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22 Marzo 2006 | Racconti d'autore

N°4-RACCONTI D’AUTORE

Dal volume “Dal grande fiume al mare” il racconto di Roberto Pazzi “L’occhio del “Furioso””. 1° parte


Portato a Ferrara a due mesi e qui trascorsa la vita, ormai posso dire quale sospetto che sia la prima sensazione percepita dal paesaggio di chi entra in questa mia terra: lo spaesamento, quella particolare incertezza dei confini che offre al viaggiatore la vista aperta all’infinito della pianura del Po. Se infatti, da sud, gli Appennini costituiscono una forte barriera separatoria dalla Toscana e dalla Liguria, a nord il corso del Po riesce appena a distinguere l’Emilia dalla Lombardia e dal Veneto. 11 grande fiume, più che dividere, sembra unificare e amalga­mare in un’unica variegata civiltà le terre che bagna, dal Monviso al delta. Di questa timida caratterizzazione dell’Emilia, nel contesto cisalpino nessun elemento geografico offre tangibile prova con altret­tanta chiarezza quanto il mare che la lambisce. È quasi impossibile infatti definire l’Emilia una regione marittima. Eppure l’Adriatico la bagna per quasi duecento chilometri. Ma è un mare pigro, slombato, dal fondale bassissimo, privo di porti naturali, incapace di elevarsi a cifra di apertura verso il mondo. Certo un bellissimo mare, meta di un turismo non solo interno; ma, chiuso com’è. parrebbe quasi imitare, nella sua dolce, quasi impercettibile gradualità di sprofondamento, il declivio lento e solenne della grande pianura del Po. A stento la poesia di Marino Moretti, con la sua Cesenatico di paranze da pesca, potrebbe ricordare che Emilia e Romagna sono anche regioni maritti­me. Forse è Dante il più torte riferimento letterario a questo aspetto della regione, allorché Francesca da Polenta, nell’Inferno, precisando al sommo poeta dove sia nata, dipinge la sua Ravenna:


Siede la terra dove nata fui
nella marina ove il Po discende
per aver pace coi nemici sui.



Attraversare l’Emilia vuol dire non poter avvalersi di riferimenti che limitino, costringano e orientino come invece in Piemonte o in Liguria o nel Veneto, dove le montagne scandiscono, lontane o vicine che siano, spazi e tempi, vincendo il vuoto. In proposito non ho mai dimenticato i racconti che mia madre – trapiantata diciannovenne a Ferrara dalla nativa Liguria, da dove mai era uscita – faceva del suo sentimento di questa terra. Il nulla dell’orizzonte, il non vedere mai un riferimento per l’occhio da nessuna parte del cielo che non fosse il cielo stesso, le dava un’angoscia sottile, quasi che il sentimento del tempo e il succedersi delle ore subisse un’offesa e una metamorfosi. Un umore di attesa inquieta, destinata a non pacificarsi mai nell’in­contro con l’evento. Un costante e sfuggente rinvio dell’«occasione», un ritrarsi dello sguardo da esterno in interiore, a cercarsi il paesag­gio nell’anima, per riparare al vuoto delle forme geografiche.


Non si può dimenticare che dalla piatta pianura dell’Emilia si è levato lo sguardo del nostro sommo poeta fantastico, Ludovico Ariosto. Il Furioso nasce da questo nulla dell’orizzonte che spaura chi è abituato a sfiorare, con l’occhio, dei confini. Forse per capire la valen­za più suggestiva e fantastica della pianura emiliana occorre vederla e viverla in una giornata di dicembre, illuminata e coperta dalla neve. Con quel silenzio innaturale che solo la neve crea intorno a sé e che, a chi sì metta in ascolto, pare addormentare non solo la Pianura pada­na, ma tutta la terra. Da quell’orizzonte la fantasia allora potrà perce­pire in arrivo i cavalieri dell’Ariosto o i tartari del deserto buzzatiano e di notte, se la luna sarà piena, potrà evocare i voli dell’Ippogrifo alla ricerca delle cose che si sono perdute quaggiù e raccolte lassù. (attualmente finisce qui)


