Antonio Delfini, nato nel 1907 vicino a Modena in una facoltosa famiglia di proprietari terrieri in declino, fu narratore, poeta e giornalista. Il ricordo della Basca segnò nel 1938 il suo folgorante esordio, per poi accompagnare, nelle successive edizioni, tutta la sua carriera letteraria, fino a vincere il Premio Viareggio nel 1963, pochi mesi dopo la morte avvenuta a Modena. Ne Il ricordo della Basca, che ruota intorno a un personaggio femminile di forte carica simbolica, Delfini ci fa scoprire la sua Modena, una città insieme reale e immaginaria, in cui si intrecciano i tratti di due Italie: quella che all’epoca cominciava a farsi moderna e industriale, e quella antica e provinciale, fatta di spazi e di silenzi. Il ricordo, percorso nel tempo, e il ritorno, percorso nello spazio, caratterizzano tutta la produzione di Delfini. Il ricordo è un particolare sentimento, una apprensione del tempo che segnala la condizione di un uomo che non sa vivere se non attraverso la scrittura della memoria. La vita di Delfini è stata, coerentemente, una vita in perdita., che progrediva regredendo, andando indietro. Per meglio comprendere il suo vizio, tutto letterario, di protendersi al passato, ai luoghi e ai tempi della ricchezza, della totale adesione al mondo, vi leggiamo alcune pagine della sua Prefazione, terminata nel Il ricordo della Basca – terza puntata Ricordo ogni strada e ogni portico che percorremmo quella sera prima di raggiungere il Parco, bianco di neve. Passammo davanti alla Questura, e dopo poco, sicuri di non essere visti, ci abbracciammo. Il più grande fascino della Gina era il passo, l’incedere nella via, la lunghezza delle gambe, e la forma del piede e la sicurezza di questo, e la forza (coi tacchi alti delle scarpe, insieme a una morbidezza di piuma) di portarlo avanti nel proprio cammino. Quando era ferma, la Gina era una fanciulla, una sperduta e indifesa fanciulla, col vestito blù chiuso fino al collo, entro il quale, la mano rude rotonda e un po’ piccola di un giovanotto volgare poteva infilarsi per raccogliere dei seni non grandi, lievemente caldi al freddo di un rigido inverno, e con una pelle la cui freschezza era di grande contrasto con quella del viso, le cui gote piene di bruffoli, ruvide e sciupate dal freddo, nel loro infinito senso di gioventù e di sofferenza, esprimevano, oltre la forza dell’amore, il desiderio e il pianto di una pietà inesprimibile. Quando si rialzava, riportando alla luce della neve (che illuminava anche il cielo illune) la sua testa altera, mostrava un’espressione imbambolata, con la pelle ancor più stanca, aggiuntovi, al freddo, il perenne ruotare dei baci; pareva chiedere, in uno strano «Perché non sono andata con mia sorella e col Seduttore?», a me, più ignaro e più ingenuo forse di lei, la giustificazione della mia personalità impersonale … Orribile storia si presentava alla verità per l’esperienza della vita. O come più bella la vita inventata che volevo inventarmi! Come più dolce ancora, però, l’esperienza vissuta, quando torna a essere, vent’anni dopo, una vita inventata! Quando rientrammo quella sera alla pensione, era già tardi, ma 1’opera non era ancora finita. Dissi alla Gina se voleva essere accompagnata al teatro, dalla sorella. Lei mi abbracciò e disse che avrebbe preferito non andarci. Mi diede appuntamento per il giorno dopo davanti al Caffè Nazionale: l’avrei trovata a mezzogiorno insieme alla sorella e al Seduttore. Rimasi solo. Col soprabito sbottonato, incurante del freddo, e con le mani in tasca, mi incamminai verso il luogo dove ci eravamo abbracciati sulla neve. Il viale, che segnava il tracciato delle antiche mura, era deserto. Poi mi pentii di tornare sul luogo dell’amore, e tornai sui miei passi. Feci un giro del Teatro Storchi, e mi fermai al centro della piazza Vittorio Emanuele. Guardai verso la terrazza della pensione degli artisti, e mi trovai ridicolo. Pensai che era meglio scrivere di un giovanotto che si ferma in mezzo alla piazza, piuttosto che essere un giovanotto che fa ciò che si dovrebbe scrivere, e continuai a andare a zonzo. Mi trovai sui binari delle Ferrovie Provinciali. Poco lontano da me, appesa a un palo c’era una di quelle bandierine, rosse da una parte e verdi dall’ altra, che servivano ai ferrovieri per le segnalazioni di via libera o chiusa. Mi avvicinai a quel palo. Non ero abbastanza alto per poter strappare la bandierina, e allora provai ad arrampicarmi per il palo. Non ero un ginnasta, e perciò non furono lievi gli sforzi che feci per raggiungere la bandierina. Infine la ottenni, la nascosi sotto il cappotto, che ora abbottonai accuratamente. Poi cominciai a cantare una canzone che mi stavo inventando. Ricordo che diceva: «lo sono un ferroviere – se la notte m’incontri – bevi un bic-chiere. Il mio cuore è rosso il mio pensiero è verde ecc. ecc.». Di lontano, dal Centro, udivo e vedevo arrivare un forte gruppo di giovanotti allegri. Tacqui e mi misi a correre, poi mi vergognai di tenere quella bandierina, con la quale avevo inteso prima di combinare uno scherzo in Prefettura, e appena fui di nuovo sui binari del treno, la lasciai cadere in terra. Piano piano, e senza più cantare volsi i miei passi verso casa, ma intanto il gruppo dei giovanotti mi scontrava. Volevano, quei giovanotti, portarmi con loro. Uscivano da un veglione e andavano a un altro, alla periferia. Vi andai anch’io. Dichiarai il mio amore a tutte le ragazze con le quali ballai. Il veglione alla periferia puzzava di rosolio e di caserma. Le voci delle donne erano però deliziose: una più bella e più attraente dell’altra, facevano nell’insieme una musica immortale che avrei voluto trascrivere e far eseguire il giorno dopo all’opera. Rincasai solo, vantandomi, dentro di me, di essere qualcosa di enorme di mostruoso e di irresistibile.
Lettura di Fulvio Redeghieri.
25 Settembre 2006
| Racconti d'autore
N°28- RACCONTI D’AUTORE
Antonio Delfini, “Il ricordo della Basca”, Garzanti, 1992. Terza puntata.