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8 Gennaio 2007 | Paesaggio dell'anima

N°42-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 42^ puntata.
Emilia Romagna, cerniera tra Nord e Sud.

Cari amici, le puntate natalizie ci hanno offerto il pretesto per andare alla ricerca delle nostre radici, che non sono solo etrusche e latine, ma anche celtiche e longobarde. Nei nostri geni di emiliani c’è stata, dunque, un’immissione di “nord”: dna celtico che ritroviamo nella tradizione dell’albero di Natale, nel modo di preparare gli insaccati come nei ritmi della musica popolare. La quale, appunto, ha molte affinità con il sound celtico,  con le cadenze ripetute e monotone di cui si è innamorata la cantautrice Loreena Mc Kennitt, canadese d’origine e irlandese d’adozione. Nei fumosi irish pub i musicisti suonano alternandosi, con una certa casualità d’esecuzione, mentre le danze si appoggiano a  simbolismi ancestrali. Tutto questo mondo pan-celtico – che si manifesta nelle melodie irlandesi e scozzesi come in quelle bretoni e gallesi – è stato il trampolino creativo per The book of secrets, un album di grande successo, che Loreena Mc Kennitt ha composto pensando anche all’Italia e alla nostra regione. Il motivo ve lo spieghiamo dopo. Intanto ascoltiamo il brano che s’intitola  Dante’s prayer, dove alla preghiera di Dante sembra unirsi un salmodiare di monaci.


Musica. Loreena Mc Kennitt: Dante’s prayer


The book of secrets – spiega Loreena Mc Kennitt – è nato dopo aver letto che i monaci irlandesi salvarono la civiltà occidentale copiando i testi antichi in manoscritti miniati. Grazie a loro, la cultura classica non andò dispersa ma si tramandò sino a noi. La prima comunità irlandese in Italia giunse con San Colombano e si stabilì in un luogo chiamato Bobbio, in Emilia. “Quando l’ho scoperto – racconta Mc Kennitt – ho fatto un viaggio in questa regione. Ricordo di aver pensato che se uno cercava l’equivalente dell’isolamento che i monaci irlandesi avevano provato nelle isole Skellig, questo era il suo corrispettivo montano”. Il viaggio, l’isolamento, la solitudine necessaria per avvicinarsi a Dio: questi i temi di The book of secrets.


Con i suoi boschi scuri e le forre impressionanti, l’Appennino piacentino nell’Anno Domini 614 dovette apparire al frate irlandese il luogo giusto per fondarvi un monastero. Oggi dell’abbazia benedettina che fu faro di civiltà per tutto l’Alto Medioevo, rimangono solo alcuni corpi di fabbrica. Intorno al monastero si sviluppò la cittadina di Bobbio, oltre la quale il fiume Trebbia, formando anse semicircolari, a un certo punto sembra tornare indietro. A vedere la curiosità di un fiume che per alcuni tratti “va in su” arrivano tanti stranieri, biondi e rossi, che la gente confonde per tedeschi e in realtà sono irlandesi. Vengono per pregare San Colombano, ma presto scoprono le meraviglie dei panorami e, da una trattoria all’altra, i piaceri della tavola. Allora, tra un piatto di tortelli e un bicchiere di Gutturnio, capiscono perché il santo irlandese non volle più lasciare questi luoghi. Nemmeno da morto.


Musica. Pneumatica Emiliano Romagnola: Giga di Bobbio (polka).


Si chiama “Giga di Bobbio” la danza da piffero – per la precisione, una polka – che la Pneumatica Emiliano Romagnola ci ha proposto dal suo repertorio di musiche tradizionali della nostra regione. E’ facile notare che questa musica potremmo sentirla anche in un pub di Dublino. Ma per andare più in profondità alla ricerca delle nostre radici, dobbiamo tornare indietro nel tempo, all’epoca in cui una parte della nostra regione era ricoperta da una grande foresta chiamata dai Galli “Selva Litana”. Questa foresta era il bosco sacro dei Galli, che occupavano il nostro territorio prima della conquista romana. La sua fama è legata a una battaglia importante nella guerra contro i Romani, avvenuta nel 216 a.C.: una curiosa “guerra vegetale”, di cui ci parla lo storico Tito Livio.


Musica. Medieval drum dance


Dunque, racconta Livio, nel corso della seconda guerra punica i Galli Boi – gli stessi da cui prese il nome Bologna – erano alleati dei Cartaginesi. Nelle nostre terre, che allora costituivano la Gallia Cisalpina, i Celti davano filo da torcere ai Romani. Un intero esercito consolare venne attirato e distrutto dentro la Selva Litana. I Galli avevano segato gli alberi ma in modo che restassero apparentemente diritti, e cadessero se spinti da un lieve urto. Quando passarono le due legioni del console Postumio, ai Galli, appostati ai bordi della foresta, bastò dare una lieve spinta per far cadere gli alberi addosso ai Romani che morirono sotto i tronchi o trafitti dai nemici. Nell’imboscata trovò la morte anche il console, la cui testa – racconta Livio – fu poi tagliata nel tempio e ripulita. Il teschio, ornato di un cerchio d’oro, divenne il vaso con cui i sacerdoti celti libavano agli dei nelle grandi occasioni.


