In questo romanzo Roberto Pazzi, poeta e scrittore ferrarese tradotto in 23 lingue, abbandona la fantastoria delle opere precedenti per affrontare la realtà contemporanea. E’ infatti un ritratto dell’Italia dei nostri tempi, raccontato nello specchio di una città della provincia italiana (che solo nell’ultima riga sarà nominata come Ferrara), dove un popolo di morti non riesce a staccarsi dalle vicende e dagli intrighi dell’attualità. Significativo l’inizio del romanz “Sono morto da più di vent’anni, ma ancora non so staccarmi dalla città”. Nel maggio 1999, Pazzi ha organizzato un seminario a Ferrara sull’immaginario contemporaneo, al quale hanno partecipato intellettuali del calibro di Yves Bonnefoy, James Hillman, Alain Robbe-Grillet, Tzvetan Todorov, Tahar Ben Jelloun, Avraham Yehoshua, Dario Fo. Oggi insegna all’Università di Ferrare e collabora alle pagine culturali di numerosi giornali tra cui “Il Corriere della Sera”.
La forza di vivere qui nasce dalla stessa disperazione che dona la calma ai suoi abitanti, lentissimi alla guida dell’auto, ligi ai semafori dove mai oseranno passare col rosso, nemmeno il quindici d’agosto, quando anche i vigi¬li sono al mare. Tuttavia, l’ho già detto, non è una miopia generale; molti infelici sono afflitti da una schizofrenia che li inquieta come i gatti castrati dopo aver provato l’amore. Hanno indovinato come avrebbero potuto godersi la vita in altre città. La signora Nagliati, ad esempio, in gioventù doveva essere assai meno conformista di quel che ostentava da quando era venuta ad abitare vicino a casa mia. La vista sembrava pregiudicata da qualche lampo di coscienza; quel danno, subito da tutti coloro che almeno una volta erano emigrati dalla città, con la cultura o con i viaggi, le procurava ancora a settant’anni allucina¬zioni tipiche della doppia vista, se nelle tortore e nei passerotti della magnolia aveva riconosciuto i visionari narratori che di notte non le davano tregua. Per un attimo ho persino sospettato che, nella furia dell’antiquario di fronte a quei mobili, si celasse il piacere di oltraggiare quella campionessa antica di una diversa genia. Suo padre, il vetusto ingegnere che doveva ricordare perfetta¬mente i nomi della razza avversaria, campione com’era della stirpe pasciuta dalla sua miopia, gli doveva aver confidato quanto stramba
fosse in gioventù la vecchia. E ora lui si appropriava a un vile prezzo, col gusto d’uno sfregio, dei mobili di quella matta.
Perché la dolce disperazione dei miei concittadini è un segreto dell’occhio ma una verità del cuore, pudicamente nascosta dal pathos della «roba».
Nell’attaccamento al denaro dei borghesi inurbati da qualche decennio si annida la loro sfida inconsapevole al destino di essere nati qui. Giacché, data la miopia dell’occhio, essere i primi, nell’aristocrazia e poi nell’alta borghesia, rappresenta una ga¬ranzia di superiorità ecumenica. Pateticamente, le illustri prosàpie corrono nei recinti e nelle serre dei ricchi d’Italia, a Cortina, Taormina, Capri, Santa Margherita Ligu¬re, per cercare di uniformarsi ai loro consimili e stendere le membra al sole della stessa fortuna. Li tormenta il dubbio di non essere riconosciuti dagli altri ricchi, perché la verità dello loro disperazione, invisibile a loro stessi dentro le mura, per un maligno incantesimo si tradisce, man mano che s’inoltrano sulle loro lussuose automobili verso le Dolomiti o scendono al Tirreno. Temono di essere smascherati dai ricchi di altre città. Perciò si cercano subito, non appena giunti nei costosi alberghi, e così ricreano l’effimero incanto del loro indiscutibile privilegio. C’è una sconvolgente modernità nella loro malattia.
