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4 Giugno 2007 | Paesaggio dell'anima

N°63-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 63^ puntata.


C’è una coppia che balla / c’è un bicchiere che aspetta…/ ci sono io che rido / e c’è qualcosa che ho perso / e c’è qualcosa che scorre / e c’è qualcosa che galleggia / dentro questo bicchiere…”. Questa canzone di El Muniria – artista bolognese che prende nome da un hotel di Tangeri citato da Burroughs – crea l’atmosfera giusta, cari ascoltatori, per proseguire da un’osteria sotto i portici o da una festa di paese il nostro viaggio alla ricerca della Bassa perduta.


Musica. El Muniria: Dentro questo bicchiere


Come si riconosce la Bassa emiliana? Partiamo dall’inizio. Nonostante la bruttura dei capannoni industriali e le banali architetture dei quartieri nuovi, quando si attraversa il Po per passare dalla Lombardia all’Emilia, subito si colgono le differenze riconducibili a particolari umori della terra, quasi inavvertibili eppure consolidate dalla tradizione: ad esempio, il diverso colore dei laterizi con cui sono costruiti i coppi dei tetti, le case, le torri, i castelli. Scuro e ferrigno è il rosso dei laterizi della Lombardia; chiaro, rosa pallido che sfuma nel giallo la tinta dei laterizi dell’Emilia. Diversità dovuta alle argille con cui sono fatti i laterizi, a loro volta dipendenti dai diversi apporti alluvionali delle Alpi e degli Appennini.


Una differenza che rimanda a quei rapporti diretti fra attività umane e ambiente naturale che gli sviluppi recenti hanno nascosto, anche se non del tutto. E dunque, superato il Po, ecco che cambiano le architetture, le case coloniche, le campagne, con le diverse alberate, con la tendenza a creare scenografie sul lato dell’Emilia piuttosto che su quello lombardo, il fascino diverso delle strade cittadine porticate, delle piazze e degli antichi monumenti, insomma di tutti quegli elementi che oggi ci appaiono come relitti del passato, e che invece sono l’anima della nostra Bassa. Un territorio sfigurato dalla modernità, perché ormai – dice lo scrittore Carlo Lucarelli – c‘è una Los Angeles distesa sulla Via Emilia, “una strana metropoli di duemila chilometri quadrati e due milioni di abitanti, senza un vero centro ma con una periferia diffusa che si può chiamare Ravenna, Imola o riviera romagnola”.


Musica. Brian Eno: By this river


La canzone che abbiamo appena ascoltato è un piccolo capolavoro dimenticato di Brian Eno, del 1977.


Ci è venuto in mente pensando che la Bassa sostanzialmente è definita da una strada, la Via Emilia, ma anche da un fiume, il Po. “Siamo qui / ipnotizzati da questo fiume / tu ed io / sotto un cielo che continua a cadere, cadere giù. / Dopo aver attraversato il giorno / come se fossimo in un oceano / stiamo aspettando qui / senza riuscire a ricordare perché siamo venuti. / Tu mi parli / come se lo facessi da una grande distanza / ed io rispondo / con sensazioni prese da un altro tempo, un altro tempo”.


Questo brano di Eno è stato scelto da Nanni Moretti per la colonna sonora del suo film”La stanza del figlio”, vincitore a Cannes nel 2001. A noi ha sempre evocato il canto del cigno del fiume: l’immagine che abbiamo davanti è quella di un déjeuner sur l’herbe sulle sue rive, quando ancora erano trasformate in spiagge affollate e la gente vi andava a pescare. E oggi invece, se ci ritrovassimo lì, sulle sue sponde, ci dovremmo chiedere, come nella canzone di Brian Eno, perché mai siamo venuti, e a fare cosa, visto che il fiume non è più abitato e sta diventando anch’esso un deserto dell’anima.


