Salta al contenuto principale
10 Luglio 2007 | Racconti d'autore

N°68-RACCONTI D’AUTORE

“I fiori blu di De Pisis”. Da “Amici, viaggi, incontri” di Attilio Bertolucci.

Tornando a Roma dopo mesi mi ero diretto, un po’ fiaccato, verso Piazza del Popolo e il Babuino. Non è che mi facessi molte illusioni, i begli anni del quartiere, o forse i miei, se ne erano andati: penso a quando non era possibile, neppure di questa stagione, sottrarsi al­l’ingiunzione di Elsa che proponeva la cena all’aperto, “ai trenini”. E Pier Paolo mitemente assentiva, Sandro s’aggregava portandosi, per non pesare su chi avrebbe dovuto pagare per lui, due brioches comprategli dalla madre, “in fabbrica”, con lo sconto, l’aria autunnale impigriva, Alberto, affamato, incalzava perché ci si muovesse… Gente nuova, inconoscibile, occupa i tavo­li che furono nostri. I camerieri, sempre più vecchi, mi salutano con fine comprensione, se tiro via.


A ogni modo, da Vangelli la sorpresa d’un altro quadro del cavalier Foschi con nevi non d’anno ma di se­coli, eppure fresche come appena cadute, non era forse impossibile, e al Lion Bookshop un altro volume della corrispondenza della Woolf addirittura certo.


Ma in una vetrina di coloraro, ecco una locandina di messa annunciare una mostra di De Pisis alla Galleria dell’Oca, a pochi passi. Confesso che mi sono sentito invogliato e dubbioso. Invogliato perché mi piaceva, in tempi di “morte dell’arte”, ritrovare testimonianze di tempi, non così remoti, in cui l’arte sembrava go­dere ancora discreta salute. Dubbioso, come sempre, all’idea di rivedere, di rileggere cose già molto amate. Non sai se oggi il fulgore che ti incantò ancora resiste o si è offuscato: con De Pisis poi, pittore assai fecon­do, dovevo valutare la prospettiva di incontrarmi con opere meno ispirate, ripetitive, magari sollecitate da collezionisti bramosi e poco sottili.


Ho ceduto all’invito, ho avuto la mia felice ricompensa. Pochi quadri ma tutti di grande qualità, vitalizzanti, ispiranti fiducia. Tipi come De Pisis (c’è, nel vestibolo della mostra, un florilegio di fotografie, di lettere, di ritagli, che ce lo fa rivivere, e la sua taglia ferrarese, di ingorda sensualità, non è meno struggente di quella del pauvre Lélian, anche lui capace di risolvere la sua ipertensione in accordi teneri e volanti “De la musique avant tonte chose”) ce ne sono sempre stati pochi, fi­gurarsi oggi, a consolarci di accademie e avanguardie intercambiabili.


Subito, appena entrati nella mostra vera e propria, uno di quei paesaggi ventosi, attraversati da un soffio ora caldo ora freddo che si comunica a chi guarda, alle sue membra, alla sua psiche. Viene subito voglia di averlo in casa per combattere i giorni di inerzia. A Londra c’è stata di recente una mostra dedicata al  Tamigi: visto dal Canaletto, da Whistler, da Kokoschka. De Písis paesista non è inferiore a Kokoschka, perché non fare una mostra su Venezia vista dal Guardi, da Monet, da De Pisis? Meglio cominciare dal Guardi che dal Canaletto, troppo assoluto e cristallino, per una serie d’artisti così palpitanti, vibratili, fondenti. Si favoleggia che De Pisis, appunto, una mattina che stava su un ponte a dipingere Venezia, avendo qualcuno alle sue spalle con meravi­glia quasi gridato «Che bello, sembra un Guardi», dal pittore che neppure si voltò giunse questa arrotata ma tranquilla risposta: «Pagherebbe, il Guardi…»


Ancora, ad acquerello e a olio, efebi amorosissimi, (la non sfigurare vicino alle più meravigliose riuscite di “erotika” viste negli ultimi tempi. Come le ignude abbracciate di Courbet, degne delle fermes darmanées di Baudelaire, non amabile con Courbet stesso forse perché, per lui, troppo progressista. Dove poi si dimostra che uno può essere progressista sino a morire in esilio e insieme voyeur appassionato di ragazze che dormono insieme.


Gioiello della mostra un mazzo di fiori dove il blu è di un’innocenza inebriante. Il pittore comunica a noi vittoriosamente la sua gioia fanciullesca di aver trovato simili fiori e di averli saputi accordare in questa nuo­vissima sua scoperta del blu. La prima l’avevano fatta, tanti secoli addietro, i maestri del vetro e degli smalti di Francia.


Di altre mirabili tele ci sarebbe da dire (quell’arioso pannello di lungo respiro, arieggiante non ai paesisti, ma ai grandi decoratori veneti); ma qui volevo concludere di come male si amministra, da noi, il molto o poco, di buono, che si è fatto in questo secolo nel campo della pittura e della scultura. Alla Galleria d’Arte Moderna quanta noia prima della gioia di De Pisis: rappresentato, “equamente”, pressappoco con tante opere quante ne hanno i più tediosi suoi contempora­nei. Vige forse il principio delle “sindacali” anche post mortem?

In Trivia L.P. Smith racconta che, trovatosi un giorno nella sotterranea, gli venne da dubitare se valesse la pena di tornare su. Né le donne né il vino lo convincevano. All’improvviso, dice, “ricordai questo vizio impunito, la lettura, e mi decisi a risalire”. Me, fu il vizio della pit­tura che mi rianimò, mentre Roma mi pareva una città un po’ morta o troppo viva, da abbandonare. Il De Pisis visitato in una piccola mostra funzionò, mi diede un aumento di vitalità ormai insperato. Per comunicarla a tutti noi, come aveva bruciato prodigalmente la sua, sino a morirne, il sanguigno e delicatissimo principe dei pittori del Novecento, resistendo ai ricatti delle mode, con il pericolo, da lui certo previsto, di venire dimen­ticato o rimosso. L’omaggio odierno valga come prima riparazione.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi