Musica. The Album Leaf: The Light
Cari ascoltatori, riprendiamo il nostro viaggio alla ricerca delle suggestioni che ci può dare la città adriatica che è stata capitale dei Goti e dell’Impero bizantino d’Occidente: Ravenna. Oggi la laguna si è prosciugata e il mare ritirato, gli impianti petrolchimici e il porto moderno hanno cancellato l’immagine di Ravenna riflessa nei mosaici, ma noi a quella torniamo, con la nostra guida inglese, Vernon Lee, l’autrice di “Ravenna e i suoi fantasmi” pubblicato nel 1894. Torniamo al mosaico dell’abside in Sant’Apollinare Nuovo, dove nella mezza cupola stanno file e file di agnelli, ognuno col suo alberello e i gigli, che biancheggiano contro il verde scintillante dell’erba del Paradiso.
Ecco allora che percepiamo l’Oriente dentro Ravenna, vediamo Bisanzio – Istanbul Istanbul Olali, canta con magnifica voce la cantante turca Sezen Aksu; vediamo le basiliche bizantine che hanno arcate quasi moresche e conservano lo splendore smaltato dei mosaici color blu oltremare e ruggine, verde acqua e oro, con i campi bianco-giglio e i lembi di azzurro intenso nelle cupole che sembrano quelli delle moschee, “come grandiose carcasse di nave arenate, portate dalla corrente attraverso i mari orientali, e scaricate sulla riva, tra paludi e risaie”.
Musica. Sezen Aksu: Istanbul Istanbul Olali
Il brano che vi proponiamo ora, porta profumi balcanico-mediterranei: fanfare, trombe, fisarmoniche, percussioni arabe per guardare a un mondo che sta a est. Possiamo farlo, perché siamo di nuovo a Ravenna e vogliamo proseguire il nostro viaggio nell’immaginario di questa città, l’ultima stazione dell’Impero Romano. Guardiamo la gente che vive in questo posto da dove il mare si è ritirato, e che, campo dopo campo, canale dopo canale, bonificata la palude, è ritornato asciutto, pulito e prospero, richiamando di là dal mare, con l’immigrazione, i popoli degli antichi imperi. Guardiamo le facce, in giro per la città. A piedi o in bicicletta, c’è gente frettolosa, i ritmi non sono più levantini. Ci sono slavi, magherebini, senegalesi. Lavorano nei campi e nelle fabbriche. Tracce di Bisanzio? Non si notano sui volti. Le donne, ad esempio, hanno fisionomie sfuggenti, ritrose; ma ci sono. Il mondo si è rimescolato. Oriente e Occidente.
Musica. Beirut: Postacards from Italy
E allora il nostro sguardo – seguendo l’ispirazione di “Ravenna e i suoi fantasmi”, il racconto di fine Ottocento di Vernon Lee – si posa di nuovo sullo splendore dei mosaici della basilica di Sant’Apollinare Nuovo costruita da Teodorico, sulla vita che pulsa là dentro, con tutto il suo simbolismo greco: gli acini d’uva e le bacche di edera, i piccioni che protendono il becco, le palme e i pavoni che vanno beccando. Ci soffermiamo sulla lunga fila di mosaici di vergini e martiri. Queste vergini dai nomi bizantini – Anastasia, Anatolia, Eulalia – con grandi occhi bordati di nero e vesti ricamate che richiamano
“Prime luci sollevano la notte /le colline bevono il sole / un altro giorno anche per noi / piccole ombre sulle nuvole”. Canta Alice.
Musica. Alice: Madre Notte
E’ possibile una bellezza immobile come questa dei mosaici? Una bellezza che viene tutta dal di dentro, ma che pure sarà stata umana, perché queste donne, anche se vergini e sante, a modo loro avranno amato, sentito il profumo del mondo. L’avranno annusato e messo da parte. Ma l’hanno sentito. E poi, Bisanzio, è stata anche altro, come ci racconta in questa canzone Francesco Guccini: mercanti e concubine, corse all’ippodromo e danzatrici in lunghe vesti, astrologi e marinai provetti. Per questo, per navigare fino a Bisanzio c’è bisogno di lui, un poeta vero. “Bisanzio è un simbolo insondabile / segreto ambiguo come questa vita / un sogno che si fa incompleto. / Bisanzio forse non è mai esistita /e ancora ignoro, e un’altra notte è andata / Lucifero è già sorta e si alza un po’ di vento / c’è freddo sulla torre, o è l’età mia malata / confondo vita e morte / e non so chi è passata /mi copro col mantello il capo e più non sento / e mi addormento”.
Musica. Francesco Guccini: Bisanzio
A cura di Claudio Bacilieri. Letura di Fulvio Redeghieri.