Questo singolare libro di Roberto Barbolini tra autografia culturale, saggio letterario e romanzo critico, con stile divagatorio e divertente esplora in lungo e in largo Ma anche cantautori divisi tra musica e letteratura, come Francesco Guccini e Luciano Ligabue, e poi Giovanni Lindo Ferrtti e Vasco Rossi, i Nomadi e l’Equipe 84, Pavarotti e Bono degli U2. Emergenti s’affiancano a figure semidimenticate, incontri con venerati maestri s’intrecciano a salutari riscoperte in un Magical Mistery Tour, dagli anni Sessanta a oggi, tra la via Emilia e il West, che ha il ritmo d’un riff di chitarra e il pathos d’una resa dei conti con il proprio genius loci. Chi dice Motta dice Potta In Vacca d’un cane Francesco Guccini rievoca con un certo malumore la sua giovinezza in quella che chiama Ma in quei primi anni Sessanta il progresso avanza incessante e rischia di soffocare il passato: « … un fracasso pazzesco, rimbombante, scavalchiamo i tubi e i cavi e i marmi crollanti per toccare da vicino almeno Caino e la sua bastonata … ». Pare quasi di sentirlo, Caino, mentre cala il randello su quel tipino ammodo di Abele, gridando: «Adesso ti dò quelle di Sandrone, piccolo ruffiano che non sei altro!» Come se Wiligelmo fosse un antenato del burattinaio Giulio Preti e le storie della Genesi, nella loro terragna drammaticità, preludessero a tutte le farse con bastonatura finale, mentre l’Italia del boom si fa strada fra grovigli di tubi e di cavi e sulla via Emilia sfrecciano ancora le Rosse di Maranello, incuranti dei futuri divieti di circolazione e intanto La mia prima nozione della parola Potta – quella della cosa sarebbe giunta in vistoso ritardo rispetto a qualsiasi parametro accettabile – risale alla lettura preadolescenziale della Secchia rapita di Tassoni nei «Classici del ridere» dell’editore Formiggini. Era uno dei non moltissimi «libri di famiglia» che mi aveva attratto per via delle belle illustrazioni eroicomiche di Augusto Majani (in arte Nasica) e per la fama di Alessandro Tassoni come poeta della risata grassa e scollacciata. Quasi un libro proibito, dunque, dove si diceva pane al pane e pene al pene. Ecco, infatti, all’ottava dodicesima deI canto primo, il soprannome affibbiato al Podestà dei Modenesi: «Scriveano i Modanesi abbreviato / Pottà per Potestà su le tabelle / onde per scherno i Bolognesi allotta / l’avean tra lor cognominato il Potta». Penso d’aver riso alla parola stramba, senza naturalmente intendeme il significato di organo sessuale femminile. Eppure Arbasino si sbagliava. No, signora mia, non è un’antonomasia della «f***», con o senza gli asterischi, ma un ermafrodito a gambe aperte ciò che l’antefissa mostra a chi solo si ricordi di alzare la testa da Piazza Grande verso la linea di gronda del Duomo, quando passa più o meno all’altezza del negozio Benetton che da qualche anno ha sostituito l’antica merceria Preti. Sconciata da un’archibugiata, pare, d’un soldato del marchese Rangoni, Ci voleva l’occhio d’un poeta straniero per farlo: quello del fiammingo – ma ormai naturalizzato – Jean Robaey che, in Presentazione del Duomo di Modena (Book editore, 2002), mette in versi motivi e figure del grande monumento, dai bassorilievi biblici di Wiligelmo al pontile con ambone, alle meraviglie della Porta della Pescheria, dove alla vicenda dei Mesi si mescolano le storie di Artù e del Roman de Renart: «salta saltella renardo volpone e il lupo isengrino / per maria sono struzzi galletti che trasportano / un cane le zampe dei galli sono levate alte / .. sopra / la barella portano una faina che si finge morta». Vengono in mente le parole di George Steiner in Grammatiche della creazione (Garzanti, Milano 2003): «La poesia, la statua, il ritratto […], la navata, narrano e ospitano una vera presenza». La suggestione del messaggio cristiano e la dottrina della transustanziazione sacramentale suggestionano prepotenemente le icone – pittoriche, scultoree o verbali – dell’immaginazione occidentale, dice ancora Steiner: «La cosa immaginata è un’icona, una finzione veridica». Anche Ma attorno al Duomo s’annida anche una città sognata da Kafka, una piccola Praga magica che mescola il suo singolare bestiario umano ai mostri gotici e potteschi. Basta guardare certe persone dai grugni «tamugni» che s’aggirano il lunedì mattina in Piazza Grande (è giorno di mercato): le loro teste quadre come di reggiani, .o di celti