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4 Dicembre 2006 | Racconti d'autore

N°38- RACCONTI D’AUTORE

Rossana Conte: “Pompilia Zambeccari. Le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive in convento.” Editore Costa – 2006 (Collana di Storie bolognesi). Prima punatata.


La lettura di oggi è tratta dal volume «Pompilia Zambeccari: le brave ragazze vanno in Paradiso e le cattive in convento» di Rossana Conte.


Il volume racconta una vicenda ambientata nel Cinquecento a Bologna.


Pompilia, figlia del conte Zambeccari, è poco più che bambina quando va sposa al conte Emilio Malvezzi, più anziano di lei, aggressivo e duro di carattere. Il fallimento della vita matrimoniale porta il marito ad accusare la moglie – complice il medico di famiglia – di aver cercato di avvelenarlo. Ma il processo si chiude con la condanna del medico, che viene giustiziato. Pompilia, nel frattempo, viene chiusa in convento e dopo un paio d’anni scagionata di ogni colpa e liberata. Dopo la morte del marito, Pompilia torna libera e cerca di rifarsi una vita con Girolamo Buoncompagni, nipote di papa Gregorio XIII. Pur di convivere con il suo innamorato, accetta di perdere ogni dignità – come accadeva in quel tempo – scendendo al riprovevole rango di concubina, nonostante fosse già madre di quattro figli avuti dallo Zambeccari.


Per riacquistare il proprio rango, tenta – inutilmente – di convincere l’amante a sposarla. Finge allora di essere incinta e compra un bambino che il Buoncompagni riconosce come proprio. Poi ci riprova con una seconda finta gravidanza, e ancora senza successo. Scoperta, viene denunciata dal Buoncompagni e condannata ad essere rinchiusa in convento per tutta la vita.


La vicenda raccontata da Rossana Conte porta alla luce il difficile ruolo sociale della donna nella Bologna papalina del Cinquecento.


L’autrice vive a Bologna, dove si è laureata in scienze politiche e svolge la professione di redattrice di consulenze finanziarie e informazioni commerciali. Rossana Conte ha svolto le sue ricerche su Pompilia Zambeccari presso la biblioteca dell’Archiginnasio, dove ha trovato parte della documentazione del processo.


VII CAPITOLO
LA FESTA DI NOZZE


Il giorno del matrimonio arrivò prima di quanto io non pensassi, non avevo che quindici anni, mentre mio marito ne aveva ventisette.


Tutto il Palazzo era in fermento da giorni, l’arrivo degli invitati da lontano riempiva la casa e impegnava tutti, me compresa tanto che non riuscivo a ritagliarmi un minuto per me. Infatti si dovevano fare  le ultime prove degli abiti e delle acconciature di tutta la famiglia, dovevo terminare di dare le disposizioni per i bagagli che mi avrebbero seguito a Palazzo Malvezzi e dovevo intrattenere gli ospiti.


L’ansia mi divorava, nel muovermi per le stanze mi capitò di sentire gli occhi riempirsi di lagrime al pensiero che dal giorno seguente avrei attraversato altre stanze, non avrei più  visto il mio giardino, non avrei più sentito l’odore della mia casa e  il baccano dei fratelli. Tuttavia non volli lasciarmi prendere dalla tristezza, così deglutii con forza, mi strofinai gli occhi e continuai a svolgere le mie ultime incombenze da ragazza.


Dopo avere sistemato l’ultimo baule pieno di vestiti, mi rifugiai in cucina dove la vecchia cuoca Maria era alle prese con vari manicaretti attorniata da uno stuolo di aiutanti.


Maria mi guardò con affetto e senza dire una parola mi allungò un torcetto, uno di quei piccoli dolci ricchi di burro di cui ero sempre stata ghiotta.


La gentilezza di questo gesto così semplice e affettuosamente familiare mi fece scoppiare in singhiozzi. Tutti in cucina si fermarono in silenzio molto imbarazzati, solo Maria si avvicinò, mi asciugò gli occhi con una cocca del grembiule e mi abbracciò forte sussurrandomi in dialetto:”Non aver paura, bambina,tutte le spose sono emozionate il giorno prima delle nozze, ma tutto dopo va per il meglio!”


Maria anche se non aveva capito il motivo della mia angoscia,era comunque riuscita a confortarmi.


Il dolcetto, infatti, mi aveva addolcito la bocca ed anche il cuore che da quel momento sembrò meno pesante. Era tardi e feci una corsa fino alla mia stanza a cambiarmi d’abito per la cena che quella sera sarebbe stata di gran gala.Nei saloni erano stati preparati più tavoli per potere contenere il gran numero di ospiti. Il menu era ricco e sontuoso come si addiceva agli Zambeccari, tanto che la cena fu un successo.


Era già tardi quando la compagnia si sciolse,  chi raggiungendo la propria casa, chi la stanza che gli era stata assegnata a Palazzo.


Era stata una giornata lunga, ero stanchissima, il giorno seguente avrei dovuto affrontare la cerimonia di nozze e pertanto dovevo riposare per non  sembrare uno straccio.


