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8 Maggio 2006 | Paesaggio dell'anima

N°11-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 11° Puntata

Siete pronti a ripartire? Il nostro viaggio continua. Siamo nella Romagna più profonda, quella del vino Sangiovese e dell’ospitalità, delle antiche qualità della cucina. Restiamo nel nocciolo della Romagna, che non sappiamo bene qual sia. Forlì e Cesena? Ravenna? Rimini? La risposta non è facile.

Ci facciamo aiutare da uno storico dell’arte, Flavio Caroli, che ha scritto qualche anno fa una storia dell’arte italiana molto originale. Nella pittura, Caroli vede una seconda pelle, trasposta sulla tela: un distillato di bellezza che raccoglie i miracoli della vita, che attira le cose belle da noi accarezzate con lo sguardo. La pittura, dunque, è un effluvio di capelli, di cieli, di ori, di capezzoli, frasche, tramonti, tinte, luci…  Tra i massimi artisti del Quattrocento italiano, Caroli indica Melozzo da Forlì, che fu maestro di quel Marco Palmezzano a cui la città di Forlì ha dedicato una mostra appena conclusa, e che ci ha fatto da guida per un breve tratto del nostro viaggio in questa parte della regione.


Prima di sentire cosa dice Flavio Caroli della Romagna, ascoltiamo “Fandango” dei Bevano Est, un quartetto di Borello, poco fuori Cesena, nato negli anni Novanta nell’ambito della scuola di musica popolare di Forlimpopoli. Dalle prime note si capisce che la musica dei Bevano Est ha forte radici nella terra di Romagna. E’ una musica che risveglia caldi sentimenti umani, che obbliga il corpo a muoversi, a partecipare.



Musica: Bevano Est, Fandango.



Sentiamo Flavio Caroli: “Se dovessi definire la Romagna con tre parole, direi: anarchia, idealismo, visionarietà. C’è infatti una linea che attraversa la Romagna per intera e parte dai mosaici bizantini di Ravenna, con tutta la loro staticità e compostezza, e arriva a un tale approfondimento della ragione, del ragionamento, da divenire astratta, e quindi visionaria per eccesso di razionalità. Si parte dai mosaici, si passa per Melozzo da Forlì, si transita per gli architetti neoclassici Giani e Antolini, e si arriva fino a Fellini, cioè a quel fondo di umori, proprio di questa terra, che finisce in visionarietà”.


Troppo ragionare, troppo calcolare – sembra dire Caroli – fa scattare la molla dell’astruseria – ecco allora l’elogio della follia, che sale come una leggera nebbia dai solchi di questa terra. Il matto, in fondo, non è uno che ha la testa affollata di pensieri?


La musica che ci accompagna l’avrete sicuramente riconosciuta: è il tema di Amarcord composto da Nino Rota per il celebre film di Federico Fellini: un film che è la Romagna.



Musica: Nino Rota, Amarcord.



Se ci inoltriamo all’interno della Romagna, tra Cesena e Faenza, la mediocrità dell’aria di campagna è capace di uccidere le menti più fini. Come quella di Melozzo da Forlì: la sua pittura geometrica, fatta con la squadra e il compasso, era una reazione all’aria sonnolenta e crudele di Romagna. Ma, come abbiamo detto, su questo tracciato di razionalità si innesta la follia, che trae origine dal fondo popolare e anarchico che caratterizza questa gente.


Dice Caroli: “Quando si sta troppo soli, appartati, si sragiona, si hanno le visioni, si è sognatori e realisti. Si spiegano così i personaggi strani e beffardi, le ombre del set nel cinema di Fellini, il matto di Amarcord che grida ‘Voglio una donna!’ dall’alto di un albero. La Romagna è terra di anarchici e di rivoluzionari: anche il brigante Passatore e Mussolini, a modo loro, lo furono. E dentro questo crogiolo di umori c’è naturalmente la sensualità. Guardate la Cleopatra languidamente morente del pittore seicentesco riminese Guido Cagnacci, un artista da accostare senz’altro a Fellini: non sembra anche a voi una moderna signora romagnola che prende il sole in topless in Riviera?”.


Cagnacci: la faccia sensuale e anarchica dell’arte romagnola. Guardiamoci intorno, in spiaggia: bagnini, vitelloni, famigliole chiassose e allegre e furenti, ragazze mollemente adagiate sui lettini, odalische d’antan, mariti da week-end, tedeschi paonazzi, russi mollicci e parvenus: è l’estate, baby.



