E se l’Emilia-Romagna fosse un suono?
Quale musica potrebbe accompagnarci per un viaggio attraverso questa regione: un viaggio senza una meta precisa, un’avventura a inseguire ricordi, emozioni, colori, paesaggi, vagabondando un po’ qui un po’ là e lasciandoci trasportare dalle passioni del momento?
E’ così che vogliamo iniziare le trasmissioni di Radio ER, la radio dell’Emilia-Romagna che viaggia sul web, alla quale potete collegarvi scaricando gratuitamente un semplice programma che trovate sul sito www.emilianoromagnolinelmondo.it.
Scaricate i file audio e ascoltateli quando volete, quando avete tempo, magari la sera se vivete all’estero e, davanti a un bicchiere di vino, vi viene nostalgia della vostra terra, di questo piccolo pianeta chiamato Emilia-Romagna.
Ma niente paura: se non avete facile accesso a internet, presto potrete ascoltare i nostri programmi attraverso un normale apparecchio radio, via etere. Succederà non appena le comunità emiliano-romagnole nel mondo, con l’aiuto della Regione, avranno stipulato le necessarie convenzioni con le radio italiane che trasmettono all’estero. Allora potremo inserire anche le nostre trasmissioni nella loro programmazione. Come sapete, al momento sono 124 le associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo, sparse in 24 paesi e quattro continenti, Asia esclusa.
Ma che bisogno c’è – dirà qualcuno – di una radio regionale a diffusione internazionale? Questo microcosmo chiamato Emilia-Romagna è così importante per la storia dell’umanità, oltre che per i suoi figli, e i loro discendenti, e i discendenti dei discendenti, che vivono all’estero, per i quali il legame con la terra d’origine è cosa naturale anche se – magari – non parlano più l’italiano?
Beh, non possiamo darvi la risposta subito. Potremmo dirvi che questa è la terra di Giuseppe Verdi – che state ascoltando in sottofondo in una bella trascrizione per flauto e pianoforte del maestro bolognese Giorgio Zagnoni. Potremmo dirvi che questa è la terra dei mosaici bizantini, delle più belle chiese romaniche d’Europa, di Federico Fellini e di Enzo Ferrari con i suoi bolidi rossi, dei tortellini e del formaggio parmigiano-reggiano… Ma per noi questa terra è soprattutto un paesaggio dell’anima: questo è il suo valore universale. E comunque, non vogliamo scoprire subito le nostre carte. Seguiteci nel nostro viaggio. Non abbiamo bisogno di molte altre parole, per il momento. Partiamo subito. Mettiamoci in cammino.
Musica: Zucchero Fornaciari e Sinead O’ Connor, Va Pensiero.
Questa che sentiamo adesso è una curiosa interpretazione del Va Pensiero di Giuseppe Verdi. Cantano in inglese una rockstar nostrana, ma dal successo internazionale, Zucchero Fornaciari di Roncocesi, paesino alle porte di Reggio Emilia, e l’irlandese Sinead O’ Connor.
Irlanda, Reggio Emilia: insomma, radici celtiche – a sottolineare come la musica di Verdi sia legata alla terra, all’opera dell’uomo, profumi di nebbia e di libertà. E’ un canto libero, a squarciagola, in queste vallate emiliane dove dall’Irlanda si rifugiò San Colombano, il fondatore del monastero di Bobbio, sulle colline di Piacenza: anno 614 dopo Cristo.
Tutto torna, dunque, a chiudere il cerchio. Sentite come in questa interpretazione del nostro bluesman di Reggio Emilia si respiri aria di casa: come in un fumoso locale della Louisiana dove suoni una big band scalcagnata; o come in un pub di Dublino dove, a forza di pinte di birra, si va a cercare l’amicizia eterna.
La musica di Verdi parla, riscalda la memoria, dà voce alla sofferenza. L’inno del Nabucco che abbiamo appena sentito, in una versione certo insolita, è uno dei testi sacri della cultura italiana; per gli italiani in Italia e all’estero è l’emblema della nostra araldica sonora. Molti, soprattutto al nord, lo vorrebbero usare come inno nazionale al posto di Fratelli d’Italia. E’ un canto d’esilio, d’emigrazione: è il canto degli italiani. E certo si sente, in questa malinconia nostalgica, quasi il piacere di essere tristi che si levava dalle pianure del Po nel nostro Risorgimento.
Ma il nostro viaggio in questa regione, in questo paesaggio dell’anima, non può che iniziare da Bologna.
Perché è Bologna la porta d’ingresso della regione. Vi si arriva direttamente con l’aereo, all’aeroporto Guglielmo Marconi; oppure si arriva col treno, perché è la stazione più importante d’Italia, luogo di snodo tra nord e sud. Si arriva in stazione vedendo il santuario di San Luca in cima alla collina, attraverso i graffiti disegnati di notte da artisti improvvisati sui muri dei cantieri dell’alta velocità ferroviaria.
Bologna, dunque, come centro da cui spaziare in questo piccolo universo chiamato Emilia-Romagna.
