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19 Febbraio 2007 | Racconti d'autore

N°48- RACCONTI D’AUTORE

La necessità è il velo di Dio. Di Giorgio Bassani.


Giorgio Bassani (Bologna 1916 – Roma 2000). Nato in una famiglia della borghesia ebraica, trascorre l’infanzia e la giovinezza a Ferrara, cuore pulsante del suo mondo poetico. Negli anni della guerra partecipa alla Resistenza e viene incarcerato. Nel 1943 si trasferisce a Roma, dove vive il resto della sua vita lavorando anche nel mondo della televisione e insegnando Storia del teatro all’Accademia d’arte drammatica. Il successo arriva con il romanzo Il giardino dei Finzi Contini (1962), che riceverà anche un’illustre trasposizione cinematografica ad opera di De Sica.


Né brutta né bella, e ormai oltre i trent’anni, Egle Levi-Manzi ha rifiutato diversi pretendenti ed è ancora zitella. Ma alla metà degli anni Trenta del ‘900, nella piccola e antica comunità ebraica di Ferrara arriva da Odessa un giovane ucraino dai “magnifici occhi azzurri”. Il richiamo è irresistibile e il bambino che nascerà incarna il riscatto della vita in tempi di guerra e di campi di sterminio.


La necessità è il velo di Dio


1.


Circa trentacinque anni fa, quando ero un ragazzo, viveva a Ferrara una signorina ebrea niente affatto brutta, nè povera, nè sciocca, nè matura — non specialmente appetibile, se vogliamo, però neanche da buttar via —, alla quale, per strano che ciò possa sembrare, la famiglia non era ancora riuscita a trovare un marito. Strano? Ebbene sì: strano. Nell’ambito della nostra Comunità, la cosa presentava, a quell’epoca, tutti i caratteri dell’eccezione. Utilizzando, per solito, le reti delle parentele e delle affinità; ma anche le adunanze delle signore dell’A.D.E.I. potevano servire molto bene allo scopo; e così le feste da ballo che, sotto Purìm, si tenevano in alcuni locali annessi al Tempio di via Mazzini, o nel salone d’ingresso dell’Asilo infantile israelitico di via Vigna-tagliata, feste presenziate da folte, bisbiglianti file di matrone, sedute lungo le pareti a fare tappezzeria; e del pari le lettere che, nei casi di più ardua soluzione, il rabbino dottor Castelfranco era stato pregato di scrivere ai colleghi delle città circonvicine, emiliane, romagnole, e venete: per dritto o per traverso, al momento opportuno il soggetto finiva puntualmente col saltar fuori. Non c’era mai da disperare. Quando, a produrre uno sposo, non fosse bastata la piazza, eccolo, Lohengrin, sopraggiungere di lontano: a vedere, a farsi vedere, e quasi sempre a concludere.


Nel 1934, Egle Levi-Minzi contava trentatré anni. Per qual motivo fosse rimasta zitella, non saprei dire con sicurezza. Figlia unica di attempati genitori, piuttosto benestanti; convivente insieme con essi, e insieme con essi perennemente deambulante, a certe ore precise del mattino e del pomeriggio, per le vie del centro (facevano un trio pressoché inseparabile, notissimo a tutta la città, e diventato quasi proverbiale): quel che so è che quando loro, i genitori, avevano cominciato a guardarsi attorno, alla ricerca di un possibile genero, le maggiori resistenze erano venute sempre da lei, la principale interessata. A tenerla sulla negativa, c’entrava, sì, è probabile, un po’ di smania filiale e verginale, un eccesso di attaccamento al vecchio papà e alla vecchia mamma. C’entrava anche, magari, la segreta suggestione esercitata su di lei, ai tempi folli della sua prima giovinezza — i tempi, occorre ricordarlo, del famigerato squadrismo padano, così simili, per certi aspetti, a questi nostri —, qualche violenta immagine che poi, negli anni successivi, le aveva impedito di volgersi a differenti tipi di maschilità… Sia come sia, certo è che ogni qualvolta Egle Levi-Minzi si era trovata a dover decidere, questo non andava, quest’altro nemmeno, quell’altro per carità, quell’altro ancora figuriamoci. Una smorfia della grande bocca malinconica, già un tantino cascante agli angoli; un lieve, annoiato abbassarsi delle palpebre rade di ciglia sulle tristi, umide iridi marroni, sefardite: e l’ultimo pretendente passava a incrementare la li­ta a mano a mano più lunga dei rifiutati.


2.


Accoglienza del tutto diversa doveva ricevere, a metà circa del ‘35, credo proprio nel giugno di quell’anno, un pretendente venuto da ben più lontano che non da Bologna, o Ravenna, o Mantova, o Rovigo, o Padova, o Venezia. Era russo, anzi ucraino. Anche lui figlio unico di genitori non più giovani, aveva ventisette anni. Si chiamava Yuri: Yuri Rotstein.