Musica: Bruno Martino, Odio l’estate.



Ravenna, invece, è tutta un’altra cosa. “I ravennati sono stanziali perché bizantini: nei secoli dei secoli, in un immenso nulla trafitto dalle gemme più preziose dell’arte occidentale (ma di origine orientale), vedranno passare petroliere russe o arabe per inspiegabili canali tracciati nella campagna, sullo sfondo di capanni da pesca, e sentiranno fruscio di sete e di trireme, con animo sofisticato e presunzione ferocemente popolare”.


Ravenna, Bisanzio. Certamente fu l’Esarcato di Ravenna ad essere chiamato per primo Romagna. Il nome Romagna nacque nella seconda metà del VI secolo e indicava le province che ancora rimanevano all’Impero d’Oriente, erede del diritto e del nome di Roma. In quel tempo, dunque, Romagna significava l’Italia romana e civile, e Ravenna poteva considerarsi un faro di civiltà in mezzo alla confusione di popoli barbari giunti in Italia a dilaniare i resti dell’antica civiltà romana.




Ma dove comincia, allora, la Romagna e dove finisce? I ravennati si considerano i veri romagnoli, ritenendo Rimini un’appendice del Montefeltro e Forlì ormai Toscana, almeno in collina.


Ai romagnoli d’entroterra – da Cesena a Faenza a Bagnacavallo, con la propaggine leggermente bolognesizzata di Imola – non resterebbe, dunque, che la mediocrità della campagna, pur nutrita di  affascinanti cadenze dialettali; oppure il mito di un razionalismo, di un illuminismo, che i bolognesi – per esempio – non capiranno mai, un mito inevitabilmente anarchico e radicale, che sfocia rapidamente in visionarietà. Questo dice Flavio Caroli, lo storico dell’arte che ci ha fatto da guida in questo percorso alla ricerca delle tante Romagne che stanno dentro la nostra Romagna. E questo ripetiamo anche noi, ormai stanchi di decifrare qualcosa che forse negli ultimi anni è cambiato, e non ci regala più le belle differenze di cultura e campanile. Basta, non pensiamo più a niente e lasciamoci andare al ritmo dei Bevano Est, gruppo cesenate rustico e raffinato che della musica popolare conserva il brio, lo struggimento, gli eccessi, l’esortazione al ballo.




Musica: Bevano Est, Dimanche Matine



Siamo alla conclusione di questo viaggio. Un poeta che vive a Cesena, Gianfranco Lauretano, dedica questi versi alla figlia, celebrando la nascita, la vita, l’origine, con i suoi versi che non vanno a capo.



Vedi, occorreva che nascessi perché prima
c’era nel mondo un buco di parole
a chiederti così dolorosamente
da essere senza fiato né voce
da non sapere che eri tu
che giochi e ridi di nascosto
tu così, tu figlia
eri tu che non c’eri
in quel vuoto che non ricordo
tanto era assurdo
che non mi figuro più
come se fossi qui da sempre, tu che ci
sei sempre stata.


Questa, cari amici, è la necessità dell’amore. “La necessità – dice Lauretano –  è tutto ciò che abbiamo e siamo, la totalità delle nostre fibre, la definizione di ogni respiro (…). Il passare del tempo è il suo diventare matto, l’essere “già stato” di noi è una tremenda malattia della mente (…). Passano i tramonti veloci, rossi, stanchissimi, ma non passa qualche sera in cui non basta neppure la misura del cielo. Allora tutto è cattolico: in paradiso smetterà la mancanza, in purgatorio la pena sarà la speranza stancata, sarà stasera. Nell’inferno la penna che ho in mano si conficcherà nella carne, senza finirla, senza fermarsi, assetata di qualcosa che non sgorga”.


Romagna papalina, anarchica, visionaria, cattolica e rivoluzionaria. Continua il giro, la giostra. Anche noi non andiamo a capo. La vita è bella. Romagnola di Cesena, Nicoletta Braschi, attrice, musa e moglie di Roberto Benigni, è l’indimenticabile Dora de “La vita è bella”,  e questo che ascoltiamo è il tema della colonna sonora del film. Vi lasciamo dunque con “Beautiful that way”, musica di Nicola Piovani e voce, splendida, di Noa.


Arrivederci alla prossima settimana.



Musica: Noa, La vita è bella (Beautiful that way)

Brano corrente

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