Vi ricordate dov’eravamo rimasti? Parlavamo di ebbrezza, di passione: Vasco Rossi, il rocker di Zocca, sull’Appennino modenese, ci ha cantato una canzone di De Andrè, nata sprofondando nel vino, “Amico fragile”. E abbiamo concluso la puntata precedente con Laura Pausini che cantava un brano scritto da Vasco Rossi, “Benedetta passione”: quella benedetta passione – dice il testo – che mi porta via, mi allontana da te, mi porta alla follia, facendomi vedere cose che esistono solo nella mia mente…
Sanguigni, carnali, innamorati della vita, questi emiliano-romagnoli, ma anche malinconici, lunatici. Già che siamo qui, scollinando nel Frignano entriamo pian piano nella provincia di Reggio Emilia, terra di grandi scrittori, artisti, musicisti. Vi facciamo ascoltare una splendida canzone del reggiano Zucchero Fornaciari, “Diamante”, che è giocata tutta sull’attesa, sulle visioni. Un verso – “aspetterò che aprano i vinai” – ci riconduce al tema del vino, dell’ebbrezza. Ma c’è qualcosa di più: dietro gli occhiali da duro, da bluesman della Bassa, Zucchero ci regala l’immagine di una vecchia contadina davanti alla soglia di casa, nell’ora del tramonto, che sembra tratta dal libro di un altro grande reggiano, lo scrittore Silvio D’Arzo.
Musica: Zucchero, Diamante
L’odore dei granai, il profumo del pane appena cotto, la pioggia e la neve che si scioglie, tenersi per mano sulle colline che hanno visto la guerra, e dalle povere stanze vedere “passare insieme soldati e spose”. Quanta poesia può esserci, in una semplice canzone. L’atmosfera è quella del breve romanzo di Silvio D’Arzo, pubblicato nel 1952, “Casa d’altri”, che si svolge tutto sul crinale d’Appennino, nei luoghi in cui ci troviamo adesso.
“Casa d’altri” parla di una vecchia contadina che chiede al prete del suo sperduto borgo il permesso di suicidarsi. L’incontro con quella vecchia solitaria e cupa, senza storia e senza affetti, è per il prete un evento che rompe la monotonia della vita di paese, del ripetersi sempre uguale dei gesti e delle abitudini. Ma è anche un modo per confrontarsi con i temi della fatica e della miseria, dell’infelicità e del senso della vita, che metteranno in crisi il prete, consapevole di non avere valide ragioni per opporsi a una scelta così atroce.
Leggiamo l’ultima pagina del libro: “I calanchi e i boschi e i sentieri e i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivano chiari lì giù fino al borgo. Le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri”…
Musica: Maria Callas Ave Maria tratta dall’Otello di Verdi
Stiamo scollinando per l’Appennino reggiano, dove ci sorprende l’alba con le sue tenui sinfonie che rimbalzano tra i monti. Mentre giù la pianura è avvolta in un velo di foschia, quassù, scivolando tra i pendii, vediamo che le case, gli alberi, il verde dei prati appena usciti dalla notte acquistano contorni precisi, netti, come se fossero stati puliti dall’aria che si respira fresca e pungente. Una musica ci sembra adatta ad avvolgere tutta questa bellezza che plana sulle pinete e gli antichi borghi, sui sassi e sui fiumi e gli animali: l’Ave Maria dell’Otello di Giuseppe Verdi. Maria Callas ha questa voce di soprano drammatico, dal timbro scuro come un temporale in arrivo e dall’estensione vastissima, che copre i monti. La spoglia melodia dell’Ave Maria è una preghiera che s’innalza da una chiesetta di montagna, e la tensione drammatica che la Callas immette nel canto, suscita meraviglia e ammirazione.
Musica: Maria Callas, Ave Maria tratta dall’Otello di Verdi.
Non sono un ricordo lontano gli anni che vedevano le nostre comunità di montagna impoverirsi ad ogni nuova generazione, costrette a cercare altrove un lavoro dignitoso e remunerativo. La montagna abbandonata, spopolata, con i suoi problemi di sviluppo, si è affacciata all’alba del terzo millennio e chiede considerazione. La necessità di un uso controllato delle risorse, di non disperdere la cultura della sobrietà e dell’autosufficienza, la volontà di non arrendersi al degrado, impongono una riflessione sulla Madre Terra, sulla sostenibilità ambientale che è uno dei principali problemi della nostra epoca.
Vivere qui, sull’Appennino, aiuta a non cadere nell’appiattimento di valori e contenuti cui ci condanna l’urbanizzazione esasperata. Qui avvertiamo ancora l’avvicendarsi delle stagioni e i ritmi della natura, qui siamo dentro il grembo della Madre Terra.
