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2 Maggio 2006 | Paesaggio dell'anima

N°10-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 10° Puntata

Di nuovo in viaggio e di nuovo nella Romagna che confina con la Toscana. Siamo nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, dove i boschi e i numerosi ambienti naturali rimasti intatti nel tempo fanno da cornice ai segni della millenaria presenza dell’uomo: borghi, mulattiere e soprattutto due santuari di assoluto fascino come Camaldoli e La Verna, che sono appena al di là del confine toscano. San Romualdo nel 1012 e San Francesco nel 1224,  rispettivamente a Camaldoli e a La Verna, cercarono nel silenzio della foresta, nella quiete di questi boschi, la pace dell’anima, così che una vena di misticismo impregna ancora i luoghi del Parco. Ci accompagna, nella purezza dell’aria, una canzone della forlivese Alice, “Visioni”, tratta dall’album “Il sole nella pioggia” del 1989. Si parla, in questo brano, di monaci, di ricerca della quiete, di vivere “amando essere niente”, di visioni che arrivano quando si dissolve la nebbia e l’alba si infila dolcemente dentro la sera.


Musica: Alice, Visioni



Che il romagnolo sia un visionario, è noto: fa parte del suo dna. Ce lo conferma la storia che vi raccontiamo e parte proprio dal sordo fragore dell’Acquacheta, che a Dante ricordava il rimbombo dei fiumi infernali nelle viscere della terra.



Lo scrosciare delle acque della cascata faceva immaginare l’inferno anche al bambino Egidio Turchi, nato a San Benedetto in Alpe circa 700 anni più tardi, probabilmente nella stessa casa in cui pernottò Dante Alighieri dopo che i Benedettini del monastero gli avevano rifiutato ospitalità. Nei versi dell’Inferno sull’Acquacheta alcuni commentatori leggono proprio un’allusione malevola al monastero di San Benedetto.


Egidio Turchi era figlio di povera gente dell’Appennino: il padre manovale, la mamma sarta. Nel 1929, a dieci anni, vide un film sui missionari e decise che lo scopo della sua vita era di evangelizzare gli indigeni. Partito per le missioni del Brasile, andò a prendersi cura degli indios e dei figli dei loro nemici, i cercatori d’oro e di diamanti. Un giorno fu mandato con altri nella foresta a recuperare i corpi di due sacerdoti uccisi da una tribù bellicosa, i Xavantes, che rispondevano colpo su colpo alle provocazioni dei bianchi. “Fu con grande paura – ricorda – che risalimmo il Rio das Mortes fino a trovare le ossa degli sventurati in macabra vista sulla sponda del fiume”.



Musica: Bossacucanova&Adriana Calcanhoto, Previsao



Spirito di avventura, sacrificio, dedizione, non bastarono però a rinsaldare Egidio nella vocazione, che cominciò a vacillare quando dal Mato Grosso fu spedito a San Paolo per completare gli studi di teologia ed essere ordinato sacerdote. Nella metropoli paulista si accorse, infatti, di non saper resistere alla carica sensuale delle donne brasiliane. Allora ne sposò una, Celenita, dimenticò gli indios e scoprì un’altra vocazione: l’insegnamento. Si stabilì a Goiânia, una città tutta nuova, nello Stato di Goiás, dove  tutto era da fare. Nel 1962 fondò la facoltà di lettere e filosofia della locale Università, di cui fu preside per cinque anni. Per otto anni, poi, fu membro del Consiglio Statale della Cultura, continuando a insegnare latino e italiano, e a pubblicare saggi su Plauto, Lucrezio e Dante: il suo Dante dell’Acquacheta, perché si ricordava, il professore romagnolo, di quando, ragazzo a San Benedetto in Alpe, andava a fare il bagno nelle cascate dell’inferno.



Ci troviamo sul crinale dell’Alpe di San Benedetto, dove il Forlivese si arrampica su fino alla Toscana. Scendiamo dal passo sul quale Leopoldo II fece costruire nel 1836 un muraglione per difendere la Toscana vera dai venti e dalle nevi del nord. Attraversiamo il Parco delle Foreste Casentinesi per raggiungere la strada che porta giù, verso Santa Sofia, seguendo il corso di un altro fiume, il Bidente, che bagna anche Galeata e Civitella e si trasforma poi in altri corsi d’acqua fino a sboccare in pianura e sfociare, infine, nell’Adriatico, nei pressi di Ravenna, fondendosi col Montone, il fiume che abbiamo costeggiato risalendo in direzione opposta verso la Toscana.


