Nelle città che stiamo idealmente visitando, lungo l’asse della via Emilia, lo sviluppo industriale ha contribuito a trasformare la regione più agricola in uno dei cardini dell’industria italiana. Ogni città, da Ravenna a Parma è infatti crocifissa alla sua ruota del martirio, la zona industriale della periferia che. mentre l’arricchisce di posti di lavoro, l’avvelena lentamente, inquinando l’aria, contaminando i terreni, contribuendo a fare di questa regione una delle terre, in Italia, dove più si muore di tumore, soprattutto ai polmoni. Si sa bene che il progresso si deve pagare, come tante altre manifestazioni «positive» della Storia. Meno si sa «quanto» si debba pagare, se cioè non sarebbe possibile che i Signori delle varie Società chimiche e petrolchimiche possano arricchire e dare ugualmente lavoro, razionalizzando i loro sistemi e i loro metodi, in modo da distruggere al minimo la vita e l’habitat dei fiumi, del mare e della campagna. Soltanto quando la mucillagine dell’Adriatico ha per alcuni mesi occupato le prime pagine dei giornali si è cominciato a parlare di impianti di depurazione, divieti di scarico e simili ovvie precauzioni. L’Emilia è emblematica di questa nostra troppo rapida evoluzione. Così, visitando i soprannominati capoluoghi padani, non sfuggiranno alcune mutazioni anche vistose all’occhio, avvenute nell’arco di ventanni o poco più. Un parco auto ricco di grosse cilindrate, dalla Fiat alle locali Ferrari e Maserati, con qualche Lamborghini e molte Lancia opulente. In agguato, ben dissimulata dalla vitalità di questo traffico, cova la morte del sabato notte, triste primato padano giovanile, che coglie usciti dalla discoteca: la morte di cui la televisione s’è tanto occupata, come della mucillagine del mare, da «vuoto senso della vita», partorita da una ricchezza materiale troppo presto ingurgitata, senza una parallela e graduale ricchezza e crescita della mente. Troppi giovani delle opulente città e dei ricchi paesi dell’Emilia soffrono il vuoto di valori, spesso non sanno apprezzare più neanche i tesori d’arte che custodiscono le loro stesse città. Qualcuno, sulla facciata del duomo di Modena, anni fa ha sfregiato una scultura di Wiligelmo I teatri sono ben poco frequentati dai giovani. Le librerie vendono a clienti dai trentacinque anni in su. Solo le discoteche sono affollatissime, fanno affari doro. Perché li, immersi in quel che Montale chiamava «lo squallore della musica rumoristica», spesso, fra uno spinello e una sniffata, riescono a ottenere una tregua al pauroso rumore del Nulla che rinvia alla coscienza. E quando sì risvegliano, e inforcano motociclette e balzano nelle automobili, sono forse presi da un raptus «eroico», quasi che ancora riuscissero a sottrarsi alla quotidianità solo con l’atto gratuito per eccellenza, la morte veloce. Una delle domande che i genitori si sentono rivolgere da quei figli è, non a caso, questa: «Perché mi avete messo al mondo?». È quella che più imbestialisce chi se la sente rivolgere, è naturale. Lo so perché a molti di quei ragazzi ho fatto scuola, per ventanni, in una di queste città, Ferrara, una città posta non sull’asse della via Emilia ma ugualmente afflitta dall’incongruenza emiliana fra ricchezza dell’abito firmato e povertà dell’anima. Ecco perché diventa anche rivelatore di laceranti metamorfosi rivisitare, dopo venti o trent’anni, le città del romanico padano: nella scollatura fra periferia industriale e cuore romanico e medievale si può cogliere il lancinante riflesso visivo dell’altro divario, fra abito costoso e povertà interiore. Non saprei però fino a che punto quest’estraneazione del presente dal suo passato, che rende la visita agli antichi centri storici di Modena, Reggio, Parma e Piacenza una pietosa catabasi nella memoria ancestrale a rianimare moribondi, sia solo particolare e non una condizione generale del paese, condivisa da tutte le altre diciannove regioni. A volte mi domando verso quale direzione muova la grande nave del paese in navigazione, doppiato il capo del terzo millennio cristiano. La nave è carica di suppellettile così preziosa e fragile, vecchie cattedrali i cui bassorilievi paiono a molti quasi incomprensibili, musiche di Mozart che in nulla armonizzano con i suoni che incollano al televisore milioni di telespettatori, oggetti ormai da museo come i libri, versi sul fratello sole e la sorella luna, palazzi fiorentini che sfidano con le torri di Arnolfo equilibri divini. Ce