Abbiamo lasciato la montagna reggiana, dove un artista consapevole, grande e solitario come Giovanni Lindo Ferretti è tornato a fare quello che facevano i suoi avi: l’allevatore. Comincia la quarta puntata del nostro viaggio attraverso l’Emilia-Romagna.
Abbiamo la testa piena di pensieri mentre, ascoltando “La ziatta” di Francesco Guccini in dialetto modenese, da Cerreto Alpi scendiamo verso Castelnovo Monti.
Questa canzone di Guccini è la traduzione dialettale de “La tieta”, scritta dall’artista catalano Joan Manuel Serrat, un brano che ci riporta alle atmosfere darziane, a quell’universo femminile e patetico, nel senso vero del termine, che contempla la compassione, la tristezza. La ziatta è la zitella, e il fatto che la canzone sia in dialetto modenese rende più credibili, più coinvolgenti le parole. “La sveglierà il vento con un colpo alle persiane / il suo letto è così largo e le lenzuola fredde e grandi / con gli occhi semichiusi cercherà un’altra mano / e non ne troverà nessuna come ieri, come domani… / ascolterà il miagolio di un gatto vecchio e castrato / che le dorme sulle ginocchia / tutto il giorno in inverno… / Uno specchio vecchio e incrinato le ricorderà piano / come il tempo sia passato, come sono volati gli anni…”.
Musica. Francesco Guccini, La ziatta
Eccoci nella montagna reggiana, terra che ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione. Migliaia di montanari sono stati sradicati dalle loro case e catapultati in Paesi stranieri o nelle grandi città italiane. Poi, stabilizzatasi la popolazione e cresciuto il benessere, c’è stato come un processo di rimozione che ci ha indotto a dimenticare le tribolazioni dei nostri nonni e, di conseguenza, ad essere impreparati all’incontro con il fenomeno inverso: l’arrivo nei nostri paesi di centinaia di stranieri che con sé hanno portato culture, usanze, costumi e stili di vita diversi dai nostri. Forse questi arrivi massicci hanno incrinato un certo quieto vivere e ciò alimenta diffidenze, crea incomprensioni e genera paure”.
Viene in mente ancora il nostro musicista Giovanni Lindo Ferretti, che in un’intervista parla del rapporto tra chi è emigrato e chi è rimasto nei paesini di montagna: “Mia nonna – dice – aveva una sua precisa idea del mondo, costruita sulla base dei racconti degli uomini della sua famiglia emigrati all’estero. Mio nonno e i fratelli di mio nonno sono emigrati in Inghilterra e poi ancora in Australia, hanno fatto la corsa all’oro, hanno visto i cow-boys. Nella loro vita hanno visto molto più mondo di quanto capiti in media di vedere a una persona nata e cresciuta in città, e quel che è più incredibile è che con i loro racconti delle cose che avevano visto ampliavano gli orizzonti anche di chi rimaneva. È il paradosso di questi piccoli paesi: li pensi chiusi e invece sono estremamente proiettati verso l’esterno”.
Musica. PGR (Giovanni Lindo Ferretti), I miei nonni
Nei pressi di Castelnovo Monti si trova, a
Musica. Pavarotti & Zucchero, Miserere
Canto del pellegrino, del peccatore, del santo. Canto mistico: a volte la migliore musica è il silenzio… Scendiamo ora agilmente verso Sassuolo, la città della ceramica, che esporta piastrelle in tutto il mondo.
Nella periferia le fabbriche, il via vai dei camion, la strada intasata, i capannoni industriali inducono a un veloce sorpasso visivo. Ma se si entra nel centro storico, qualcosa di bello da vedere c’è. Anche a Sassuolo, infatti, sono arrivati gli Estensi, che già avevano casa a Modena. Qui costruiscono il Palazzo ducale circondato da uno splendido parco. Ad affrescare le stanze del palazzo gli Estensi chiamano grandi artisti del tempo, come il Guercino, Boulanger, Antonio Raggi. Certo, pensare che i duchi di Modena avevano scelto Sassuolo come luogo di villeggiatura, per l’aria buona e i piaceri agresti, oggi fa un po’ sorridere. O meglio, fa riflettere sui guasti prodotti da un progresso dissennato. Meglio di noi lo dice un grande figlio di Sassuolo, il cantautore Pier Angelo Bertoli, prematuramente scomparso. “Eppure soffia” è il canto della terra contro l’“istinto bestiale” dell’uomo, votato all’autodistruzione.
Musica. Pier Angelo Bertoli, Eppure soffia
Lambisce Sassuolo il fiume Secchia. Ma è il torrente Ceno, che scorre nel Parmense, a suggerire questi versi al poeta di Sassuolo Andrea Gibellini: “Finalmente / l’autunno sfocia al sole di steli acerbi / dove asciugano tra nuvole d’inizio estate. / Nel paesaggio di corti e torri nello sfocato verdeggiare… / la fontana del giardino… / Nella voce d’altri un velo di brezza / Quel pomeriggio dolce si andava lungo il fiume…/ Quietamente, lontano / appariva / il fiotto della pietra contro l’argine / la biscia di cenere sulle acque del Ceno”.
Descrivere un paesaggio è ancora possibile? Come mai il paesaggio degrada sempre di più mentre i corpi sono sempre più belli? E’ possibile che la bellezza che prima si depositava sulla natura, si sia trasferita tutta sul corpo? Mai in nessuna epoca i corpi degli umani sono stati così belli, e il paesaggio terrestre così livido, disumano: alla vigilia della fine.
Forse allora ha ragione l’altro musicista di Sassuolo, Nek – con il suo sound alla Sting – a cantare “lascia che io sia il tuo brivido più grande”, a giocare tutto sulla fisicità, sulle parole, i gesti e le schermaglie dell’amore. Il brivido che non percorre più il paesaggio è quello delle dita che sfiorano la pelle. Ma “nelle lunghe attese tra di noi / io non ho confuso mai braccia sconosciute con le tue…”. Dunque gelosia e tradimento. Se non si riesce più a specchiarsi nel paesaggio, che ci si specchi – almeno – nell’altrui dolore…
Musica. Nek, Lascia che io sia
Da Sassuolo alla via Emilia sono pochi km. La via Emilia: la nostra highway dei sogni. Anche l’autostrada, quella vera, è subito lì. Certe notti si gira da quelle parti, senza meta. Certe notti, si fanno scorribande lungo le strade in collina e in pianura, e la provincia emiliana diventa lo spazio paradossale in cui si insegue un motivo per vivere. Si attraversano paesi familiari che sembrano esotici, ci si ferma nelle piazze vuote sotto i lampioni, si cercano nei locali occasioni di vita. Certe notti passate “fra cosce e zanzare / e nebbia e locali… / Certe notti coi bar che son chiusi” – le conosciamo bene. Sono le notti emiliane, le notti padane dove il valore introspettivo del viaggiare prende il sopravvento sul movimento fisico, come nei libri di Pier Vittorio Tondelli, scrittore di Correggio, provincia di Reggio Emilia; come nelle canzoni di Luciano Ligabue, anche lui di Correggio. Per entrambi gli spazi familiari, nei sotterranei della provincia, sulle strade conosciute, sono il “vero” viaggio: quello che prefigura l’altrove, ma trova la verità nei due passi da casa. Eh sì, perché lì, “certe notti c’è qualche ferita / che qualche tua amica disinfetterà”…
Musica. Luciano Ligabue, Certe notti
Anche oggi il nostro viaggio è finito. Arrivederci alla prossima puntata.