Cari ascoltatori in questa puntata di una città una storia vogliamo raccontarvi di un piccolo paese situato proprio sul confine tra il piacentino e il pavese, lì dove una valle solamente divide l’Emilia Romagna dalla Lombardia.
Un luogo comune vuole che i piacentini si sentano lombardi ma voi provate a chiedere ai vecchi di Vicobarone se si sentono più lombardi che emiliani… vi sentirete rispondere che loro sono emiliani al 100%.
Vicobarone è situato sulla collina più occidentale della Valtidone, a 350 mt. sul livello del mare, tra colline ammantate di vigneti. Qui si producono infatti ottimi rossi come il Gutturnio, il Bonarda, il Barbera e bianchi come il Malvasia, l’Ortrugo, il Pinot Grigio.
Da queste parti la coltivazione della vite ha radici antiche, antiche come le tracce degli insediamenti celti, liguri ed etruschi che caratterizzano la valle. Vicobarone deve il suo nome all’arrivo dei Romani: Vicus Varroni (villaggio di Varrone). Già in epoca imperiale si sa per certo che questo tal. Varrone, dai suoi schiavi faceva coltivare la vite.
Nel medioevo il nome si mutò in Vici Baruni e le prime notizie certe sul paese si hanno a partire dall’anno 833 dell’era moderna quando passò a far parte dei possedimenti del monastero di Bobbio.
Da allora molto è mutato, anche il nome, che è diventato Vicobarone, ma la vocazione viticola è rimasta, e se vogliamo proprio dirla tutta, è anche aumentata. La vite ora è diventata infatti “monocultura” e quindi pilastro dell’economia del paese, assieme alla trasformazione delle carni suine in saporite pancette, salami e coppe.
Vicobarone è una delle 6 frazioni di Ziano Piacentino e conta circa 660 residenti, a cui nei mesi estivi e nei fine settimana si aggiungono villeggianti e proprietari di seconde case che vengono a godersi la tranquillità di queste zone nelle belle case coloniche sapientemente restaurate.
Bisogna anche dire che da queste parti la cucina è genuina (se passate di qui chiedete di Piero e dei suoi ottimi tortelli e salumi) e i vicobaronesi sono persone molto ospitali. E anche molto legati alla loro paese, tanto da aver costituito diverse associazioni e un bel museo della civiltà contadina, oltre a un sito internet che dispensa preziose informazioni.
L’associazione culturale ped ‘e fer (piede di ferro) prende il nome da un vecchio arnese che serviva ai contadini per conficcare in profondità nel terreno, con una semplice pressione del piede, i pali delle vigne. Come dicevamo, tra le principali attività dell’associazione c’è Il museo della civiltà contadina, inaugurato nel 2002 nelle ex-scuole elementari di Vicobarone, una mostra permanente di vecchi attrezzi e oggetti legati al lavoro e alla vita quotidiana, proprio come al ped ‘e fèr di quando il mondo andava più adagio, e la fatica umana ed animale era alla base della produzione di cibo e quindi della sopravvivenza.
Un’altra bella attività che si svolge da queste parti si intitola Ël noss parlà, una serie di incontri per ricercare vecchie parole, vecchi detti e vecchi modi di dire di quella zona. L’obiettivo è di creare un glossario dialettale , suddiviso per argomenti (es. parole relative al vino e la sua produzione, al pollaio, all’orto, alla casa, ai vecchi mestieri ecc.) e pubblicarlo in diversi volumi. Dal 2003 il “gruppo del dialetto” pubblica il “lünari” (= calendario) Vicobaronese.
Un’altra bella attività legata alla memoria è Il Racconta-Storia un tentativo di recuperare, prima che vada perduta, la memoria storica di queste colline. Cosa è successo in tempo di pace e di guerra, come si viveva, come si passava il poco tempo libero, come si faticava, si soffriva o si gioiva. La parola quindi a chi c’era: gli anziani, che sono una vera enciclopedia dei saperi e che sono stati intervistati e le loro parole raccolte su cassette audio in un archivio orale che resterà nel tempo e che rappresenta una fonte preziosa per ricerche storico-culturali e per le nuove generazioni.
E non si può chiudere il racconto su Vicobarone senza parlare della gastronomia.
Fino agli anni 50 del secolo scorso uno dei piatti fondamentali della cucina Vicobaronese, nei mesi freddi, era
La polenta si mangiava anche con il baccalà: Pulëita e mërlüss. Il baccalà veniva dissalato e poi passato in padella con burro e abbondante cipolla. Il baccalà all’epoca costava pochissimo e quindi anche questo era un piatto “povero” che veniva servito con molta polenta, molta cipolla e puciâ (sugo) e un pezzetto mai abbondante di baccalà – che anche se costava poco, quel poco bisognava pagarlo.
Naturalmente la polenta si mangiava anche in molti altri modi a Vicobarone: Pulëita e saracâ (polenta con salacche), Pulëita e latt (polenta col latte), Pulëita e fritürâ (polenta con interiora del maiale fritte in padella) e anche
Sarà forse per questo gran mangiar polenta che nei paesi vicini i vicobaronesi venivano indicati come Pulëitô (polentoni), soprannome poco gradito e considerato un vero insulto. Il dire Pulëitô ëd Vigbarô… era la causa scatenante delle risse che scoppiavano puntuali, in occasione di feste e fiere, tra Vicobaronesi e gente dei paesi vicini… e ce lo possiamo immaginare!
Se volete visitare queste belle colline alla ricerca di buon vino, da Piacenza: prendere la ss
A cura di Marina Leonardi.