cui il cielo sia caduto sulla testa, sembrano schiacciate o deformate dal peso d’una colonna romanica. Senza saperlo, sono tutte comparse del Processo di Kafka. La folgorazione viene da Walter Benjamin. Che precisamente scrive (Opere complete, vol. IV, Einaudi, Torino 2002): «Il processo contro Josef K. si svolge in uno scenario da vita quotidiana, in cortili interni, sale d’aspetto eccetera, in luoghi sempre diversi e inaspettati nei quali l’accusato più che recarsi si perde. Così un giorno si trova in una soffitta. I matronei sono pieni di gente che si accalca per seguire l’udienza; si sono preparati a una lunga seduta, ma non è facile resistere là in alto; il soffitto – che in Kafka è quasi sempre basso – li opprime e li soffoca, tanto che si sono portati dei cuscini da interporre fra la testa e il soffitto. Ma questa è proprio l’immagine a noi ben nota del capitello a forma di smorfia delle colonne di numerose chiese medievali». A quale processo sono inconsapevolmente chiamati a presenziare quei passanti curvi sotto il cielo basso e nebbioso della Potta di Modena? Quale peso invisibile di colpa grava sui loro spiriti ventruti? Se davvero i telamoni e le cariatidi viventi di Piazza Grande esprimono nella loro schiacciatura il senso d’una radicale deformazione dell’esistenza, quale Benjamin intuisce nelle comparse del Processo, questo sarà davvero come in Kafka il riflesso d’un futuro sgomentevole? Oppure si tratta di un demone del passato, che la finta bonomia del carattere locale ha tenuto a bada dietro la maschera grottesca e burattinesca di Sandrone? La città della Potta, e i suoi abitanti, rimangono un enigma. In grado di spaesare anche chi crede di conoscerli bene. Nel Sosia di Providence (Diabasis, Reggio Emilia 2002) Alberto Bertoni ha espresso bene, tra autobiografia e romanzo critico, questo senso di estraniazione in un luogo noto. Raccontando la sua esperienza di coscritto presso 1’Accademia militare, ecco che sente rivivere «1’angoscia di non uscire mai più da quel castello kafkiano (il fatto di essere nella nostra città era sì positivo, su un piano generale, ma negativo in quanto amplificatore continuo di “kafkianità”). Sentirsi ogni giorno un po’ evasi un po’ clandestini per le strade di Modena era in effetti non poco paradossale». È una sensazione che, senza frequentare l’Accademia militare, ho avuto modo di provare anch’io. A me succede quando passo per il mercato coperto. Da qualche anno è stato rinnovato. Quando capito in città, ogni volta che posso ci faccio un salto. Mi immergo nei suoi odori conosciuti, fra il vociare dei negozianti e dei clienti. Fendo adagio una folla di massaie e donne in carriera, pensionati e professionisti che – come i lottatori descritti da Sklovskij nel Punteggio d’Amburgo – combattono ad armi pari, messa da parte ogni artificiosa diseguaglianza sociale, per guadagnare il primo posto davanti al banco della verdura o a quello dei salumi. E lì, davvero, vince il migliore. Forse per questo quasi mai mi fermo a comprare qualcosa. Giro attorno al bambino color verderame della fontana e sbuco dal lato opposto per dirigermi verso il parco e il viale della Stazione Piccola. Mi lascio ben presto alle spalle la struttura del mercato, con il suo tetto a vetrate delimitate da arcate color grigio-ferro. Solo a questo punto mi sento fuori da quello strano medioevo di cui parlava Arbasino. Come se l’uscita posteriore del mercato, dalla parte di via Canalino e della chiesa di San Bartolomeo, fosse una specie di Stargate, una soglia temporale capace di sottrarmi al magnetismo della grande cattedrale romanica e dei mostri gotici che la abitano: sirene bicaudate, draghi, grifoni, leoni alati e soprattutto quella Potta inquietante, che a Jonathan Keates, odierno viaggiatore inglese patito della via Emilia, richiama alla mente un antico simbolo celtico di fertilità, come annota nel suo Baedeker ltalian Journeys (Picador, London 1991): «nothing else but a variation on that age-old Celtic fertility symbol known as a sheela-na-gig». Puttana mitologica o ermafrodito alchemico, incubo kafkiano oppure retaggio dell’Orfano Celta? Qualunque interpretazione si dia della Potta, una cosa appare certa: resta una faccenda poco cristiana. Che cosa ci sta a fare, lì a gambe aperte da secoli, aggrappata ai marmi di una cattedrale? Se il Duomo è un poema di pietra,
Lettura di Fulvio Redeghieri.