20 novembre 2008
Quindici scrittori emiliano-romagnoli per quindici gialli costruiti intorno a un vino o a un cibo dell’Emilia-Romagna. Quindici storie di suspence e di atmosfera che hanno per protagonista un prodotto che riassume in sé la cultura di un territorio: dall’aceto balsamico di Loriano Macchiavelli al salame felino di Carlo Lucarelli; dalla piadina romagnola di Eraldo Baldini al formaggio di fossa di Marcello Fois, al prosciutto di Valerio Varesi. Sono gli ingredienti de “Il Gusto del delitto” , una raccolta di racconti inediti scritti da alcuni tra i più famosi giallisti e scrittori emiliano-romagnoli, per iniziativa dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Leonardo Publishing. All’origine del libro, c’ è il binomio “cibo e mistero”, perché “l’atto di mangiare reca sempre in sé una qualche forma di distruzione, un delitto insomma” – come ha sottolineato il curatore Sandro Toni.
Nei racconti de “Il Gusto del Delitto”, accanto al cibo, entra in gioco la terra di cui quel cibo è espressione: l’Emilia-Romagna con le sue campagne, la sua cultura, la sua tradizione. Ecco allora il formaggio parmigiano di Danila Comastri Montanari, la pesca di Romagna di Licia Giaquinto, l’aceto balsamico di Valerio Massimo Manfredi, la patata di Gianni Materazzo, la carne di maiale di Simona Vinci, la mortadella di Gian Piero Rigosi, e naturalmente i vini: il Sangiovese di Maurizio Matrone, il Pignoletto di Sandro Toni, l’Albana di Grazia Verasani , il Lambrusco di Francesco Guccini.
Cominciamo con il racconto di Valerio Varesi, parmense, giornalista e autori di diversi romanzi. Un suo personaggio, il commissario Soneri, è approdato in tv con il volto dell’attore Luca Barbareschi, nello sceneggiato “Nebbie e Delitti” andato in onda a più riprese su Rai Due e ambientato a Ferrara, tra le nebbie e le terre basse del Delta del Po.
Mussolini
di Valerio Varesi
Osvaldo con donne così, ci andava matto e se c’era da battagliare, non si tirava indietro. Con la moglie di Bocchi pareva avesse battagliato spesso fino a un po’ di tempo prima del fatto. Anche in questo caso c’era di mezzo un maiale. O meglio, una “sana”, una maiala che non figliava più e siccome era di razza nera anche lei, l’avevano chiamata proprio Petacci.
Quella di dare ai maiali nomi di fascisti era una consuetudine nelle valli dell’Appennino dove la guerra aveva seminato più morti. Era rimasta nell’aria una minacciosa ansia di vendetta che si sfogava nel rito cruento della macellazione. Ma nel caso della Petacci la rivalsa aveva preso un’altra strada. La bestia aveva due cosce che pesavano quattordici chili l’una appena staccate e tutti dicevano che sarebbero diventate prosciutti memorabili. “Il long” e “Puleggia” le avevano salate e lasciate per due settimane sulle assi ad assorbire la concia, poi erano tornati per valutare quanto sale si era sciolto nella carne e le avevano fatte attaccare ai travetti della cucina perché asciugassero. A metà inverno erano state trasferite in camera da letto al freddo asciutto, sopra il comò con le foto di famiglia e a primavera, col sole di marzo, esposte al sole nelle ore calde al riparo dalle arie cattive della Bassa. Ogni tanto Osvaldo saliva a tastarle, le annusava, le spiccava dal chiodo e le soppesava con voluttà sensuale. Erano davvero un paio di prosciutti straordinari e la sera si addormentava nel loro profumo sognando feste paesane dove si mangiava e beveva e c’erano donne allegre. In uno di questi sogni era comparsa la moglie di Bocchi e gli era subito piaciuta tanto che al mattino s’era svegliato invaghito.