La famigliola era arrivata a Ferrara durante l’estate dell’anno avanti, proveniente da Odessa. Scesi dal treno di Trieste, si erano accampati alla bell’e meglio in un alberghetto di fronte alla stazione. Ma già prima di Kippùr, cioè prima della fine d’ottobre, occupavano (gratis, naturalmente) un appartamentino di uno stabile di via Vittoria che apparteneva ab antiquo alla Comunità. Avevano chiesto asilo, e l’avevano ottenuto, il padre, inoltre, data la sua perfetta conoscenza del culto, e dell’ebraico scritto e parlato, era stato subito assunto con mansioni tra di hazàn e di sciamàsc: addetto come assistente, e in certi casi addirittura come sostituto, alle funzioni mattutine del sabato, a quelle dei minori seppellimenti e alla macellazione rituale degli animali domestici. In un paio di mesi, insomma, si erano già inseriti. Si esprimevano in un italiano lento, dalle inflessioni ogni tanto stranamente cavernose, bizantine: approssimativo, certo, ma di sorprendente efficacia comunicativa. Sarebbero ripartiti? Quando si erano presentati, la prima volta, negli uffici della Comunità, il padre, che parlava anche per gli altri due, aveva accennato ad « Erez », all’America…


Padre e figlio si assomigliavano. Entrambi alti, assai più alti della media di quanti frequentavano Scuola tedesca, possedevano facce dello stesso tipo: facce lunghe, ossute, emaciate, con zigomi salienti in cima ai quali brillavano, azzurri, i medesimi piccoli occhi obliqui, mugicchi. La madre, al contrario, era di bassa statura, grossa, rotonda: una specie di serva, o di contadina, con tanto di fazzolettone bianco annodato sotto la gola.


Ma ciò che colpiva maggiormente gli astanti, sia giù, nella sala riservata agli uomini, sia di sopra, nel matroneo, era l’innegabile dignità di tutti e tre, la naturale, commovente disinvoltura con cui, in cambio di qualche modesto servizio, sapevano restare ospiti. Non è che avessero l’aria di dire: « In fondo siamo tutti uguali, correligionari, fratelli: dunque, questa è casa anche nostra ». Per niente. Dal semplice modo come ci stavano, al Tempio, tutti e tre silenziosi, composti, senza dar scandalo con particolari esibizionismi askenaziti (il padre, è vero, conservando il caffetano, la barbetta stenta, biondiccia, nonché i pii riccioli, dello stesso colore, fuoruscenti dal cappello rotondo attorno alle orecchie; la madre, il fazzolettone contadinesco; ma il figlio, lui vestito correttamente all’occidentale, di panno grigio), sembravano preoccupati d’una cosa sola: di rassicurare l’assemblea della loro ferma intenzione di andarsene al più presto possibile. Chiedevano di restare appena un poco, ecco: giusto il tempo bastevole a riprender fiato. Dopo essersi riposati, stessimo tranquilli: avrebbero subito ripreso le vie del vasto mondo.



3.


Non le ripresero affatto, le vie del vasto mondo. E così i loro nomi, confusi tra quelli dei centottantatré ebrei ferraresi deportati dai tedeschi in Germania verso la fine del ‘43, figurano tuttora nella gran lapide commemorativa affissa sulla facciata del Tempio israelitico, in via Mazzini.


Tirate tutte le somme, comunque, la loro trasmigrazione da oriente a occidente non fu vana. Egle Levi-Minzi ebbe un figlio: quel figlio maschio di cui, un giorno, un remoto sabato sera di fine maggio, mentre, seduta accanto a una vecchia contadina ucraina, guardava in giù, attraverso la grata del matroneo, nella vasta, lunga sala affollata d’uomini, aveva sentito improvvisamente il richiamo.


Era stata questione d’un momento: di pochi istanti.


Tutti gli uomini guardavano dinanzi a sé, verso il rabbino maggiore dottor Castelfranco, in attesa di sentirgli intonare la benedizione finale e solenne: la berahà. Soltanto uno, fra i tanti, quel giovanotto ucraino da poco immigrato, stava girato indietro. Guardava in su, verso il matroneo, con magnifici occhi azzurri, ridenti, ammiccanti, selvaggi. Ebbene, perché non averlo proprio con quel giovane, un figlio? — si era detta d’un tratto Egle Levi-Minzi, come risvegliandosi da un lungo torpore —. Era chiaro: non era lei che il giovanotto stava salutando, bensì la vecchia lì accanto, sua madre. E tuttavia, perché non far finta di equivocare, e non rispondere al suo sorriso, al suo breve cenno di saluto, con qualcosa di simile? Era povero, lui, straniero. Giovane, più giovane di lei di parecchi anni, quasi un ragazzo. Però povero. Senza una casa sua. Ramingo. I genitori sarebbero potuti rimanere dove già stavano, nell’appartamentino di via Vittoria nel quale la Comunità li aveva sistemati. Lui, il giovane, invece… Valeva la pena di tentare. Di tentarlo.


Aveva sorriso. Aveva accennato con la mano.


Dopo un attimo di esitazione, l’altro aveva por­ato due dita alla tesa del cappello, abbozzando un inchino.


No, in fondo ne era valsa la pena. Il bambino che Egle Levi-Minzi ebbe, fu bellissimo: un fanciullo vivace, intelligente, prepotente, stupendo: tale da apparire ai pochi di noi che scamparono ai lager e al resto, e nel ‘45, non più divisi tra uomini e donne, si ritrovarono tutti insieme a Scuola tedesca, la personificazione stessa della vita che in eterno finisce e ricomincia. Si chiama Yuni: Yuri Rotstein. Alto, magro, ossuto, con celesti occhi obliqui, fiammeggianti al di sopra degli zigomi aguzzi, vive ancora adesso con la madre, solo insieme con lei, per sempre, nella loro grande casa di Ferrara.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

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