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11 Settembre 2006 | Racconti d'autore

N°26- RACCONTI D’AUTORE

Antonio Delfini, “Il ricordo della Basca”, Garzanti, 1992. Prima puntata.


Antonio Delfini, nato nel 1907 vicino a Modena in una facoltosa famiglia di proprietari terrieri in declino, fu narratore, poeta e giornalista. Il ricordo della Basca segnò nel 1938 il suo folgorante esordio, per poi accompagnare, nelle successive edizioni, tutta la sua carriera letteraria, fino a vincere il Premio Viareggio nel 1963, pochi mesi dopo la morte avvenuta a Modena. Ne Il ricordo della Basca, che ruota intorno a un personaggio femminile di forte carica simbolica, Delfini  ci fa scoprire la sua Modena, una città insieme reale e immaginaria, in cui si intrecciano i tratti di due Italie: quella che all’epoca cominciava a farsi moderna e industriale, e quella antica e provinciale, fatta di spazi e di silenzi.


Il ricordo, percorso nel tempo, e il ritorno, percorso nello spazio, caratterizzano tutta la produzione di Delfini. Il ricordo è un particolare sentimento, una apprensione del tempo che segnala la condizione di un uomo che non sa vivere se non attraverso la scrittura della memoria. La vita di Delfini è stata, coerentemente, una vita in perdita., che progrediva regredendo, andando indietro. Per meglio comprendere il suo vizio, tutto letterario, di protendersi al passato, ai luoghi e ai tempi della ricchezza, della totale adesione al mondo, vi leggiamo alcune pagine della sua Prefazione, terminata nel 1956, a Il ricordo della Basca.


Il ricordo della Basca


Nel 1933 c’era stata dunque una grossa nevicata, e all’inizio di questa, nel periodo della fine del Carnevale, mi venne offerto il caso di incontrare una donna. Con tutto quel daffare che avevo di creare spettacoli per la strada, di nascondere il mio vero essere, di studiare e di scrivere per l’avvenire, di complottare rivoluzioni (vedi in La Rosina perduta il capitolo I moti del ’31), di innamorarmi per un grande amore (coltivavo nel cuore tre, quattro grandi amori, per i quali imbastivo romanzi romantici nei quali potermi romanticizzare), mi era dato di rado di avere un incontro, un réel contact phisique avec une ftmme (se ne escludo quelli con le prostitute, tra cui, per me più nota, la Bruna Cozzelli; con la quale mi accompagnavo spavaldamente, in smoking, nelle feste dei fascisti). Un incontro serio l’a­vevo avuto l’anno prima a Parigi, con una ragazza del Midi: l’abbandonai in lagrime (dovevo partire, non avevo più un soldo) dicendole …


Ma in verità con le donne serie io ero molto timido.


Non ne avevo mai fermata una nella mia città. Mi ero lasciato fermare da donne di strada. Quella volta fu un miracolo. Come abbia potuto vincere la paura (l’incessante batter del cuore) è ancora oggi un mistero per me. L’antico Caffè Nazionale era inquadrato in quella luce e in quell’odore, alle sette di sera d’inverno, che avvertono la persona sensibile come possa accadere, dopo poco, qualcosa di eccezionale. Quella stessa luce, quello stesso odore, e quasi gli stessi suoni, li avevo visti, sentiti e uditi tanti an­ni prima, nel 1920 e nel ’21, ai tempi del fascio, e nel 1930; quando, coinvolto nel Cenacolo di Guandalini (che aveva organizzato una conferenza di F.T. Marinetti), fui costretto a stare in una rissa furiosa tra futuristi e vecchi fascisti da una parte e studentaglia e ufficialame dall’altra (ricordo ancora come scappavamo, Guandalini e io, inse­guiti da centinaia di studenti; e come, assalendo un’auto­mobile di passaggio, costringessimo il guidatore a condur­ci a Bologna: non per spavalderia, ma per risoluto spaven­to). Il Caffè rigurgitava di gente. Gran parte in divisa del­l’Esercito, e qualcuno, più dimesso, in divisa della Milizia; neanche una donna. lo tenevo cattedra, in piedi. C’erano intorno a me compagni di trastulli notturni,Jats de café, un centurione della Milizia e qualche informatore dell’ ovra; più lontani, ma attenti e seri a quello che dicevo, espri­mendo disapprovazione e commiserazione a mio riguar­do, i vecchi ignoranti signori della città, tra i quali il senile avvocato Scaltoni, già radicale, e che salutava tutti compi­tamente col saluto romano, tanto che il cappello credo lo tenesse in testa, ormai, anche in casa e a letto. Molti ride­vano intorno a me, ma quello che rideva più forte era il centurione della Milizia, grosso e gioviale, che ogni tanto diceva: «Mo’ che macia!». Avevo iniziato una lezione di surrealismo. Avevo finito col dire che secondo la dottrina surrealista, una rivoluzione potrebbe fari a una ipnotizza­trice. «Ecco perché l’EIsa Barocas non è un genio, poiché, se lo fosse stato nel 1921, avrebbe preso il posto di Mussolini».