Il marito, mica l’aveva mai visto. Lui non frequentava le balere. La moglie, invece, era una indiavolata e quando gli era capitata tra le braccia in una mazurca, aveva sentito che aveva il fuoco dentro. Si erano dati appuntamento ed era nata una relazione fatta di incontri sotto il portico, dentro cantine nell’odore del mosto, contro i pilastri delle barchesse o tra i filari nella bella stagione. E intanto i prosciutti compivano l’anno della maturazione, ma Osvaldo aspettava. Era un uomo paziente. Diceva che coi salumi e le donne ci vuole pazienza per ricavare il massimo. Così erano arrivati i diciotto mesi.
Mussolini già scorrazzava nel bosco di Villanuova da lattonzolo. Una sera Osvaldo aveva deciso.
« Vendo un prosciutto emetto amano l’altro » annunciò.
Ma il bello era che l’avrebbe venduto proprio alla moglie di Bocchi. L’idea era spuntata quando lei gli aveva confidato che alle elezioni il marito metteva la croce sulla fiamma del Movimento sociale italiano.
«Sarà costretto a ingoiarsela» aveva detto Osvaldo allusivo e ambiguo.
Detto fatto, si era messo in testa di vendergli il prosciutto della maiala Petacci così avrebbe dovuto ingoiarsela davvero. Ma non la croce sulla fiamma tricolore, bensì nientemeno che la morosa del duce.
«Oltre a scopargli la moglie, gli facciamo ingoiare fetta dopo fetta la sua anima nera» aveva concluso Osvaldo una sera a un tavolo dall’Orietta.
Di faccia, questo Bocchi, non l’aveva mai visto e non gliene fregava molto di incontrarlo. Gli bastava sapere che era un fascista per provare una perfida soddisfazione. Ma poi le voci, nelle valli dove tutti si conoscono, sono incontenibili e passano sottotraccia come le vene d’acqua nella terra. Di Osvaldo e della moglie di Bocchi s’era saputo in giro e si diceva che Corniglio non fosse più un posto raccomandabile. C’era persino chi diceva che il cornuto aveva organizzato una pattuglia di vecchi camerati per vendicarsi. Osvaldo non aveva paura, non ne aveva avuta nemmeno delle SS, ma forse si era stancato di suo e quella donna non gli andava più bene. Si diceva che ne avesse per mano un’altra, giù a Langhirano, che gli aveva fatto passare la smania per la moglie di Bocchi.
Fatto sta che a Corniglio non ci era più andato, ma era venuto Bocchi da lui. Senza conoscersi prima, si erano incontrati davanti alla mole imponente di Mussolini.
E impossibile sapere se Bocchi si fosse aggregato ai norcini apposta rinunciando a un altro lavoro. In tanti dicono di sì, che voleva prendere le misure a chi gli aveva affibbiato il marchio d’infamia del cornuto e di quello che si era mangiato la Petacci. Certo doveva sentirsi un uomo morto quando aveva scoperto che la derisione fa più danni delle pistole. E proprio per quello voleva forse lavarsi via l’onta dimostrando il coraggio di sfidare il rivale in casa sua, in quella specie di comitato centrale riunito apposta il giorno dell’esecuzione di Mussolini. Altri ipotizzano che volesse far fuori Osvaldo davanti a tutti con un gesto clamoroso di quelli che finiscono sul giornale, che poi i camerati l’avrebbero ricordato per sempre. Ma era andata diversamente e nessuno avrebbe scommesso su quell’ipotesi. Le uniche cose certe erano la morte di Bocchi e la sentenza del processo: nient’altro.
