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22 Maggio 2006 | Racconti d'autore

N°13-RACCONTI D’AUTORE

Manlio Cancogni, Lettere a Manhattan, Fazi Editore, 1997

Vi leggiamo un brano di un autore nato a Bologna nel 1916, Manlio Cancogni, che in questo suo libro racconta la storia, che si svolge tra New York e il Connecticut, di due amici impegnati in una sgangherata tournée teatrale, finalizzata a diffondere di nuovo, a Little Italy, attraverso il teatro, la madre lingua italiana.

Terza lettera a Manhattan



Caro Bartolomeo,
mi rallegri quando scrivi che ci sono tanti fratelli sparsi nei dintorni di New York che approvano la nostra iniziativa e promettono il loro appoggio. Salutali e ringraziali; li avrò sempre nel cuore e spero di andare presto a visitarli.
Mi addolori però quando mi consigli di rinunciare alla sala di Broome Street. E dove metterlo allora il nostro teatro? A Brooklyn, nel Bronx, nel New Jersey dite voi. E come argomento a sostegno della vostra idea tirate fuori dei numeri: in quei quartieri sono in molti; a Little Italy siamo in pochi e poveri.
Credimi Bart, non è questione solo di numeri. Forse ho sbagliato nella mia ultima lettera a sottolineare l’importanza dell’organizzazione; vi ho indotto in errore. Intendo dire che in faccende come la nostra è la volontà che conta; più dei numeri, è la fede. E se ci sono queste due insostituibili risorse, che poi sono la stessa cosa, anche i numeri fanno presto a cambiare.


Insisto dunque perché ci sia una casa madre e che questa, sotto l’insegna del Teatro per la rinascita della parola (o, come io preferisco, Matelda Theater) sia a Little Italy. Altrimenti falliremo. Ogni impresa infatti ha bisogno di un cuore reale, riconoscibile, un cuore di carne, se no, quelli che la intraprendono, per grande che sia il loro fervore, cessano di stare insieme. E il cuore dell’italianità in America non può essere che a Little Italy, dove ha battuto per un secolo.
Che altri voglia farlo cessare di battere non ci può meravigliare. Rientra nella logica del mondo. Per tutti noi deve essere una spinta, una spinta alla nostra volontà di tenerlo in vita.
Stiamo dunque saldi, resistiamo alle pressioni e alle minacce e presto vedremo che il nostro coraggio farà abbassare l’insolenza altrui. Stanne certo: se tu Bart, se tu Tom, se tu Celso, saprete dare l’esempio, anche Andrea, anche Mattia, anche Simone, verranno dietro.


Vorrei che tu non dimenticassi le donne, la tua moglie Stefana, e Marta, Maddalena, Sofia. Le donne sanno trovare nel loro cuore risorse che a noi uomini mancano. Noi siamo labili, vagabondi, ci brucia il terreno sotto i piedi e se ci offrono di cambiar sede, siamo pronti a sloggiare. E non perché altrove si speri veramente di star meglio. Quella è una scusa. Si va via per il gusto di andarsene, per congenita infedeltà. Infatti si è pronti a cambiare di nuovo e così via, fino alla fine dei nostri giorni. E sempre con lo stesso rovello dentro, la stessa noia.


Le donne invece dove stanno, lì stanno bene, e semmai si danno da fare per starei meglio, farsi una bella casa, aggiustarla e abbellirla in cento modi come se dovesse durare in eterno. Pensa a quanto trafficano in quel poco spazio e quante cose ci trovano da fare. Anche se hanno un lavoro fuori, un impiego fisso, per la casa trovano sempre tempo. Noi le guardiamo distratti, leggendo il giornale; e se ne abbiamo abbastanza, di nuovo si esce, anche se non c’è nulla da fare; pur di star fuori.


Sono dunque le donne il nostro insostituibile sostegno; anche oggi che le vecchie regole, le nostre care abitudini sembrano fuori moda e condannate. In un mondo dove tutto cambia, e come rapidamente, esse rappresentano la stabilità. Sono la casa. E che cosa riempie le stanze e le riscalda più di una voce che parla nella sua lingua materna, usando le parole che ci han fatto conoscere il mondo? Lo chiedo a te caro Bartolomeo perché Stefana ha una voce bellissima e non solo quando canta.
Se ricordi, una volta, tanti anni fa, te lo dissi anche.
Stavo salendo le scale di casa vostra in Hester Street e vi sentivo litigare tu col tuo slang sguaiato che fa vergogna,. lei col suo italiano liscio e rotondo. lo salivo l’ultima rampa di scale e pur non conoscendo i motivi del vostro litigio ricordo che pensai: «Lei ha sicuramente ragione». E intanto, insieme alle parole, mi arrivava il buon odore della zuppa di pesce che fra poco avremmo mangiato insieme. Bussai e voi vi azzittiste. Poi lei disse: «Entra Titus; ti stavamo aspettando; ti piace l’accoglienza?».



