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27 Marzo 2006 | Paesaggio dell'anima

N°5-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 5° Puntata


Abbiamo concluso la puntata precedente del nostro viaggio nella piazza vuota di un paese della provincia emiliana, di notte, sotto i lampioni. Ve lo ricordate? C’era Luciano Ligabue che cantava le notti lungo la via Emilia: “quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu / certe notti hai qualche ferita che qualche tua amica disinfetterà”…



Musica: “Certe notti” di Luciano Ligabue



La via Emilia: la nostra autostrada dei sogni – così l’abbiamo chiamata. Sulle carte geografiche la via Emilia appare dritta e decisa, come una promessa di facili e veloci collegamenti tra le estremità est e ovest della Regione: tra Rimini e Piacenza. Le città si allineano ordinate sul suo asse, tanto da sembrare facilmente raggiungibili anche con la bicicletta. Invece, la via Emilia è un tale fiume di traffico da far paura a qualsiasi ciclista indifeso. Eppure, l’idea della linea retta rimane invitante; perciò, se auto e camion la fanno da padroni, alla bicicletta non rimane che l’astuzia dell’aggiramento, dell’allungamento del percorso su vie secondarie anziché sul segmento principale. Nasce così il progetto della Regione Emilia-Romagna per il recupero della tradizione padana della bicicletta. Si chiama “Sentiero ciclabile della via Emilia” ed è il surrogato ragionevole e facilmente realizzabile del sogno di una pista ciclabile vera. Si prendono strade provinciali e comunali parallele e vicine alla via Emilia, si dotano di piste ciclabili e con queste si collegano le città della via Emilia senza passare per la trafficata via Emilia.


Oggi bisogna giocare d’astuzia se ci si vuole salvare dal traffico. Oggi. Ma ieri? Quando non c’erano né automobili né biciclette? Pensiamo a uno “ieri” molto lontano: molto indietro nel tempo. Secoli, millenni. Torniamo a quando la via Emilia fu costruita, nell’anno 187 avanti Cristo, dal console romano Marco Emilio Lepido. La via Emilia fu terminata due anni dopo la fondazione della colonia romana di Bononia, avvenuta nel 189 avanti Cristo. Bononia: Bologna.


Fate attenzione, perché ora il nostro viaggio prende una direzione inattesa. E’ un viaggio – un lungo viaggio – non solo nello spazio ma anche nel tempo. Avanti e indietro nello spazio e nel tempo della nostra regione.



Musica: Erik Satie, Gymnopédies.



Siamo dunque a Bononia, nella colonia fondata dai Romani nel territorio già occupato dagli Etruschi e dai Galli. Ai Romani dovette sembrare di buon auspicio il nome che i Galli avevano dato al luogo: Bona, cioè “villaggio fortificato”.  La via Emilia entrava dritta in città ed era la strada – il decumanus – principale. All’inizio Bologna era fatta di povere case di legno, poi – verso la fine del I secolo avanti Cristo – l’imperatore Augusto la riqualificò: vi fece costruire le fognature e i canali, la basilica e il teatro, pavimentò le strade. Gli edifici pubblici si arricchirono di marmi e le case dei ricchi di mosaici. Entrarono in funzione le terme, l’arena, le prime fabbriche di tessuti e l’acquedotto, che esiste ancora: 22 km di tubi di piombo che convogliavano le acque del Setta, presso Sasso Marconi, e le portavano in città.


Se visitiamo il Museo Archeologico, possiamo farci un’idea dei nostri antenati romani. Erano loro ad usare questi utensili, bronzetti, ceramiche, vettovaglie, lucerne, pettini. Immaginiamo le ragazze di allora, con i capelli raccolti in delicate reticelle di fili d’oro, e orecchini e collane a impreziosirne il volto. Avevano anelli infilati nelle dita della mano sinistra, mentre i bracciali li portavano ai polsi e sulla parte alta delle braccia.



Musica: Dead Can Dance, The garden of zephirus



Poi, un brutto giorno, a Bononia divampò un incendio che avvolse le case di legno, attaccò quelle in mattoni e gesso, lambì i marmi, divorò le strade. E sapete chi fu il nostro salvatore? Nerone, l’incendiario: proprio lui. Siamo nel 53 dopo Cristo e lo storico romano Tacito scrive nei suoi Annali, riferendosi a Nerone: “Grazie al suo patrocinio, fu concesso un aiuto alla colonia di Bologna, distrutta da un incendio, con l’elargizione di dieci milioni di sesterzi”. Il torso con corazza, rinvenuto presso l’area di via Carbonesi, dove sorgeva il teatro romano, pare fosse parte di una statua raffigurante l’imperatore. La statua di Nerone stava nel foyer del teatro ricostruito, e sua forse è anche l’iscrizione in lettere di bronzo che augurava il massimo successo agli spettacoli. Un vero poeta e amante dell’arte, il salvatore di Bologna.


Ma Nerone richiama alla mente anche i gladiatori, il sangue e l’arena, la polvere dei combattimenti, il Colosseo.


Per entrare in questo clima, ascoltiamo una canzone di Vinicio Capossela che s’intitola “Al Colosseo, rosario della carne”. Una canzone tesa, dura, che ci precipita nell’arena. Al Colosseo, domina “la legge della curva”, come negli stadi di oggi. In più, c’è il puzzo di carne umana: “si è sbranato al Colosseo / si è scannato al Colosseo / si è disossato al Colosseo / si è servito in fricassea / si assassina gli assassini al Colosseo…”.



Musica: Vinicio Capossela, Al Colosseo, rosario della carne.