Perché, se uno dei più tipici mali del secolo è vivere di rappresentazione agli occhi altrui, nessuno è più moderno e narcisista dei miei concittadini. La prima condizione dell’immunità dal malessere è essere invidiati perché ritenuti felici. Ma è una regola tutta fondata sullo spettacolo della propria elezione alla felicità. La platea, padrona del protagonista, l’incatena alla necessità dell’applauso.
Per questa precoce coscienza del malessere della mia città, da ragazzo, con una determinazione che stupiva i miei genitori, proprietari di una farmacia del centro, decisi che all’università avrei studiato medicina per diventare oculista. L’etàmi faceva considerare quel male come una miopia. Per quasi cinquant’anni ho cercato nella vista dei miei concittadini il segreto di una deformazione che, dall’anima, sembrava salita tutta agli occhi. Ma questa anomalia si è presa gioco di me, annidandosi nelle pupille come per distrarmi dalla vera sede delle sue opera¬zioni, con un’astuzia che solo negli ultimi anni mi sono rassegnato ad ammettere superiore ai miei sforzi.
Sono morto senza conoscere il segreto della deformazione oftalmica dei miei concittadini, legato a un demone che vibra nell’aria di una città tradita dalla storia, abbandonata come una bella donna dall’amante che il giorno dopo avrebbe dovuto sposarla. Castelli, palazzi, giardini, torri, campanili, ori e decori di basiliche e monasteri rimangono là, a testimoniare che la città fu davvero importante. Ma sono passati diversi secoli da quando l’ultimo duca dovette precipitosamente abbandonarla. E nessuno è più tornato da quella porta che il duca fece murare al suo passaggio estremo. L’inerzia dei secoli successivi si è consumata come una degenerazione dell’anima: ne è nata l’attesa perpetua di un’epifania, di un padre che non ritornerà più.
È qui la malattia, tutta qui: un’attesa di cui si sono perdute la ragione e la speranza.
Per parecchi anni nel grande giardino di casa mia vicino alle mura, verso la metà di agosto, ho dato una festa per i miei più vecchi pazienti. Erano esclusi solo i miei concittadini.
La festa era allietata da un’intera orchestra che all’alba deponeva gli strumenti e taceva. Insieme a mia moglie e a mia figlia liberavo uno stormo di usignuoli dalle loro gabbie.
Nel colmo dell’estate, nel cuore della città, si levava un concerto d’una bellezza pari solo all’ambiguità della luce a quell’ora. Solo quel canto riusciva a distrarre i miei malati dalla sofferenza di non potersi fidare delle loro pupille: godevano come un prodigio canoro l’incerta promessa dell’alba, la speranza di una luce che avrebbe vinto le tenebre.
Non invitavo mai i miei concittadini, troppo crepuscolari per credere in un’ora come quella: abbandonati dalla storia, non potevano avere fiducia nella salvezza. Avreb¬bero spaventato i miei usignuoli come la signora Paola Nagliati le sue tortore, con i loro terribili segreti.
Quella festa non s’è più tenuta. Né mia moglie, né mia figlia se la sono mai sentita di celebrarla senza di me. Ma mio nipote, quando ne ha sentito parlare, ne è rimasto così affascinato da farsela ripetere varie volte nei più minuti dettagli. È nato poco dopo la mia morte e porta il mio nome. E un bel giovane, alto e longilineo, proiettato all’esterno di sé, in fuga dalla precoce tendenza a guardarsi dentro che la madre ha ereditato da me e che tente¬rebbe di affiorare anche in lui. La sua febbrile irrequietezza e vacanza dallo studio contrastano con l’ambiente rigido e formale di casa. Appena può corre a chiudersi nell’azienda agricola, lontano dal padre. E là, in quella campagna sul Po, conduce le ragazze col gusto di rapirle alla città.
Lettura di Fulvio Redeghieri.