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16 Luglio 2007 | Racconti d'autore

N°69-RACCONTI D’AUTORE

Alberto Bevilacqua, La festa parmigiana, Mondadori, 1992 (e MUP Editore, 2003).

Rimaniamo a Parma, cari amici. Oggi e per altre tre puntate vi proponiamo la lettura di alcune parti de La festa parmigiana di Alberto Bevilacqua, pubblicato da Mondadori nel 1992 e ripubblicato da Monte Università Parma Editore nel 2003.


La festa parmigiana è una “discesa agli inferi”, cioè l’esplorazione del lato più profondo, ambiguo e sfuggente di una città che, perduto il suo ruolo di petite capitale conserva ancora un’atmosfera carica di personalità. Dopo il lungo esilio romano, Bevilacqua ritorna nella sua città natale e la riscopre attraverso le sue anime presenti e passate. Donne di ieri, come Maria Amalia e Maria Luigia, spietate e volitive ma dalla sensibilità non comune. Donne di oggi, come le giovanissime prostitute che sotto l’apparente crudezza celano un disperato bisogno di tenerezza. Si compone in questo libro il ritratto di una città delle occasioni mancate, incapace di riconoscere la sua anima nascosta, che si riverbera invece in tutti coloro che l’hanno visitata, governata, amata. Parma trova se stessa attraverso le pagine di grandi scrittori come Stendhal e Dickens, Proust e Barrès; ma “ormai è un’altra” città, faccendiera, piena di sotterfugi e di scandali. Amore e rancore si alternano continuamente sfociando in un sentimento contraddittorio, nei confronti di una città che si può abbandonare ma non dimenticare, che irretisce e che innamora. Un viaggio alle radici della nostra identità vista dagli occhi di un grande scrittore.


I brani che vi leggiamo riguardano Antonio Ligabue, il celebre pittore naïf, il primo; il secondo il genio pittorico del Cinquecento, il sublime Parmigianino; il terzo, la duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria, che governò con saggezza e umanità e fu molto amata dai parmigiani; l’ultimo, è un ricordo di Giuseppe Verdi.


Alberto Bevilacqua è nato a Parma nel 1934. Nel 1955 scrive il suo primo romanzo, La polvere sull’erba. Il successo internazionale arriva con La Califfa (1964) e con Questa specie d’amore (1966), vincitore del premio Campiello. E’ anche regista cinematografico, giornalista, critico del costume e polemista. Nel 1968 ha vinto il premio Strega con L’occhio del gatto, e nel 1972 il premio Bancarella con Un viaggio misterioso. Tra i numerosi libri pubblicati dopo, ricordiamo I sensi incantati (1991), GialloParma (1997), Viaggio al principio del giorno (2001), Attraverso il tuo corpo (2002). Nel 2003 Monte Università Parma ha ripubblicato Una città in amore per la collana Biblioteca parmigiana del Novecento.





Ligabue spuntò ai miei occhi – la prima volta che lo incon­trai – venendo su da un argine con una lanterna davanti al viso.


Albeggiava.


Mi fissò: ero un ragazzo nascosto più in basso di qualche metro, che non capiva bene se il suo sguardo fosse di odio irragionevole o di non meno irragionevole amore. Stavo a spiarlo perché raccontavano che Toni, all’alzarsi del sole, incideva sui tronchi i sessi delle donne sognati la notte, caldi ancora di incubo e come sanguinanti, chiedendo poche lire ai barcari che poi li staccavano con il coltello e se li porta­vano via.


Secondo una legge di quei luoghi, infatti, i tipi selvatici, per chi li studia da lontano, negli anni, finiscono per recitare la parte di un totem blasfemo, favoloso come lo gnomo. Toni – dicevano anche – distrugge nel sottobosco le Mae­stà, gli ex voto e ogni segno di religione lasciato da anime vaganti che provano il bisogno di affidare a una qualunque materia, pietra legno o fango, la loro disperazione; abbatte i crocefissi, raschia le teste dei santi, i rabberciati angeli; egli pretende che almeno i suoi boschi affondino le radi­ci nel buonsenso della terra, senza contaminarle con una fede insensata; esistono pioppeti che formicolano di sacre invocazioni come cattedrali e lui, con la scure, ci lavora per settimane.


E ancora dicevano che la notte si circondava di fuochi affinché chiunque potesse affermare: «Toni sta dando la caccia al Padreterno».


Mi guardava, dunque, con l’aria di farmi sentire in colpa. Aveva capito la ragione del mio nascondermi? Per un mo­mento, ebbi l’impressione che si sarebbe precipitato su di me e mi avrebbe colpito. Invece non accadde nulla. Puntò gli occhi dove distingueva a fiuto i fondali che si popolavano delle sue inesistenti creature, beffarde e allegramente deformi: le rane metamorfiche delle favole regali, le tigri capaci di correre per i greti, gli orsi che ballano, i leopardi con le antilopi.


Suonarono i primi campanili.


Con passo sostenuto, le zane da paja3 (NOTA Puttane di campo) marciarono sugli argini verso le chiese, a chiedere perdono; Ligabue sorrise di quelle contadine ignoranti, che tuttavia sapevano indos­sare i lilla e gli azzurri come sacerdotesse, chissà per quale i gusto ereditato da popoli conquistatori. Avevano polpacci muscolosi, sederi ampi e bianchi; la loro nudità possedeva la destrezza degli storni ad apparire e scomparire tra i pioppi e


i covoni: le mogli dei possidenti le cacciavano con i forconi e i falcetti.


Una di loro, di nome Lasca, si aggirava mostrando un sesso che – sosteneva – Ligabue aveva dipinto molte volte come la bocca spalancata di una fiera.


Ma per me, quel giorno, Toni non incise nulla sulla corteccia.


Scomparve sulla motocicletta rossa.


Mai avrei immaginato che, passati molti anni, un amico comune sarebbe venuto a trovarmi a Roma per dirmi: «Toni sostiene che, ormai, ha visto il vedibile e da nessuna parte si trova lo sbocco: il cervello esaurisce il mondo con troppa voracità; il guaio è che non si sa a che paese arrivare.

Brano corrente

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