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10 Settembre 2007 | Racconti d'autore

N°74-RACCONTI D’AUTORE

Eraldo Baldini:”Il canto nero” dal volume “Oltre la nebbia”.


Le letture che vi proponiamo in questa e nella prossima puntata sono tratte dal volume “Oltre la nebbia” (Foschi Editore, Forlì, 2004) che ci presenta una serie di racconti di autori emiliano-romagnoli (alcuni molto noti come Eraldo Baldini o Carlo Lucarelli) ispirati al suggestivo tema della nebbia. Il gioco della simbologia e della metafora è avvincente: speriamo sia apprezzato anche dai nostri ascoltatori.


Cominciamo con “Il canto nero” di Eraldo Baldini, scrittore e sceneggiatore di Ravenna, inventore del genere del “gotico rurale”, impregnato di atmosfere misteriose e noir.


Segue, la prossima settimana, la lettura di “Erre continua nella nebbia” di Gianfranco Nerozzi, che è anche musicista e pittore, oltre che autore di thriller.





IL CANTO NERO
di Eraldo Baldini


Non mi ricordavo che fosse così duro pedalare. Il sellino mi spinge tra le gambe, sento che mi verrà fuori una di quelle irritazioni che poi hanno bisogno di creme e po­mate. Ma ne vale la pena. Sì, sono contento. Ho lasciato le saline di Cervia a malincuore: il sole del meriggio esplo­deva come un’eruzione di luce sulla superficie dell’acqua e gli uccelli, lenti nel loro muoversi elegante, si stagliava­no scuri contro il riverbero, presi dalla paziente ricerca del cibo, immersi in un silenzio che solo un mezzogiorno d’estate può portare con sé. Mi sono sentito un estraneo, li. Discreto, attento a non disturbare, ma estraneo. Un intruso.


Ma poi mi dico: non è forse meglio poterla guardare, tanta bellezza?


Una piadina, una bottiglietta d’acqua e poi la strada, con i camion che sfrecciandomi accanto mi investono con il loro odore di giganti arroventati, mi fanno vacillare con ventate calde e forti.


Adesso ho lasciato la statale da un po’, ho attraversato Sant’Alberto e mi trovo davanti a una breve salita. L’ulti­ma. Praticamente l’unica. C’è da arrampicarsi sull’argine del Reno, che qui chiamano “Po” per antica abitudine, e poi finalmente i miei occhi troveranno altro nutrimento, altre suggestioni.


Quando arrivo al traghetto, respiro forte e sento che la brezza che si incanala tra gli argini, fresca e ristoratrice come un bibita, placa il sudore e mi dà nuova lena. La luce si è fatta tiepida e obliqua, i colori si sono addolciti. Si va verso il tramonto, e io vado verso il mio paradiso. Mi piacciono le Valli, le ho sempre amate. Qualcosa di me, anche quando rimango a lungo lontano da questo posto, resta qui, quieto come un uccello fermo al nido.


 Sono seduto sull’erba, con uno stelo da succhiare in bocca, ormai da un’ora. Il sole si è caricato di arancione, maturando nel cielo come un enorme agrume nutrito dall’estate. Davanti ho la distesa dell’acqua, bassa e placida, verde e azzurra, immensa e viva. Viva perché ci sono centinaia di aironi, bianchi, rossi, cinerini, e garzette, e avocette, e cavalieri d’Italia. I cormorani se ne stanno fermi ad ali spiegate per farle asciugare, i gabbiani stridono in alto, passando in grandi cunei che rincorrono il richiamo del mare.


E poi i fenicotteri. Quanti sono? Non lo so, impossibile contarli. Una nuvola rosa, una mandria aggraziata, una tribù che danza, una marea dolce che si muove compatta e regale. Splendidi. Sono qui per loro: hanno tra le loro penne, mi viene da pensare, le fragranze dell’Africa e la fatica millenaria dei lunghi viaggi. Ogni tanto alzano tutti insieme il collo, all’unisono, come se fossero spinti dalla stessa forza o comandati da un’unica voce.


«Belli, eh?» sento dire dietro di me.


Mi giro. C’è un uomo anziano, con un piccolo cane bastardo al guinzaglio.


«Bellissimi», dico. «È uno spettacolo che non mi stanca mai.»


«Ci viene spesso a vederli?» mi chiede l’uomo, sedendomi accanto mentre con una mano accarezza la testa paziente del cane.


