Ugo Cornia è nato e vive a Modena. “Le pratiche del disgusto” è il titolo del suo quarto libro, dopo “Sulla felicità a oltranza”, “Quasi amore” e “Roma”, tutti pubblicati da Sellerio.
Questi romanzi brevi hanno in comune il carattere autobiografico e la narrazione in prima persona. La forza dell’impatto produce un coinvolgimento immediato e accentuato anche dallo stile, rapido e di ritmo sostenuto. La scrittura è spesso sgrammaticata e disseminata di anacoluti, per dare al ritmo un’accelerazione ancora maggiore e l’impressione di un’intima urgenza.
La narrazione prende avvio da una situazione che produce all’autore una sensazione fastidiosa, e decisamente irritante; gli viene rimproverata una “posizione di chiusura”, cioè un tentativo, mal riuscito, di occultare un fatto che la sua stessa postura fisica denunciava. Tutta la narrazione mostrerà il contrario, cioè un’apertura che, dalla provocazione che viene dall’esteriorità, muove toccando l’interiorità, ferita ma non rassegnata.
La “posizione di chiusura” è dunque l’oggetto del rimprovero: tramite questa il protagonista avrebbe voluto escludere gli altri, nella fattispecie la donna amica di Michele, dalla condivisione di quanto gli stava accadendo, e cioè l’aggravarsi e poi il precipitare della salute fisica di sua mamma che, al momento del rimprovero, è appena morta.
Nelle parole della donna c’è l’intento di stigmatizzare l’inappropriabilità di quell’esperienza, il fatto che lei fosse di necessità costretta ad accettare tutto l’evolversi dei fatti senza il suo personale intervento, anche solo di semplice conoscenza.
Il protagonista fa presente alla donna che lui stesso era all’oscuro di quello che stava realmente accadendo, ma quella che comunque si apre a quel punto fra i due è una divergenza incolmabile di sensibilità e di gusto che si traduce in una vera e propria sfida sulla ricerca di una misura che di quella distanza dia conto.
La donna diviene dunque, passo dopo passo, l’emblema dell’incapacità di accettare la morte tipica della modernità, il sintomo palese di un male più vasto e profondo e che tocca tutto il bisogno di false pienezze di cui l’intera nostra epoca si ammanta. Tale incapacità veste il linguaggio della chiacchiera puerile, vanesia ed arrivista, il linguaggio e lo stile di vita tipico di chi vuole marcare di sé, e del proprio potere; gli oggetti e le convenzioni più banali della quotidianità: c’è tutto un codice codificato che insegna ad espandere il proprio io in modo tale che la percezione dei suoi confini ne sia sistematicamente elusa.
Se, come dice Cornia, “lo stile di vita si fa carne”, è nella carne allora che occorre scalzare quanto di quello stile corrotto si imprime: è interrogando la rabbia e dandole voce vivida e sempre più articolata, che l’autore fa piazza pulita di una serie di menzogne deformanti: la rabbia diventa verso la fine un accumulo ragionato di energia con cui l’autore vede e fa vedere: il reale, quello del Gorgia di Platone, che si vede dalla parte del suo rovescio, della morte. E’ il reale di Pietramala, dove sono tutti morti e il tempo è già tutto consumato e pieno di futuro libero.
L’immagine finale è potenziata al massimo, ed è quella di un reale allo stato puro, intero, schiaffato sulla faccia di tutti e anche del lettore che può restare lì, a viso aperto, o ritrarsi, in “posizione di chiusura”.
Alessandra Guermandi
Intervista a Ugo Cornia.
Le pratiche del disgusto (pagg.23-25)
Al lunedì c’è stato l’esame di mia madre, che ha fatto crollare la situazione, e il sabato seguente verso le ore quattordici mia madre è morta. Dopo c’è stato il funerale.
Dopo due o tre giorni, sbrigate tutte le faccende, sono tornato a trovare Michele. Allora sua moglie mi ha detto come mai non le avevo detto niente, cioè come mai non le avevo detto che mia madre moriva, e io le ho detto che non lo sapevo neanche che mia madre moriva, e che tra l’altro non era neanche una cosa alla quale pensavo di continuo e volentieri. Ma lei invece mi ha detto che io lo sa¬pevo, perché stavo seduto in una tipica «posizione di chiusura», e lei l’aveva capito subito che c’era quella cosa nell’aria. L’aveva perfino detto subito a Michele, che poteva anche testimoniarlo che lei gliel’aveva detto. Perché, aveva spiegato lei a Michele, se uno, che ha una madre malata grave, sta seduto due ore in quella tipica «posizione di chiusura», senza mai aprirsi col torace neanche per un attimo, è ovvio che sua madre è vicinissima alla morte. E io avrei dovuto dirglielo, non nasconderlo. Tra l’altro ripeteva queste frasi con un sorriso sulle labbra come se avesse beccato uno che rubava qualcosa e stesse andando a telefonare alla polizia, non come se avesse davanti uno che gli è appena morta sua madre. Però subito, nono¬stante l’inevitabile tristezza del momento per me, mi veniva anche un po’ da ridere a pensare alla storia della posizione di chiusura perché due o tre anni prima, su qualche settimanale del cazzo, qualche riga sullo star seduti in una posizione di chiusura dovevo anche averla letta. Dopo, visto che lei insisteva, le ho detto che essendo molto provato da queste giornate li salutavo e andavo a letto. Anche perché uno che, dopo che è appena morta tua madre, invece di dire «come mi dispiace» oppure «che brutta cosa che è successa», o anche soltanto il più tradizionale «condoglianze», che sono le uniche tre cose che si possono dire in certe occasioni, cerca di dimostrarti che l’aveva capito dalle tue posture fisiche che sei giorni dopo moriva tua madre e che dovevi dirglielo invece di fare il furbo e nasconderlo è precisamente quello che io intendo per essere sgarbati dentro. Ma di una sgar¬batezza che letteralmente non si ferma neanche davanti alla morte.
E inoltre, non solo sgarbati dentro, ma anche ignoranti dentro, di quel tipo di ignoranza che non c’è verso di curarla neanche con la scuola, perché l’ignoranza antica si curava con la scuola mentre l’ignoranza moderna non si cura né con la scuola, né con dei corsi e neanche con le medicine, che per degli anni io andavo spesso a mangiare da un mio amico che aveva un padre muratore che faceva sempre dei lunghi discorsi mentre mangiavamo, e in buona parte erano discorsi sul male dell’igno¬ranza, ma metà erano discorsi sull’ignoranza in generale, metà sull’ignoranza di tal dei tali, e diceva sempre che quello lì soffriva di un tipo di ignoranza che non si cura neanche con un collegio svizzero, e io e il mio amico, quando tirava fuori il collegio svizzero ci mettevamo sempre a ridere, ma quell’uomo doveva essere un uomo saggio, infatti si metteva a ridere anche lui.