Stavo preparandomi per la notte quando, per la prima volta nella mia vita, mia madre mi raggiunse, allontanò la cameriera e con gesto affettuoso iniziò a pettinarmi. Mi guardò nello specchio e con voce dolce e pacata cercò di tranquillizzarmi:” Piccola mia, devi sapere che anch’io, la notte prima delle nozze ero tesa e piena di ansie, ma il matrimonio ha poi fugato ogni timore.Il mio è stato un matrimonio felice, certo non sono mancati momenti difficili, perché gli uomini hanno esigenze diverse dalle donne, ma io ho sempre cercato di capire e perdonare. Ricordati che il dono più grande del matrimonio sono i figli, per questi bisogna essere un punto di riferimento e un porto sicuro dove rifugiarsi quando le cose vanno male. Sono, comunque, sicura che il conte Malvezzi sarà un buon marito, è un uomo fatto ed è per questo che non si lascia andare in smancerie, ma saprà darti l’affetto e la sicurezza che ti meriti”.


Dopo un’ultima lenta spazzolata ai miei capelli, mi baciò sulla guancia e mi augurò la buonanotte.


Ancora una volta, io tacqui non trovando il coraggio di aprirle il mio cuore, ma quelle parole e quei gesti inconsueti e affettuosi ebbero il potere di rassicurarmi e una volta sotto le coltri, mi addormentai di colpo.


Quando Lucia venne a svegliarmi mi sembrò fosse trascorso un attimo. Era prestissimo,ma c’era un’infinità di cose da fare. Lucia mi spinse a fare colazione in fretta perché la tinozza era già piena d’acqua calda e profumata e mi stava aspettando,e poi poco dopo sarebbero arrivati la sarta e il parrucchiere.


Piano, piano tutta la casa si svegliò in un turbinio di voci, di ordini, di corse e di risate.


Erano le dieci in punto quando al braccio di mio padre elegantissimo scesi lo scalone del Palazzo, tutto il vicinato era alla finestra e applaudiva lanciando benedizioni e petali di rose.


Dopo la burrasca del giorno prima era sbocciata una splendida giornata di primavera. Le strade che da via Barberia portavano a via S.Donato( oggi via Zamboni) erano adorne di ghirlande di fiori che riproducevano gli stemmi dei Malvezzi e degli Zambeccari.


Due cortei distinti  partirono l’uno da via Barberia, l’altro da via S.Donato.


Io avanzavo lentamente nel mio vestito cremisi trapuntato d’argento e perle, al collo avevo una splendida collana che era appartenuta a mia nonna, sul petto e tra i capelli un gioiello di fattura fiorentina.


Alcune damigelle scelte tra le mie più care amiche reggevano lo strascico. Il corteo si componeva di dame e damigelle e giovani riccamente vestiti e da cavalieri che vestivano i colori della casata degli Zambeccari e dal folto gruppo di ospiti e parenti.


Lo sposo da parte sua, indossava una tunica preziosa ed un mantello arricchito da un bordo di pelliccia. Dietro a lui parenti, amici e altri cavalieri che montavano dei purosangue coperti da gualdrappe che riportavano ricamato d’oro e d’argento,  il blasone dei Malvezzi.


I due cortei si incontrarono in Piazza Maggiore dove era stato allestito un grande padiglione con arazzi, tappeti e ghirlande di fiori, qui lasciai la mano di mio padre e accettai quella di Emilio Malvezzi, diventando sua moglie.


Ero  frastornata e quasi non mi accorsi che la cerimonia era finita e che i due cortei si erano fusi in uno solo. Tra due ali di folla festante ci dirigemmo a Palazzo Malvezzi dove iniziò il pranzo di nozze: vennero serviti volatili, maialetti e agnelli rivestiti delle piume e pelli, fermi nell’atto di volare o correre, maialini da latte ben dorati, uccelli di ogni specie,gelatine, frutta, confetti, biscotti, marzapane modellato nelle forme più strane, il tutto innaffiato da vini prelibati.


Il pranzo sembrò eterno, nel tardo pomeriggio gli invitati si spostarono nel salone da ballo e qui si lanciarono in carole e ronde e nelle varie figure ordinate dal maestro di danza.


Accompagnata da Lucia mi allontanai per cambiarmi d’abito e partecipare alle danze.


Quando ritornai nel salone indossavo un ricco vestito di seta bianco senza strascico, guarnito da finissimi ricami azzurri e oro.


Quello che  ormai  era mio marito, mi si avvicinò, mi prese la mano e mi invitò a danzare. Era la prima volta che ci trovavamo così vicini ed io non sapevo dove guardare. Il mio disagio era ancora più grande del solito perché mio marito per la prima volta stava sorridendo, per fortuna il maestro di danza dette un comando che mi portò con tutte le altre dame da un’unica parte della sala.Ad un altro comando ci ricongiungemmo per poi separarci nuovamente.


Come era consuetudine, la festa continuò, mentre io e il mio novello sposo iniziammo a salutare gli ospiti per poi ritirarci nelle nostre stanze onde preparaci alla fatidica prima notte.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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