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23 Marzo 2006 | Racconti d'autore

N°2-RACCONTI D’AUTORE

Dal volume “Dal grande fiume al mare” il racconto di Luca Goldoni “Tanta nebbia per sognare”. 2° puntata



Quanti chilometri ho macinato sulla via Emilia negli anni Cin­quanta sulla mia Topolino balestra corta, quando ogni giorno andavo da Parma a Bologna per fare l’avventizio al «Resto del Carlino» e tor­navo di notte…


A Parma mi ero fatto le ossa, avevo imparato a leggere i libri giu­sti, a scegliere gli aggettivi nei miei articoli, a conoscere ai cineclub i grandi della celluloide. Avevo avuto come professori al liceo, o mae­stri al Caffè Aragnino, Attilio Bertolucci, Tito De Stefano, Pietro Bianchi, l’editore Guanda che ci aveva fatto scoprire Garcia Lorca. Avevo respirato quella soave ossessione che è Maria Luigia (si ritro­va la duchessa dappertutto, nel nome delle strade, dei collegi, dei gelati, dei profumi, dei musei. «Le donne di Parma sono eleganti –scrivono gli inviati dei rotocalchi – perché Maria Luigia ha lasciato un’impronta»).



Cara città, scrissi una volta in un almanacco natalizio, soltanto dalle tue parti viene al mondo una strana specie umana che, appena nata, si mette a scrivere furiosamente sulla tua pelle. Abbiamo comin­ciato a sfruttarti da adolescenti, quando facevamo le poesie sui boschetti di Baganza e le ragazze si vergognavano perché, se qualcuno si faceva vedere sull’argine con una bionda sulla canna della bici, e poi pubblicava sul giornale del liceo «risento il tuo corpo piegato all’indietro come un arco d’erba spada», non potevano sussistere dubbi su nome e cognome di quell’erba spada.


Concluso il periodo delle poesie cominciò quello della satira: andavamo in giro per i dancing e via Cavour, mettevamo sotto inchie­sta il ridotto del Regio e la mensa di mezzogiorno, erano i tempi della «piccola città», radiografata e sparata in piazza: i formaggiai, con spi­rito superiore, ci finanziavano con la réclame. poi si lasciavano bru-talizzare dalle caricature o dagli asterischi giacobini: i numeri unici, appesi con le mollette nelle edicole, erano bucati di panni lavati in pubblico: un delizioso fair play, al massimo una sberla sotto i portici del municipio.


Intanto la nostra carriera procedeva, cominciammo a scrivere per qualche giornale di fuori, buttandoci selvaggiamente sui sacri Penati, sempre quelli, la certosa di Stendhal, Toscanini arrabbiato con i par­migiani, i tenori fischiati, i prosciutti in pensione a Langhirano e così via fino al fatidico tema di fondo: Parma, cos’è questa Parma? Perché è così raffinata, ironica, spregiudicata, sanguigna, aristocratica anche nella plebe?



Ora che torno a Parma saltuariamente riesco ad osservarla più di quando ci vivevo. E colgo le sue virtù e il suo vizio sottile: il perfe­zionismo.


La paura di passare per provinciali è il limite della fauna parmi­giana che angustia un po’ tutti. Le signore «van giù» almeno una volta al mese per dare un’occhiata ai negozi di Montenapo, una volta all’an­no per farsi i capelli da Coppola. Battono in volata le amiche milane­si nel carpire gli abbonamenti al Piccolo, si soffiano per il dopoteatro gli ospiti celebri della città.


I parmigiani, mentre parli di cose anche eccezionali, ti guardano assentendo, senza tradire il minimo trasalimento. Raramente puoi informarli di qualche cosa, sono già al corrente, sanno dove devi andare a mangiare e dove non devi assolutamente; dove è tassativo che tu passi le vacanze e dove butteresti denaro; dove scovare il naif di sicuro avvenire e le croste ottocentesche che ricoprono roba del Seicento. Non si lasciano sorprendere dai film attesissimo: l’hanno già visto in versione integrale e qualche volta anche originale.




L’ambizione di precorrere tutto non esclude il piacere di vivere nella piccola città come in casa propria: giovani ed adulti amano esse­re coccolati nei negozi cittadini («fai tu, solo tu sai cosa va bene per me») e spadroneggiare con civetteria, anche oltre l’orario di chiusura, nella barbieria più accogliente del centro.


In molte belle case di Parma che, secondo le statistiche, è fra le città più ricche d’Italia, i tavoli da pranzo sono più grandi di quelli da ping pong.