«Come sarebbe a dire?», disse uno degli informatori dell’ ovra.


«Sarebbe a dire», dissi, «che secondo i surrealisti (pre­messo che la Francia è in grande decadenza)>>, esclamazio­ne generale di consenso, «l’EIsa Barocas è Mussolini, e Mussolini è l’EIsa Barocas».


«Ma ci sono anche i manicomi», disse uno dell’ ovra in modo molto cattivo e significativo verso di me.


«Infatti i surrealisti dicono che quelli del manicomio potrebbero seguire un’EIsa Barocas che predicasse loro la conquista dello Stato. Insomma il surrealismo è la dottri­na della follia sistemata in un’analisi anagrafica e armata».


«Sei matto te Delfini», disse quello dell’ovra.


«Non sono matto», dissi, «non faccio che riportarvi quello che c’è scritto nei libri surrealisti … ».


«E dove li hai questi libri?», mi disse.


«lo non li ho perché non si possono portare. Ma li ho letti a Parigi, in un circolo artistico».


«E perché li hai letti?»


«Beh, a esser sincero, non mi attentavo di fare uno sgar­bo a Picasso che voleva sapere da me che ne pensassi del surrealismo».


«Tu hai conosciuto Picasso?».


«Sì, ho conosciuto Picasso», gli dissi sbadigliando e di­straendomi guardando verso il vano della porta entro il quale stava passando una ragazza alta e contegnosa con bellissime gambe, ben portante e snella seguita dal più no­to seduttore di Modena e da una donna più anziana, bru­na, un po’ molle e abbastanza piacevole. Fu in quel mo­mento che incominciò a battermi il cuore. Ancora oggi non so se mi battesse per l’improvvisa apparizione di quella ragazza o per la paura di essere smascherato dagli informatori dell’ovra che mi stavano inquisendo.


«Che cosa ne pensa Picasso di Mussolini?», mi disse poi quello dell’ovra, dopo che gli occhi di tutto il Caffè aveva­no finito di guardare sulle gambe delle donne appena en­trate e che erano andate a sedere a un tavolo della sala.


«Ho appurato», dissi, in modo molto serio, cercando di cancellare il sorriso dalle mie labbra, «che Picasso pensa di Mussolini, quello che ne pensiamo noi, e non quello che pensano, mettiamo, i giornali francesi comunisti».


«Non è neanche stupido Picasso. VuoI fare lo stupido», disse.


«Bisogna vedere», dissi io, che incominciavo a vergo­gnarmi pensando che Picasso, non solo non l’avevo cono­sciuto ma non l’avevo neanche mai visto, e che l’EIsa Ba­rocas, notissima ipnotizzatrice a Modena (la quale nel 1921 ordinò a distanza dal palcoscenico del cinema Vitto­rio Emanuele ai ragazzi del Collegio San Carlo di alzarsi, di vestirsi e di venirla a vedere comandati dal loro prefetto – che morì poi come prefetto del Regno a Fiume nel 1943) non era mai stata citata in un libro surrealista, «poi­ché se Picasso fosse uno stupido … Scusatemi…», e dicendo ciò mi allontanai dirigendomi lentamente verso il gruppo delle donne.


«Va là Delfini», mi disse ancora quello dell’ovra, «è me­glio che stai a Modena invece di andare a Parigi». E un al­tro mi disse dietro, in modenese, che non mi dirigessi ver­so le donne perché, ormai che c’era il Seduttore (e ne scan-


di il vero nome), io avrei perso il mio tempo.


Il Seduttore si voltò e mi sorrise, e questo mi diede co­raggio ad avvicinarmi tanto … come da pretendere la pre­sentazione delle due donne. Il Seduttore invece, che aveva sorriso in effetti a quello che mi aveva avvertito, si adontò e mi voltò le spalle. A me non restò che attaccare discorso o sprofondare nel pavimento della sala. Fu la più giovane, la bella, che mi disse: «Si accomodi». L’altra invece conti­nuò a parlare con il Seduttore, il quale pareva le chiedesse qualcosa della più giovane. Era veramente giovane questa Gina Montuori, e di viso non era poi eccessivamente bel­la. Non portava alcun trucco, e sulla faccia le affioravano alcuni bruffoli dati dal freddo e dalla gioventù. Veniva, mi pare, da Cremona e sua sorella ballava al Teatro Co­munale nella Gioconda di Ponchielli. La ballerina era mol­to simpatica, e, sinceramente, confesso che mi piaceva, ma, dato che il Seduttore puntava sulla giovane, io, per vi­zio di agonismo, accompagnai le mie brame a quelle del Seduttore.


Lettura Francesca Sutti.

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