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2 Luglio 2007 | Racconti d'autore

N°67-RACCONTI D’AUTORE

“Primo e ultimo incontro con Pier Paolo”. Di Attilio Bertolucci. tratto da “Amici, viaggi, incontri”.

Nella tarda primavera del ’51, tiepida, piovosa e odo­rosa di caffè in grani che molti bar tenevano in vista dentro grandi sacchi aperti, stavo “in prova” a Roma. Non insegnavo più, scrivevo i parlati dei documentari di Antonio Marchi, molte ore al giorno le passavo con lui in moviola, alla Fonoroma. Abitavamo al Tritone, in un appartamento aereo, ma senza ascensore, che Anna Banti ci aveva affittato. Viveva con noi anche Malerba, allora un po’ Bonardi: il suo vero, rassicurante cogno­me, da lui abbandonato per il tenebroso Malerba.


Avevo da pochi giorni pubblicato La capanna india­na quando una mattina arrivò su Giorgio Bassani con un giovane non tanto alto, che non portava la giacca, come tutti in quegli anni, ma un maglione vagamente norvegese. Non che fosse timido, era riservato, parlava poco, sorrideva come da chi sa dove. Si chiamava Pier Paolo Pasolini. Dissi a Bassani che mi sentivo molto tri­ste lontano dai miei, lui rispose che se tenevo duro un anno era fatta. Ho tenuto duro ma non è fatta neppure oggi. Eravamo tutti esiliati dal Nord in quel tiepido, piovoso maggio del Centro Sud. Pasolini continuava a scrivere bellissime poesie in friulano, ma si preparava a comporre Le ceneri di Gramsci.


A un certo punto entrò Malerba con la sua bottiglia del latte, ne beveva moltissimo. Aiutava Lattuada che stava girando un film in cui Silvana Mangano doveva fare la suora. Pasolini si fece coraggio, cavò fuori un tesserino da comparsa cinematografica che teneva uni­to a quello dell’abbonamento al tram (immagino che lo mostrasse, pateticamente muto, ai bigliettai stralunati delle circolari notturne con già indosso la sua apetencia de muerte, la sua fame di immagini e di parole nuove, eccitanti per lui venuto da fuori). Malerba promise con gentilezza di farlo lavorare. Prima di andarsene Pasoli­ni mi lasciò un giornale, pregandomi di non guardare la prima pagina, secondo lui “orrenda”. Non era che comica, cioè monarchica. In terza c’era una sua recen­sione al mio libro. Aveva capito tutto, ero commosso e quasi spaventato. Prima di lui avevano parlato soltanto di idillio, lui parlava acutamente di nevrosi.


Pasolini era molto povero, tanto da dover fare la comparsa e scrivere su quei giornali, ma volle che andassi a pranzo a casa sua, a Ponte Mammolo, dove ci sono le carceri di Rebibbia, abitazione provvisoria di tanti suoi meravigliosi personaggi, ragazzi allegri e tragici, inventati dal vero con piglio caravaggesco. Gli portai Carlo Emilio Gadda che non conosceva e adorava.


Qualche anno dopo, facevo pigramente il talent-scout per Livio Garzanti e combinai un incontro del giovane scrittore col giovane editore. Pier Paolo, ci chiamavamo già per nome, abitava vicino a me a Monteverde Vecchio, ora, in una casa abbastanza spaziosa e borghese: insegnava, potevano contare sul suo mensile oltre che sulla pensione del padre, in famiglia. Era stato appena pubblicato su “Paragone” il suo racconto Ferrobedò e io lasciai una copia della rivista in albergo a Garzanti perché la leggesse. Garzanti, entusiasta, volle vedere Pasolini. Appena lo salutò, finse di snobbarlo; poi, all’improvviso, gli disse di smettere di insegnare, voleva il suo romanzo entro un anno, voleva tutti i suoi libri. Gli avrebbe dato intanto il doppio di quanto guadagnava alla “media” di Centocelle, che egli rag­giungeva con chissà quali mezzi alzandosi prestissimo. Così Pier Paolo poté scrivere con un certo agio Ragazzi di vita.


Passati vent’anni, nell’ottobre del ’75 mia moglie ed io abbiamo passato tutta una quieta giornata di sole a Chia, ospiti di Pier Paolo. A vedersi era cambiato poco, da quando lo avevo conosciuto; ma sembrava accettare quella maturità che anni prima gli faceva orrore, anche come parola. Andò in cantina, volle che bevessimo il “suo” Merlot, cominciava a gustare il vino, forse a sostituirlo giudiziosamente all’optalidon. Fra le tre e le quattro si assentò, scusandosi: poiché era il più emi­nente cittadino di Chia, doveva consegnare un premio a chi piantava più alberi per nascondere le villette nuove, stridenti con il sublime paesaggio etrusco.


Perché qualche giorno dopo andò incontro alla morte? Era finta la sua accettazione della maturità, o l’aveva all’ultimo ripudiata?

Brano corrente

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