Musica. Medieval drum dance


Fino a qualche anno fa si pensava che la selva Litana fosse compresa tra Bologna e Ravenna, o circondasse Modena, dove – secondo lo storico Polibio – due anni prima della famosa imboscata un altro plotone romano era stato attirato tra quei fitti alberi. Ora, un giovane studioso reggiano avrebbe localizzato il luogo del massacro nei pressi di Reggio Emilia. Prende a testimone Tacito, il quale molto tempo dopo, nel 69 d.C., racconta  di un uccello visto apparire in un bosco intorno a Reggio, e che lì rimase fino al giorno in cui l’imperatore non si tolse la vita nel suo accampamento presso Brescello. Questo fatto accadde, scrive Tacito,  “apud Regium”, cioè vicino a Reggio,  in un “celebre bosco sacro”. E quale, se non quello sacro ai Galli? Il nome Litana deriverebbe da Litàbos, che significa sacro, consacrato, per cui non dovrebbero esserci dubbi che la nostra Reggio Emilia era un tempo circondata da vasti boschi in cui i nostri progenitori Celti celebravano i riti della loro religione.


Ascoltiamo allora “The wind that shakes the barley” dei Chieftains, il più noto gruppo di musica tradizionale irlandese. E’ una ballata irlandese del XIX secolo che ha dato anche il nome al recente film di Ken Loach, tradotto nella versione italiana con “Il vento che accarezza l’erba”.


 Musica. The Chieftains: The wind that shakes the Barley


Cari amici, se insistiamo nel cercare legami tra la nostra cultura e quella celtica, è perché i Galli, scontrandosi e fondendosi con la civiltà italica, cioè etrusco-romana, hanno contribuito a produrre la strana razza degli emiliano-romagnoli. E’ da quel primitivo impasto, infatti, che noi deriviamo, anche se gli ingredienti nel corso dei secoli sono cambiati, e se ne sono aggiunti di nuovi. Per capire questo, basta considerare i toponimi delle nostre città. Cesena, ad esempio, ha scritte nel nome le proprie origini galliche: deriverebbe dal latino  “caedo”, in memoria proprio della particolare tattica di tagliare gli alberi – “acesurae” – usata dai Galli Boi per sconfiggere i Romani nella Selva Litana, qui identificata con la vicina foresta del Colle Spaziano.


Il breve dominio dei Galli – arrivati nelle nostre zone nel IV secolo a.C. e colonizzati dai Romani meno di 200 anni dopo – ha lasciato tracce nell’economia, con l’introduzione dell’allevamento dei maiali, e nella lingua locale, dove alcuni accenti vengono dall’antico fondo celtico.


Il dialetto romagnolo, in particolare, così strano, impasta arcaici fonemi che vogliamo risentire in questa canzone della bravissima Luisa Cottifogli. E’ un’antica ninnananna romagnola che evoca la Borda, un mostro che viene dritto dritto dalla tradizione celtica, e che certo doveva spaventare i bambini restii ad abbandonarsi alle braccia del sonno. La radice –bor rimanda al dio Bor che non sgradiva i sacrifici umani: le vittime venivano legate a una corda e calate dentro acque sorgive e paludi.


Musica. Luisa Cottifogli: Borda


Dell’origine celtica di Ferrara ci parla anche Giosuè Carducci nella sua ode alla città. Soprattutto, ce lo confermano i tre paesi vicini di Codigoro, Consandolo, Codrea, tutti col suffisso –co.  Costituiscono il famoso “tri-cò” citato da Polibio come “Trigaboli”, cioè “tres gabuli” dal nome gallico locale che significa “tre forcelle”, “tre curve”. A Codrea, preesistente a Ferrara, il fiume Po faceva infatti tre curve. Ma anche Bagnacavallo deve il suo nome ai Celti: nel luogo si praticava il culto delle acque perché c’era una sorgente curativa. L’immensa Selva Litana secondo alcuni storici si estendeva sin qui, prima di essere disboscata dai Romani per la costruzione della via Emilia.


Chissà se davvero sono state queste fusioni gallo-romane a renderci diversi dagli altri italiani. Certo è che qualcosa di importante rimane, della sosta secolare dei Galli, se ancora oggi – giusto per fare un esempio –  l’Istituto per la Valorizzazione dei Salumi in Italia classifica con la denominazione di “origine celtica” gli insaccati prodotti in alcune regioni cisalpine.


Possiamo concludere il nostro viaggio con una gita a Monte Bibele, il villaggio gallo-etrusco del IV secolo a.C. nel cuore dell’Appenino bolognese. Il nome latino significa “montagna potabile” e la ricchezza di acque sorgive sarebbe all’origine dell’insediamento. Tutte le volte che ci viene sete e ci accostiamo a una fontana, nei nostri vagabondaggi tra i monti, ricordiamoci che le fonti, le acque, le sorgenti erano sacre ai nostri antenati e nostro dovere è mantenerle pure. Vi salutiamo con la “pioggia mistica” dei Dead Can Dance. Arrivederci alla prossima settimana.


Musica. Dead can dance: Mystical rain

Brano corrente

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