Un brano, questo, sulla solitudine della carne: “la carne che sei / la carne che ritornerai…”. Una canzone sulla morte, il buio, la passione, il caos, lo scandalo della carne. Sul lutto, l’estasi, il fiorire, il maledire della carne. Consolate la mia carne, perché ogni giorno è il Colosseo.



Con questo fardello del corpo, glorioso e maledetto, gioioso e disperato, morto e risorto, sublimato nell’arte, continuiamo il nostro viaggio nel tempo e nello spazio della nostra regione. Un viaggio dentro la carne, la materia e il paesaggio dell’uomo che siamo e che siamo stati.


Per non perderci nei labirinti della storia e della geografia, dobbiamo prenderci una guida. Il nostro Virgilio, ora, è un grande storico della letteratura italiana: Piero Camporesi, romagnolo, docente all’Università di Bologna, ingegno straordinario. Morto nel 1997, Camporesi è forse il saggista italiano più conosciuto all’estero. I suoi libri sono avvincenti come romanzi. Indagando gli aspetti antropologici della cultura tra Medioevo ed età moderna, sottraendo antiche memorie all’oblio dei secoli, è riuscito a rappresentare la vita materiale, la vita del corpo, nella girandola delle sue sensazioni, nell’andirivieni di inferno e piacere. I suoi testi sono dei ponti che mettono in comunicazione epoche diverse, aprendo orizzonti inediti. Ci ha lasciato pagine bellissime sull’influenza del cibo nella formazione dell’immaginario collettivo, sul passaggio delle diete dal rosso al bianco, sulla simbologia del latte e del sangue, sulle angosce che agitavano il sonno degli uomini nelle antiche società. Ha scritto sugli elisir di lunga vita quando l’esistenza era breve e fragile, sulle voluttà dei nostri avi, sugli impostori dei tempi andati, sull’ebbrezza degli odori nel Settecento, sulla nascita del paesaggio italiano.




Musica: Dead can dance, Saltarello.



I libri di Pietro Camporesi sono affollati di vagabondi, di scienziati e ciarlatani, pellegrini e preti di campagna, santi e avventurieri, monache e donne di piacere, nobili e villani, cuochi-artisti e miserabili puzzolenti. Parlando di personaggi ed esperienze dimenticati, relegati in un passato irrecuperabile, Camporesi era capace di leggere con assoluta lucidità il presente. Così, incrociando letteratura e storia, antropologia e scienza dell’alimentazione, medicina e agraria, ha esplorato anche temi attuali, come l’ossessione delle diete, la decadenza dell’olfatto, l’uso delle ore notturne, la fine dell’inferno tradizionale, la scomparsa delle antiche contrade, la crisi degli ospedali, l’inquinamento, la religione del corpo e l’edonismo di massa.


Ci sembra adatta al nostro viaggio la straordinaria musica popolare della Pneumatica Emiliano Romagnola, vale a dire il gruppo folk emiliano diretto da Stefano Zuffi, di cui stiamo ascoltando “Serenata barcarola”.



Musica: Pneumatica Emiliano Romagnola, Serenata barcarola



Apriamo Le vie del latte, alle pagine dove Camporesi racconta un soggiorno padano del grande poeta Francesco Petrarca.


E’ un’umida sera di giugno del 1350. Petrarca, partito nel tardo pomeriggio da Mantova, costeggiando il fiume Po arriva a Luzzara. E’ quasi notte; ha galoppato tutto il giorno lungo piste fangose, piene di melma. In quella estate ritardata, il Po è colmo d’acqua: il soffio dello scirocco scioglie le nevi sulle Alpi riversandole nel fiume. A Luzzara, oggi in provincia di Reggio Emilia, lo attende una sontuosa cena, prima di ripartire, la mattina dopo, per Parma. Vivande ricercate, vini scelti, commensali simpatici e allegri. Tutto perfetto, tranne il posto: perché la villa che lo ospita è assediata da mosche e zanzare. Non solo: ecco sbucare dalle cantine una marea di rane che saltano e gracidano sul pavimento della sala. Non è possibile stare in questo inferno di clima padano. Il poeta fugge in camera da letto. Voleva ascoltare il canto da cicala a cicala, da trebbia a trebbia, dell’estate. Voleva attardarsi a tavola, godere dei piaceri e dei sapori della campagna. Invece è costretto a rintanarsi al chiuso, sconfitto dall’umido che viene dall’aria pesante e dai fossi, dai moscerini e dagli insetti che ancora oggi disturbano le cene estive all’aperto, nelle terre padane.  


 Musica: Roberto Cacciapaglia, Lux libera nos



Il brano che ascoltiamo ora, Lux libera nos, proposto da un eclettico compositore italiano, Roberto Cacciapaglia, è di ispirazione sacra e ci introduce a suggestioni classiche, sperimentali ed elettroniche. Questo tastierismo atmosferico è musica cosmica, solleva gli anni alle nostre spalle, ci porta là dove vogliamo andare: alle nostre radici, ai tavoli della locanda ancora ingombri delle nostre pietanze di sei-settecento anni fa. Ha scritto Camporesi: “Compito della storia è lavorare sul dimenticato. C’è una memoria istintiva che ci condiziona: ci portiamo dietro atti riflessi e culture sepolte. Lo storico dev’essere un grande sacrilego, un profanatore di tombe. Penso che cercare di ricostruire, anzi evocare, l’uomo del passato sia l’esperienza più emozionante”.


Arrivederci alla prossima puntata, sempre sulle tracce dei soggiorni di Francesco Petrarca nella nostra Emilia.

Brano corrente

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