Musica. Cisco: Il fiume


Devo gettare i miei ricordi via da qui”, canta il modenese Cisco, ex voce dei Modena City Ramblers. C’è un dipinto di Luciano Ricchetti datato 1941, “Donne che prendono il sole sulla riva del Po”, che ci fa sognare, ci immette in una dimensione mitologica: il dio Po. Ci sono due donne sdraiate sulla sabbia, una in costume intero blu e con gli occhi chiusi, l’altra accovacciata nuda e con una sigaretta tra le dita. Il fiume quasi non si vede, è una bavetta di schiuma, ma permea di sé tutta la composizione. Le due donne sembrano cullate, accarezzate dal fiume con i loro pensieri che si perdono nella mente. E la donna nuda, anch’essa nell’atto di assopirsi, sembra per prima consegnarsi con sensuale arrendevolezza alla luce del sole e alle forze fluviali, a quel mondo di argini, canali, idrodovore, chiuse, barconi da pesca, ponti di barche che ci siamo lasciati alle spalle.   


E allora per forza la Bassa, privata dei suoi elementi caratterizzanti, si vendica. Producendo mostri, ad esempio, là dove c’era l’idillio. Così, almeno, si può leggere “Dei bambini non si sa niente”, lo scabroso romanzo di Simona Vinci, scrittrice della Bassa bolognese, nata a Budrio e “dark lady” della nostra letteratura. Prima, però, da un album di Massimo Zamboni che racconta di sconfitte esistenziali, ascoltiamo un brano cantato dalla bravissima Nada, che potremmo definire la Marianne Faithfull italiana per la sua voce aspra dai bassi turgidi capace di adattarsi alle chitarre radenti e scabre dell’emiliano Zamboni.


Musica. Massimo Zamboni e Nada: Piangere o no


Siamo dunque a Granarolo dell’Emilia, nella Bassa bolognese, alla fine dell’anno scolastico. Qui è ambientato il romanzo di Simona Vinci, “Dei bambini non si sa niente”. Tra i campi verdi e gialli un gruppo di bambini alle soglie dell’adolescenza ha davanti a sé una lunga estate di giochi, scorribande in bicicletta, aranciate da bere in compagnia, tempo da perdere assieme. Qualunque cosa succeda, c’è una bella casa a cui tornare, con una famiglia normale, un televisore acceso, una bistecca già tagliata in pezzi piccoli. Ma quell’estate è diversa da tutte le altre: perché i giochi si fanno improvvisamente più pericolosi, fino a diventare proibiti. Il ragazzino che si atteggia a capo del gruppo, in forza dei suoi quindici anni, inizia i più piccoli ai segreti del corpo e della sessualità, con la complicità colpevole di adulti disposti a pagare bene le foto scattate durante i giochi segreti. Una bambina muore durante le sevizie, trasformando il gruppo di piccole vittime in carnefici.


Musica. Soungarden: Black hole sun


In sottofondo abbiamo messo il rock acido dei Soundgarden perché questa è la musica che ascoltano i bambini durante i loro terribili giochi. Tanto orrore, quando dall’innocenza si passa alla corruzione, è forse la metafora di come sia inevitabile e spaventoso crescere. Il “gotico rurale” nel romanzo della Vinci vira verso un mistero che sconfina nell’horror, come nel film del regista bolognese Pupi Avati “La casa delle finestre che ridono”, del 1976. Si tratta di un noir padano ambientato nella Bassa Ferrarese che restituisce le bieche atmosfere di una provincia più immaginaria che reale, ma descritta con un corretto senso del paesaggio.


Perché alla fine quello che ci interessa, tra tutte queste storie scure, è l’anima, il mistero del paesaggio che le accoglie e le porta a conclusione. E’ il fascino di campagne immense, di orizzonti infiniti, campi di grano e prospettive create dai canali e dai filari di pioppi, che spingono lo sguardo alle Alpi e all’Appennino. E’ la nostalgia del Po nell’ultimo e bellissimo film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”: le rive del Po come luogo autentico in cui ritrovare una genuinità dei sentimenti che non sta nei libri o nei dogmi, ma dentro se stessi.


Arrivederci alla prossima puntata.


Musica. Milva: Fumo e odore di caffè


Testo di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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