, come trivialmente si sussurrava in val Parma, le piacesse molto “mettere il duce a villa Torlonia”.