Fu una decina d’anni fa, ricordo, e solo più tardi capii perché le parole di tua moglie m’avessero dato un senso di gran benessere. Il buon odore della zuppa di pesce, credimi, c’entra poco. Le parole di Stefana, nella sua molle cadenza salernitana, m’avevano fatto capire che il tuo berciare di poveruomo incazzato non contava nulla, era un parlare a vanvera.


E allora? Padroni di una lingua come la nostra, una lingua dico capace di trasformare in oro anche il fango, mi chiedo: è mai possibile avere paura di un cinese che squittisce e gracchia in quell’inverosimile parlata che sembra fatta di schegge rotte e puntute? Ad ascoltare chi parla come lui non ti viene il mal di testa? Che suoni orribili, e nel loro stridore monotoni. Che razza di mondo può immaginare una gente che si esprime in quel modo? Che colore, che luce ci può essere, che vita? Che verità, dico? Dovesse prevalere quel tramestio di suoni stonati, di cocci rotti, provocherebbe la morte di ogni cosa, o almeno, di tutte le cose che abbiamo fin qui amato. Little Italy non ci sarebbe più. Peggio che se l’avessero distrutta con la dinamite insieme alla nostra giovinezza.



Voi dite di farlo per convenienza, perché i cinesi pagano in contanti. Non lo credo. La convenienza ci sarebbe se voi faceste muro contro gli acquirenti per alzare il prezzo. E invece, lasciandovi sedurre dal contante, uno alla volta, voi svendete.


No Bart, la convenienza non c’entra. Manca l’amore: ecco il punto. I giovani se ne vogliono andare perché restando fra gli italiani si sentono da meno dei loro coetanei che parlano l’inglese meglio di loro. Hanno ragione. Ed è colpa di chi non è stato capace di fargli amare l’italiano, preferendo parlare in quel vostro infame slang che giustamente suona come un’ accusa infamante. Se voi aveste dato l’esempio, creando nel cuore di New York un’isola di buona lingua, la lingua di una gente che si rispetta, che ama, essi non avrebbero sentito vergogna e si sarebbero affezionati al loro quartiere. Sarebbero fieri di parlare italiano davanti agli altri, come lo sono io. C’è chi dice che sono pazzo; e anche voi, i primi giorni, quando in settembre venni a Little Italy, lo pensavate. Avevate ragione. Sono pazzo. Se ciò significa che non sono più quello di prima, il Titus che sin dai tempi della High School, mentre c’era la guerra, andava predicando contro l’Italia, orgoglioso d’essere americano e di parlare in inglese, ebbene sì, sono pazzo. Vedi: nemmeno ci provo a fingere di non ricordare chi ero e che cosa dicevo contro il nostro slang, l’orribile gergo che risuonava allora per tutta Little Italy, buono solo per trattare i vostri affaracci e che ci riduceva a un rango poco più che bestiale. A quella caricatura di lingua io opponevo una lingua vera, l’inglese, che pensavo m’avrebbe sollevato dalla marmaglia vociante che popolava le puzzolenti strade del nostro borgo. Non mi rendevo conto allora che quella lingua era migliore sì, ma presa a prestito, non mia, e dunque falsa, come se, da mezzo pezzente qual ero, avessi voluto indossare i panni di un nobile e apparire tale nel mondo della gente dabbene. Bestia. Ho fatto la figura di un servitore in livrea, un maggiordomo che ripete con l’accento di un pappagallo le parole dei padroni.
In questo errore ho vissuto fino all’anno scorso, quando, ricorderete, caddi ammalato, e siccome mi trovavo da quelle parti, finii nel Saint James Hospital di Providence, servito dalle suore carmelitane. Oh, le brave suorine! Suor Firmina, suor Chiara. Siate benedette. È a loro che devo la guarigione o se preferite la mia pazzia; a loro che, quando credevano di essere sole e che nessuno le sentisse, parlavano in italiano. E quindi anche voi, che ora siete pazzi con me, dovreste essergliene grati.
In attesa di mie notizie, saluta tutti, e in particolare Stefana e le sue amiche, e tenetevi forti e fedeli. E quando ti torneranno i dubbi, facendoti immelanconire, bevi un po’ di vino rosso. Ti farà bene anche allo stomaco. E intanto brinda ai miei nuovi successi. Ne ho bisogno. La prossima recita mi aspetta a Providence.                                          


Titus

Brano corrente

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