Bologna città di studenti, sede della più antica Università del mondo, con oltre 900 anni di vita. Bologna città di osterie, dove si viene a cercare un amore. Lo si viene a cercare, magari, girando in macchina sui viali che avvolgono ad anello il centro, dove ormai si entra solo senza automobile.
Si viene a Bologna, e piove… Ascoltiamo allora questa canzone – Bologna, e piove – di Federico Poggipollini, che ci parla dell’amore come diluvio dei sensi, tenerezza, nostalgia. “Se fossi acqua incontrerei la linea del tuo viso…”: quanti amori si sono intrecciati a Bologna, quanti abbracci sotto i portici, quanto ardore giovanile…
Musica: Federico Poggipollini, Bologna… e piove.
Acqua, dunque (ci sentiamo tutti un po’ bagnati dopo questa canzone). Acqua come quella della fontana del Nettuno, il simbolo di Bologna insieme alle due torri. E’ sotto il muscoloso dio rinascimentale, il Nettuno, che ci si dà appuntamento a Bologna: qui e davanti alla vicina Sala Borsa, la frequentatissima biblioteca centrale, luogo privilegiato d’incontro di ragazzi e studenti.
Ma Bologna è anche città della nostalgia. Il grande Pier Paolo Pasolini, che da giovane vi aveva studiato all’Università, scrisse nel marzo 1969: “Cos’ha Bologna, che è così bella? L’inverno col sole e la neve, l’aria barbaricamente azzurra sul cotto. Dopo Venezia, Bologna è la più bella città d’Italia, questo spero sia noto”.
“L’aria barbaricamente azzurra sul cotto”: stupenda, questa immagine di Pasolini – che forse idealizza il cielo su Bologna, raramente di un azzurro splendente, barbarico; o forse voleva dire che negli occhi, anche quando abitava a Roma, gli era rimasto, di Bologna, quel suo fascio luminoso, discreto, profondo, che si posa sulla pietra rossa, sul cotto impolverato dal tempo.
“Bologna è una vecchia signora coi fianchi un po’ molli – col seno sul piano padano ed il culo sui colli – Bologna arrogante e papale – Bologna la rossa e fetale – Bologna la grassa e inumana – già un poco Romagna e in odor di Toscana”. Questo è l’inizio della celebre canzone su Bologna di Francesco Guccini, che ora andiamo ad ascoltare. Il cantautore di Pavana, modenese e bolognese insieme, montanaro ed eterno studente di città, è uno dei personaggi più carismatici del panorama musicale italiano. Guccini ha superato brillantemente anche la prova del fuoco della letteratura “alta”, dove si è cimentato con racconti e romanzi ben accolti dalla critica. E’ lui che ha saputo stanare le cupe penombre della città medievale, che nascondono osterie sotto i lunghi portici.
Musica: Francesco Guccini, Bologna.
Guccini è un po’ il Socrate della canzone italiana, per quella saggezza intrisa di nostalgia che ci regalano i suoi testi. E’ il cantore delle Osterie di fuori porta, che è anche il titolo di un suo brano molto noto. E’ il poeta del tirar tardi in compagnia, da vecchio studente fuori corso, della vita e del tempo che fuggono con il rimpianto di aver sprecato occasioni che non si ripresenteranno mai più.
Bologna, dice Guccini, è una “Parigi in minore”: così, almeno, appare a noi provinciali, coi suoi bistrò e i suoi locali chic. Ci sono tanti studenti, musicisti, chierici vaganti, gente che suona. Città cosmopolita, dove sono presenti un’Università americana e studenti provenienti da tutta Italia e tutta Europa, Bologna ha assorbito influenze culturali diverse. La musica dei TilibilKe Ruticar OrKestar – giovanissimo e sconosciuto gruppo di Sasso Marconi, un paese poco fuori Bologna, in direzione dell’Appennino toscano – ha un’andatura buffonesca, come una giostra felliniana. Si cimentano, questi ragazzi, con un repertorio da banda di paese che non disdegna le suggestioni colte, e tirano fuori un pezzo come questo “Diregelt” cantato in tedesco, dove le atmosfere da cabaret di Weimar si sposano con quelle dei film muti espressionisti proiettati in Piazza Maggiore a Bologna durante le rassegne della Cineteca comunale.
Musica: TilibilKe Ruticar OrKestar, Dire Gelt.
Ma ora è tempo di riprendere la strada. Usciamo dal centro di Bologna, con il suo colore rosso, le sue case di mattoni, la sua bellezza forse poco spettacolare ma sicura, e torniamo sul ring, sull’anello dei viali, con un brano dei Modena City Ramblers che racconta una storia dei nostri giorni. Non possiamo non vedere, infatti, “lungo i viali verso sera”, come dice la canzone, tutte quelle ragazze nere che si guadagnano da vivere nel modo più terribile, ai margini dell’opulenta città occidentale – una delle più ricche d’Europa. “Sono nata dove la pioggia porta ancora il profumo dell’ebano – tutti dicevano che ero bella come la grande notte africana” ma ora, sui viali di Bologna, “porto stivali coi tacchi e la pelliccia leopardata”…
Musica: Modena City Ramblers, Ebano.
E ora via, nella notte, dalla città frettolosa: ci rimettiamo in viaggio.