Ragionando di chiacchiere, invece, ci sarebbe anche la storia della roba. Di quella non si era saputo subito anche perché Guarnieri si guardò bene dal raccontarla. L’aveva scoperta uno dei negozianti che giravano per le valli a commerciare bestie: Guarnieri e Bocchi erano mezzi parenti e avevano battagliato per un pezzo di terra e un bosco ad Albazzano. Vecchi contrasti deflagrati di fronte al notaio e poi in schermaglie tra avvocati. Alla fine l’aveva avuta vinta la parte di Bocchi che si era presa tutto, a detta di Guarnieri comprando il giudice. E come poteva, un magistrato di fede fascista, dare torto a un camerata iscritto al partito? Così Guarnieri si era scornato, ma gli era rimasta dentro la rabbia che lui aveva sfogato in val d’Enza e in val Termina prendendo a schioppettate le camicie nere. Anche dopo il 25 aprile avrebbe voluto continuare a “pulire casa”, come diceva spesso, tanto che più volte Osvaldo l’aveva richiamato alla prudenza e alla disciplina per evitare che facesse stupidate. Chi l’ha conosciuto, infatti, giura che a tirare la coltellata al cuore di Bocchi sia stato proprio lui. Anche ai carabinieri era parso subito strano quel corpo forato in tante parti da colpi non mortali e poi finito da una coltellata decisa, inequivocabilmente tirata per uccidere. Un cambio d’arma che suggeriva l’idea di due differenti volontà, di due rabbie di diversa misura.
Osvaldo aveva preso fin dall’inizio sotto tutela quel ragazzo coraggioso ma irriflessivo e, si diceva, che anche quella volta l’avesse coperto tirandosi addosso la colpa. Lui non era vecchio, ma ne aveva già viste abbastanza. L’altro sembrava ancora nuovo al mondo, aveva due figli piccoli e forse, agli occhi di Osvaldo, doveva apparirgli lui stesso come un figlio. Quello che forse aveva voluto ma che la guerra e il tempo speso in politica gli avevano impedito di avere. Comunque, nessuno può sapere se questa storia c’entra davvero col fatto di Bocchi. Che c’entri o no, c’è e ne va tenuto conto. Come del fatto che anche fra compagni bollissero vecchie rogne per la ragione che Osvaldo, a un certo punto, aveva manifestato simpatie per Bordiga e la cosa non era andata giù alla federazione. provinciale. Si diceva che fosse caduto in disgrazia, ma che rappresentasse una figura troppo importante per essere tolta di mezzo facilmente, con un semplice procedimento. D’altro canto, proprio per il suo ascendente, Osvaldo stava diventando troppo pericoloso. Insomma, c’era chi dietro il fatto di Bocchi aveva visto una macchinazione politica per tagliare fuori il vecchio comandante partigiano. La pugnalata al cuore del fascista era stata una pugnalata anche a lui perché era finito in galera, lontano dai giochi negli anni migliori e quando era uscito la partita non aveva più storia. Ecco perché si era andato a seppellire nella Bassa modenese a inscatolare mattonelle, laddove non sapevano molto di lui ed era semplicemente “al pramsan”, il parmigiano.
Che poi fosse stato proprio Guarnieri a tradirlo in quel modo, facendo trascendere una lite o avviandola di proposito sapendo che Osvaldo sarebbe stato il principale sospettato per fatti privati e anzianità politica, sembrava paradossale, ma forse per questo la gente vi attribuiva credito. Da che mondo è mondo, tutti credono più alle favole che alle verità. Specie quando i protagonisti si dileguano lasciando solo una scia di ombre. Anche Ottorino, che pur ha sentito spesso lo zio parlare del fatto di Bocchi, ha la testa confusa e non sa più distinguere nettamente i fatti dall’esorbitante invenzione che si sono tirati dietro. Dopo la ramanzina a Zurlini dall’Orietta, anche lui non ha più voluto parlare di quella storia. Assiste indifferente al racconto della vicenda e al suo trasformarsi progressivo senza più reagire, arreso di fronte all’ineluttabile. Del resto era tutto scritto fin dall’inizio. Non era una finzione, una truce rappresentazione, quel maiale nero ammazzato sull’aia di Baldo? Mussolini. Tutto era cominciato il giorno che Baldo aveva detto: “Domani ammazziamo Mussolini”.