Musica: Modena City Ramblers, Madre Terra
“Madre Terra” è il titolo della canzone dei Modena City Ramblers che andiamo ad ascoltare. E’ un brano che si potrebbe definire “glocal”, cioè globale e locale insieme. Infatti parla dei grandi temi mondiali – il destino dell’umanità, lo sfruttamento della terra – usando una lingua locale, cioè il dialetto modenese, la cui strana cadenza a un orecchio inesperto non suona emiliana, ma simile a una delle tante lingue che si parlano a Modena tra gli immigrati. Potrebbe essere turco, moldavo, cingalese – e invece è modenese: giusto per ricordarci che non tanto tempo fa, l’italiano lo parlavano in pochi – solo i dottori e i laureati – e che tutto il progresso realizzato ripudiando il passato, non è servito a niente se a pagarne le conseguenze è stata Madre Terra.
Il testo dice: “Adèss a sam di sgnoùr, inzgner e laurée – oggi siamo dei signori, ingegneri e laureati – ma quel c’l’era na volta – ma quello che eravamo ieri – a s’al san bèle scurdèè – ce lo siamo già scordati”.
Così la terra ripudiata sanguina, ma il suo sangue nutre ancora il mondo.
Musica: Modena City Ramblers, Madre Terra
“Madre Terra tieni duro / Madre Terra violentata”… All’invito alla resistenza dei Modena City Ramblers fa eco il canto sconsolato di Ginevra Di Marco, cantante reggiana che ha da poco intrapreso la carriera solista dopo aver militato, come voce femminile, nelle formazioni che accompagnavano la creatività di un autore importante della scena musicale emiliana e italiana, Giovanni Lindo Ferretti. Il brano di Ginevra Di Marco si chiama “Eclissi” ed è esplicito nei testi: “Le tracce che secoli e popoli trascorsi hanno lasciato / tu hai logorato. / A contemplare la nostra fine / gesti e pensieri che detesto”. Toni apocalittici, dunque: “L’anima della terra si solleverà / rovesciando dolore e lacrime”. Ribellione della terra e ribellione della nostra intelligenza.
Musica: Ginevra Di Marco, Eclissi
Restiamo da queste parti, sia geografiche sia culturali. Un personaggio che bene interpreta questa montagna emiliana è Giovanni Lindo Ferretti, che con il suo gruppo dal nome sovietico CCCP, è stato l’iniziatore del movimento punk in Italia. La vena filosovietica degli esordi si è poi esaurita, di pari passo con il dissolvimento dell’Urss, tanto che poi il suo gruppo ha cambiato nome in CSI, Consorzio Suonatori Indipendenti. Ricordiamo – se sembrano strane queste denominazioni, comunque giocate sull’ironia – che un paese in provincia di Reggio Emilia, Cavriago, è noto per essere l’unico in Italia ad avere ancora un monumento dedicato a Lenin. Il punk filosovietico dei CCCP, unito alla musica melodica emiliana e a testi coraggiosi, significava più che altro industria pesante, cioè musica cruda e metallica, suoni aggressivi e duri prodotti da un’officina orgogliosamente casalinga. Da questa officina musicale autarchica, volutamente estranea ai circuiti commerciali, sono usciti brani che hanno fatto la storia del rock italiano parlando dell’Emilia, come “Emilia Paranoica” e “Rozzemilia”.
“Rozzemilia”, che vi facciamo ascoltare, è una denuncia violenta in puro stile punk contro la “provincia industrializzata”, contro il benessere di una “rozza” (in senso culturale) Emilia nato dal puro guadagno speculativo. “Nebbia / case / copertoni bruciati / cataste di maiali sacrificati / agli dei delle zone infette / agli dei delle zone controllate…”. Grido di dolore animalista ed ecologista lanciato sulla pianura dove nascono i prosciutti. E sberleffo punk-dadaista: “Dammi una mano ad incendiare il piano padano…”.
Musica: CCCP, Rozzemilia
Concludiamo la terza puntata del nostro viaggio in Emilia con un altro brano di Giovanni Lindo Ferretti. Il tono di questa canzone, che si chiama “I miei nonni” e fa parte dell’album “D’anime e d’animali”, è molto diverso e rispecchia lo stile dell’ultima formazione di Ferretti, i PGR, acronimo di Per Grazia Ricevuta, che segna anche l’abbandono dei vecchi declami punk e l’avvicinarsi a una maturità che non disdegna la preghiera e
Arrivederci alla prossima puntata.
Musica: PGR (Giovanni Lindo Ferretti, I miei nonni