Credo sia duplice il supporto visivo offerto dalla pianura emiliana alla fantasia per costruire un cosmo supplente e vicario di quello reale: la retta e la curva. Perché l’orizzonte della pianura concilia i due elementi che si fanno guerra, la linea retta dell’orizzonte e la sua cir­colarità apparente, quel sentimento della sfera del cosmo dove l’uomo si accomoda, sentendosi protetto, a casa sua. L’orizzontalità, col suo offrirsi alla fantasia nel bisogno di popolarsi di figure che ne animino il vuoto, è il versante poetico del sentimento della pianura, qui in Emilia. Ma, sempre seguendo il costante rapporto fra natura e uomo, c’è anche, più quotidiano, il risvolto psicologico di quell’orizzontali­tà, il suo riflesso sul carattere emiliano della gente comune.



Dove tutto conduce all’antiverticalità, pare prevalere una tregua dell’occhio che invita alla pace e alla resa, alla confidenza in sé e nel futuro. S’in­sinua un abito mentale edonistico, estraneo ad ansie religiose, arreso al corso pacifico degli eventi. Non incombe la montagna, l’antica metafora dell’ascesi mìstica o della rivolta superomistica al cielo. Non inquieta l’ostacolo fisico, come allegoria dì quello interiore. La pianu­ra, ricca di grano e di preziosi prodotti per la vita, alimenta un senti­mento di fiducia filiale nella Madre che allatta e sgombra la mente da «terrestri ardori» per procurarsi di che vivere. La pianura emiliana non svezza i suoi figli, li nutre sempre, li fa sicuri di non soccombere mai alla paura più antica dell’uomo: morir di fame. L’avversità invece patita dai vicini, i liguri, oppressi da una natura maligna che rifiutava i suoi figli, costringendoli a imbarcarsi sulle navi per lavorare, esi­liandosi sul mare per guadagnarsi da vivere. E da altri vicini, quella metà dei veneri che era figlia di una montagna dura e ostile, protago­nista di una delle stagioni dell’emigrazione ottocentesca più massic­cia negli Usa e in Francia. Perché, occorre riconoscerlo, il cuore della gente emiliana e romagnola è gaudente, edonista, fiducioso che domani si troverà la soluzione che manca oggi, capace di calarsi nel­l’attimo fuggente godendoselo tutto intero, senza rimorsi, forse memore di quel detto del Boccaccio, «meglio aver fatto e pentersi che non aver fatto e pentersi».


Percorriamole idealmente una dopo l’altra, le grasse città fiorite sull’asse della via Emilia, da Forlì a Piacenza, passando per Faenza, Imola, Bologna, Modena. Reggio. Parma e Fidenza. L’ordine, la puli­zia, l’efficienza che subito le amalgama in un’unica fascia di benesse­re, sono fino a un certo punto figli di amministrazioni civiche esem­plari, meno corrotte della media italiana. C’è, un’aura di sereno con­senso alla corporalità, alla fisicità della vita che vibra nella sonorità del dialetto, così cantilenante e cantabile a Modena, così musicale e sensuale a Parma, dal vocalismo cosi aperto a Ferrara, e nella scarsa dimestichezza religiosa con le chiese, piene di fedeli soltanto a Nata­le e a Pasqua e per le esequie dì qualche vittima della criminalità e del terrorismo che trasformano l’omelia del cardinale dì Bologna in testi­monianza civile. Forse è ancora l’aura culturale che sapeva superare la guerra fra la carne e l’anima nella mitica figura del cardinale bolo­gnese Prospero Lambertini. papa Benedetto XIV, di cui non s’è mai spento il gusto per la battuta, per l’ironia, per il comico intreccio delle passioni, soprattutto quelle amorose, visto con occhio che capisce e compatisce, non condanna mai.


Viene da chiedersi se non sia stato proprio per colpire questa pacifica confidenza nella convivenza che gli occulti strateghi della tensio­ne abbiano scelto Bologna per la loro bomba, il 2 agosto 1980. Quel­la bomba alla stazione ferroviaria doveva anche infrangere un mito che Bologna e l’Emilia costituivano e nonostante tutto ancora rappre­sentano: l’ordine e l’efficienza, nel relativo benessere. Mito che si ali­mentava soprattutto del confronto con altre città e regioni; basterà pensare a Napoli e a Bari, se proprio non si voglia spingere lo sguar­do fino a Reggio Calabria e a Palermo.

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