«Era troppo che non ci venivo», dico. «Io abito lontano da qui, purtroppo. Quella là è Comacchio, vero?» gli chiedo indicando un fantasma evanescente e bianco di case lontane, oltre l’orizzonte dell’acqua.


«Sì», dice lui.


Annuisco. Comacchio, con la magia dei suoi ponti e dei suoi canali, con i suoi odori di pesce e le barche che aspettano fuori dalle porte.


«Una volta», dico a me stesso, «le valli erano enormi, molto più estese di adesso… Chissà che spettacolo, che mondo incredibile.»


«Lo è ancora, no?» dice l’uomo.


«Oh, certo che lo è. Ma pagherei chissà cosa per tornare indietro nel tempo. Molto indietro, prima ancora che ci fossero gli uomini, o perlomeno che fossero così tanti e invadenti. Quando tutto, all’infinito e in ogni direzione, era solo per loro», e indico gli uccelli che chiamano con le loro cento voci diverse l’arrivo della sera.


«Ha mai sentito parlare del canto nero dei fenicotteri?» mi chiede l’uomo.


Mi giro di scatto. «Il canto nero? Ma che cos’è? Il nome fa quasi paura.»


Sorride, mentre il cane si accuccia posando la testa sulle zampe e fissa un punto lontano. «Paura? No, no. Però sentirlo è una cosa strana. Una cosa che può capitare ad un uomo una volta sola nella vita. E deve essere un uomo che ama gli animali e questi posti.»


«Ma insomma, di cosa si tratta?» Sono incuriosito, e men­tre una fetta di cielo e l’acqua si tingono di lilla e di viola riporto lo sguardo sulla nuvola rosa degli uccelli che si sposta unita verso una barena.


«Ma niente», dice lui. «Una leggenda, niente di più. Questi luoghi sono pieni di storie e di fantasie. Come è giusto che sia, no?» Poi si alza, mi saluta e se ne va, con il cane che lo segue svogliato, strappato al suo riposo. Io rimango lì, chiudo gli occhi e penso. Le parole del vecchio mi hanno emozionato, quasi intimorito.


Poi sento. Lo sento. E un suono basso e lungo, un coro ipnotico. Riapro gli occhi e vedo i colli dei fenicotteri ondeggiare tutti insieme, un minuetto ripetuto, continuo, mentre il loro canto si fa più forte e riempie il cielo, l’ac­qua, la mia testa e tutto il mondo. La luce sembra affievo­lirsi, come zittita da quelle voci, e all’improvviso, come se fosse autunno, come se fosse novembre invece che estate, una nebbia fitta riempie il cielo e soffoca acqua e terra, sfuoca le forme, diluisce e cancella i colori, raffredda la pelle, invade il cuore, e il canto continua, avvolgendomi come le spire di un serpente, affascinandomi come lo sguardo di un incantatore. Poi la luce torna piano piano, i contorni riemergono dal grigio fumoso, la nebbia si dira­da e si fa silenzio, un silenzio diverso da quello di prima, più denso, più antico.


Guardo. Il fantasma bianco e lontano del paese oltre le valli non c’è più, un traliccio che prima scorgevo all’orizzonte è scomparso. Mi giro indietro. Non ci sono più i tetti di Sant’Alberto, non c’è più il campanile che prima avevo visto emergere sopra le chiome degli alberi. Sono solo. Solo e impietrito, ma non per la paura: sono semplicemente bloccato da una magia, da un incantesimo potente, da un mistero arcano. Mi ritrovo a occhi chiusi, e nelle narici ho, padrone, l’odore dell’acqua e del limo, delle foglie e dei fiori che sbucano tra l’erba polverosa. Infine, quando mi scuoto e mi guardo intorno, riecco, sfumata e perlacea, la linea delle case di Comacchio, riecco il traliccio. Il campanile di Sant’Alberto, dietro di me, chiama con i suoi rintocchi al rientro della sera.


Mi sono appisolato e ho fatto un sogno, penso.


Oppure ho sentito, dentro l’incantesimo della nebbia, il canto nero dei fenicotteri. Sì, è così. Vorrei che fosse così, perché sarei un privilegiato, avrei avuto la benedi­zione strana di questo posto che amo e di questi uccelli stupendi.


Mi avvio a raccogliere la bicicletta, girandomi indietro per l’ultima volta prima di scendere dall’argine. La valle si sta addormentando, e i fenicotteri hanno abbassato i loro lunghi colli, tutti insieme anche nel sonno che sta per accoglierli.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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