Dunque ora, dalla Toscana alla Romagna seguiamo il corso del Bidente che a Santa Sofia segnava il confine tra il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio. Sulle due sponde del fiume vi erano due castelli che si fronteggiavano, e spesso erano botte. Il Forlivese è terra di contese e di passioni, di gente sanguigna che ha nelle vene il Sangiovese, padre di tutti i vini, derivando da quel vitigno “sangioveto” che alligna in ben 92 province italiane, assumendo, in ognuna, caratteristiche diverse per le diverse qualità della terra, dell’aria e del sole.



Musica: Zucchero, Papà perché



Fermiamo l’auto perché non siamo più molto sobri. Ci  guida l’ebbrezza di Zucchero Fornaciari, che nell’album “Spirito divino” celebra, appunto, la spiritualità dell’ubriacatura come uscita da sé, dalla soggettività impiegatizia sempre controllata. Perché il sangue non mi va in vino? Perché sono stanco come se fossi in viaggio da sempre? Ho sempre un po’ di blues intorno agli occhi. E c’è sempre un bar dove mi posso infilare per nascondere la mia tristezza…


E visto che ci troviamo ora di nuovo dalle parti di Castrocaro, ricordiamo che un giovanissimo Zucchero ha vinto il Festival nel 1981.



Musica: Fulvio Redeghieri, Tosca



Un esempio dello spirito romagnolo è Predappio Alta dove – scrivono Aldo Ferrari e Paola Emilia Rubbi – “per una domenica o due all’anno i turisti che passano da quelle parti vengono affrontati dalle massaie e invitati alle loro tavole. E sono strippate da favola e bevute a garganella mentre, nella via che porta alla rocca, gli ‘schioccaren’, col largo gesto del barrocciaio, ritmano, a suon di frustate con lo ‘schiocco’, il passo lento dei buoi che a quattro a quattro tirano i carri antichi con sopra le castellate piene d’uva sfatta da mettere nel grande tino per la pigiatura a piede. A questo punto c’è sempre qualche fraülein bionda con occhi azzurri che, ululando e piangendo per l’eccitazione, si mette a camminare a piedi nudi sulla massa odorosa in un favoloso footing vinario. Anche questa è Romagna, fa parte di quella Italia fuori le mura che, forse inconsciamente, cerca di rallentare la marcia del cosiddetto progresso pur inseguendo anch’essa il sogno stravolgente di un continuo bengodi”.


Abbandiamoci, allora, a un valzer, sulle note della “Tosca” di Fulvio Redeghieri.



Musica: Fulvio Redeghieri, Tosca



Malnat (poco pulito), Ruga (noioso), Merdon (merdone), Uslen (uccellino), Pregnamosch (ingravidatore di mosche); la Romagna è bella anche per i soprannomi. Ironici o fantastici, rimangono appiccicati addosso per sempre, come questi che, impressi sulle cento botti della ‘ca’ de ven’ di Bertinoro ricordano gli antichi vignaioli. Perché l’ironia è l’anima di questa terra come Sangiovese e Albana ne sono il sangue. Qui l’acqua fa arrugginire le rotelle anche se, il più delle volte, ha sapore di zolfo e cura, con quel timbro demoniaco, qualsiasi male. Da ogni parte la gente accorre ai bagni, alle bevute, ai cessi rinomatissimi di questa terra risanatrice dominata da arcigne rocche”.



Dunque, una bellezza stravagante. “La bellezza stravagante” è anche il titolo di questa canzone di Ivano Fossati, scritta per Alice, la nostra cantante di Forlì dalla voce così particolare, così stravagante, appunto. La cantante romagnola, amatissima in particolare in Germania – chissà perché –, interpreta alla perfezione i versi di Fossati che invitano a lasciarsi sorprendere dall’amore anche quando “arriva senza ritegno” e “senza vergogna”, quando “viene a violare / la preghiera di un novizio / con gli occhi all’ultima sottana”. Le parole disegnano una scena che sa di Fellini. E, in un modo che non ci è chiaro, ci pare che questa canzone parli di noi, delle terre e delle donne di Romagna.


Arrivederci alla prossima tappa del nostro viaggio.



Musica: Alice, La bellezza stravagante (di Ivano Fossati)

Brano corrente

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