la farà la nave a portare tutto in salvo, nel viaggio che ci attende? O la tempesta sciuperà il carico e una falla costringerà ad alleggerirci di qualcosa? Occorre davvero salvare tutto, non dimenticare nulla, portare l’intero carico nella memoria di coloro che verranno? Non avremo a nostra volta anche noi perduto qualcosa del passato, senza averlo mai saputo? E mi cattura la sensazione che una delle più sacre condizioni della vita sia il consenso a un presente che rischi anche di perdere qualche prezioso frammento del passato, e che la grande nave della civiltà, nel suo avanzare nel mare del tempo, ogni tanto debba liberarsi di parte del suo fardello pur di non mancare la meta. E, forse, come quando si ama nuovamente, dopo un amore finito. Nel nuovo volto, nella nuova voce. nel diverso colore di questi occhi, occorre saper dimenticare l’altro volto, l’altra voce, gli altri occhi, soffrendo di cancellarli a poco a poco dalla mente come si cancellano le sembianze dei morti. Ma quest’oblio, di cui ci si sente colpevoli almeno ai primi istanti, quasi stessimo uccidendo in noi la persona tanto amata amandone un’altra, è paradossalmente un modo di amare ancora, nella nuova, tutte le persone che abbiamo amato un tempo e che ora camminano per strade lontane da noi. Nell’ultimo volto del tempo, quello più vicino, il passato si cancella, eppure rivive, proprio grazie a questa cancellazione. Ecco perché occorre saper scendere nella «bruttura» postindustriale del luogo in cui si vive con la stessa pìetas che si riserva alla «bellezza» del «pio passato», come lo definiva uno dei maggiori scrittori dell’Emilia, Bassani, ne Il giardino dei Finzi-Contini. Ecco perché bisogna andare incontro alle nuove malattie esistenziali dei giovani, che corrono, a duecento all’ora, il sabato sera, per simulare l’avventura e l’eroismo, con la stessa generosità con cui ci si mette in ascolto dei mali antichi, consegnati alle pagine dei libri, alle statue, alle pitture, alle note musicali. Gli ospedali di queste malattie si chiamano scuole, università, circoli culturali e ricreativi, teatri; i medici sono i professori, i maestri, gli artisti che escono dalla torre d’avorio della cultura. Almeno così dovrebbe essere, e così è là dove, in molti centri dell’Emilia, i problemi della droga e della morte veloce, per essere capiti e risolti, siano stati rinviati ai contesti e agli inferni della società industriale. Forse meraviglierà sapere che una delle sintomatologie più originali del malessere dell’Emilia-Romagna è la sua gran fame di scrittura, più che di lettura. Sono migliaia i giovani e i meno giovani che affidano al loglio di carta l’affabulazione più o meno caratteristica delle loro angosce. Racconti, poesie, romanzi che ho potuto constatare in continuo aumento, quando ho diretto per qualche anno due riviste letterarie a Ferrara. Erano scritture figlie della solitudine e dell’incomunicabilità, ben raramente capaci di elevarsi a un piano più universale e meno privato. Eppure anche testimonianze di una volontà di astrazione da se stessi, che è la preziosa premessa dell’incontro con la cultura e i valori trasmessi dalla civiltà: la capacità di mettersi in ascolto degli altri, morti e vivi che abbiano sofferto gli stessi problemi in contesti regionali e storici diversi e li abbiano saputi trasformare in beni di tutti, musica, arte, letteratura, colore. Valori di cui arricchire la vita, sublimando almeno una parte del dolore connaturato alla vita stessa. Ed è qui, in tale dato di creatività ancora affidato alla parola, in questo mondo sommerso di letterati dilettanti, che si può anche vedere congiungersi un anello dei più saldi fra l’Emilia-Romagna e il resto del paese: la fiducia nella parola, la necessità di aprirsi e darsi attraverso questo strumento che, se non è forse il più sicuro, è certo uno dei più antichi e a portata di tutti. Della grande fantasia ed estroversione italiana, quella che nel suo Viaggio in Italia tanto sedusse Goethe, sì può con certezza affermare che in Emilia ne prospera una delle più felici varianti, rallegrata da un’ironica ed aerea immaginazione ariostesca che fa della creatività emiliana una splendida tessera del mosaico nazionale, già in vista della sensualità rossiniana e della figuralità felliniana delle vicine Marche.
27 Marzo 2006
| Racconti d'autore
N°5-RACCONTI D’AUTORE
Dal volume “Dal grande fiume al mare” il racconto di Roberto Pazzi “L’occhio del “Furioso””. 2° parte