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14 Maggio 2007 | Paesaggio dell'anima

N°60 – UNA CITTA’, UNA STORIA

Corchia (PR), un borgo recuperato.

Uno, dieci, forse cent archi, volte, finestrine ad arco. Tutti in sasso, tutti in pietra. Anche sotto i piedi pietra e lastroni. Deliziose piazzette, tutte comunicanti; un’infinità di passaggi, di cunicoli, di viottoli. Questa é Corchia, una frazione del Comune di Berceto. In mezzo ad uno splendido vallone. In una foresta di castagni. A meno di mezz’ora  di auto da Borgotaro, sull’Appennino parmense, a 650 m d’altitudine. Un angolo di Emilia a poca distanza da Liguria e Toscana. 


E’ di questo borgo recentemente recuperato che oggi vi vogliamo parlare.


L’abitato di Corchia, orientato in senso Nord-Sud, è percorso da una strada selciata per tutta la sua estensione. Gli edifici che compongono il perimetro esterno del borgo, addossati l’uno all’altro creavano una cortina compatta che fungeva da mura difensive. Elementi di spicco che si impongono sul profilo architettonico di Corchia sono il campanile e l’acuta guglia del tiburio dell’antica chiesa parrocchiale.


Poco prima di entrare nell’abitato si osserva, sulla sinistra, la cappelletta ottocentesca del camposanto, caratterizzata da un’articolata facciata decorata a lesene e cornici, recante la data 1867.


Il primo caseggiato che si incontra  sulla sinistra all’ingresso del paese è l’antica residenza della famiglia Corchia, la cui origine risale probabilmente al medioevo.


Dopo essere stato a lungo un cantiere, questo borgo in mezzo alle montagne si presenta finalmente in tutta la sua bellezza. Basta addentrarsi nelle vie, per vedere come i passaggi siano tutti destinati a finire o a iniziare con un arco o un voltino. Anche se diverse case ristrutturate, in modo sicuramente delizioso, hanno l’aria di essere case per le vacanze, vive per pochi giorni all’anno, ci si può accontentare pensando che questo è meglio dell’abbandono, dell’incuria e dei crolli.
Pietra, pietra e ancora pietra. Selciati, case, logge, archi sono fatti con lastre di pietra.  I pavimenti e i ciottolati sono unici: in nessun altro paese dell’Appennino se ne trovano di così belli, di così finemente lavorati. Archi ribassati e passaggi aerei, portali forse di origine medioevale, poche porte ancora malmesse e tante, invece, recuperate.
Vedendo questi muri non é difficile immaginare la vita che un tempo li animava, sentire le voci di tutti i giorni, quando l’Appennino era vivo, non ancora attratto dalla promessa industriale laggiù in pianura o spopolato e sconvolto dalle vicende dell’emigrazione.


Forse, chi, ristrutturando questi vecchi muri, si è accorto dell’armoniosa bellezza del luogo, sconta un lontano senso di colpa nei confronti del passato tradito, dell’abbandono a cui furono costrette le precedenti generazioni.


A cura di Claudio Bacilieri, lettura Fulvio Redeghieri.

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