Tutto quello che compare su queste mense dev’essere leggendario, la gallina faraona ha il suo pedigree, i salumi vengono da un contadi­no sicuro e segretissimo, i vini sono dell’annata giusta e basta un leg-gerissimo alito di tappo per mettere in crisi il padrone di casa che stura vertiginosamente. Non è raro che a tavola si guasti l’atmosfera per una discussione sull’autentico «ripieno» degli «anolini». Ma è un costume in inesorabile declino (meglio l’amico che ha il ristorante e trasporta col pulmino vivande, piatti, posate e camerieri). 


Anche i giovani parmigiani sono diabolici nel captare per aria le mode che si affermeranno nel giro di pochissimo tempo e nell’antici-parle imponendole a tutto il giro. Furono i primi, anni fa, ad andare a scuola con i libri nello zainetto di tela dei marines, i primi a metter da parte le grosse moto da bar e a riesumare la bicicletta da donna, obbligatoriamente scassata, pedalata a piedi targhi con quel tanto di negligenza per non essere confusi con i garzoni di elettricista.


Da quasi mezzo secolo – dicevo – vivo a Bologna sepolto nella nebbia per tre o quattro mesi all’anno, e mi lascio serenamente com­miserare per questo ingrato destino meteorologico. In effetti la nebbia è deprimente, non c’è mezzo gaudio perché il male non è comune. Ci si sente perseguitati quando si vedono le previsioni del TG e tutta l’Europa appare illuminata dai dischetti del sole tranne le striscette in Val Padana. Quando ci sentiamo compassionare, reagiamo con una sorta di rassegnazione fiera, quasi compiaciuta. Ci sentiamo una razza temprata dalla nebbia: se questa regione e una locomotiva è perché i suoi abitanti reagiscono alla frustrazione meteorologica ammazzan­dosi di lavoro, che altro si può fare? Inoltre, se gli emiliano-romagno­li sono simpatici, estroversi e conviviali, è perché sono abituati a compensare il tedio e l’avvilimento di origine atmosferica con anticorpi ottimisti, vitali: nel delta del Po, ad esempio, le case sono spesso color fragola o turchino, come negli album dei bambini. Un po’ di colore artificiale, che diamine!



L’isolamento meteorologico favorisce una gradevole complicità con i propri concittadini: nelle strade appannate, come nei film di Carne, emergono dal nulla figure che, a pochi metri, diventano ina­spettatamente familiari. E allora ci si saluta con stupore ed effusione, come quando ci si incontra a tu per tu sui sentieri di montagna.


In fondo, la nebbia è una mediazione della realtà, eccita l‘immaginazione, obbliga a sognare. Sognano di meno quelli che vivono sem­pre nell’azzurro, tutto è scontalo e in evidenza. Non sanno cosa signi­fica, dopo settimane, svegliarsi in un mattino di sole.



Da qualche anno mi sono procurato un privatissimo antidoto alla nebbia. Ho comprato una vecchia casa di pietra sulle colline di Castel San Pietro. Ci vado tutte le volte che posso. Ho degli amici che mi aspettano; un pastore tedesco, dei gatti, delle galline, dei pesci, anche un ghiro, che ha scelto un vecchio canapè per andare in letargo. In questa casa, piena di letti, ospito qualche amico italiano o straniero, che si sente attratto da questa terra un po’ mitizzata, e lo porto in giro, ad ammirare la nostra argenteria di famiglia. Le piazze con le catte­drali, i luoghi delle nostre glorie: Verdi, Toscanini, Enzo Ferrari, Guareschi, Fellini. Li porto a mangiare (nel luogo d’origine) le nostre celebri specialità: il culatello, le grigliate di sardoni, gli anolini, lo zampone, al tajadél, la salama da sugo, i tortellini (rigorosamente in brodo). Li seppellisco sotto slavine di parmigiano grattugiato. Li accompagno in splendidi musei o in strepitose sagre paesane, o in memorabili concerti d’organo nelle basiliche bizantine.



Ed è in questo saltuario ruolo di cicerone che trovo conferma al mio sentimento emiliano di appartenenza. Le considero tutte cose mie, chiese, paesaggi, menu, grandi personaggi, rossi bolidi di For­mula uno. Cose che amo e di cui mi pavoneggio. Compongono le tes­sere dell’affettuoso mosaico che tanti anni fa mi fece mettere in gioco l’assunzione al «Corriere della Sera».

Brano corrente

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