Le letture che vi proponiamo in questa e nella prossima puntata sono tratte dal volume “Oltre la nebbia” (Foschi Editore, Forlì, 2004) che ci presenta una serie di racconti di autori emiliano-romagnoli (alcuni molto noti come Eraldo Baldini o Carlo Lucarelli) ispirati al suggestivo tema della nebbia. Il gioco della simbologia e della metafora è avvincente: speriamo sia apprezzato anche dai nostri ascoltatori. Questa settimana “Erre continua nella nebbia” di Gianfranco Nerozzi, che è anche musicista e pittore, oltre che autore di thriller.
ERRE CONTINUA NELLA NEBBIA
di Gianfranco Nerozzi
In mezzo al bianco, una figura scura, minacciosa. Ondeggia e si muove a scatti. Occhi di brace. E se schiacci un bottone in cima fa un verso strano che sembra una erre continua: rrrrrrrrrrrrrrrr…
Martina fa sbucare la bambola da dietro il bicchiere pieno di latte e le dedica una smorfia buffa, poi cerca d’imitarla e spinge la lingua in mezzo ai denti e soffia facendola vibrare: rrrrr… rrrrr… rrrrr… Lei è molto fiera della sua erre. Una volta le mancava e diceva: bvutta spovca stvega cvudele… Poi è stata da una dottoressa con un nome strano (dove sembra che c’entrino i piedi) che le ha insegnato tutti i trucchi per muovere la bocca nel modo giusto. E lei ora è molto orgogliosa della sua erre e la ripete di continuo, alla minima occasione. Adesso può dire bene: brutta sporca strega crudele. Scandire la erre la fa sentire come quella bambola mostruosa con gli occhi rossi che brillano.
Rrrrrrrrrrrrrr…
Vuole molto bene alla sua bambola. L’ha comprata quest’estate alla Festa delle Streghe in un paesino vicino a Cattolica. Il negoziante le ha detto che è la riproduzione di una bambola vudù originale, ma lei non lo sa cosa vuole dire. Sa solo che le piace, le fa compagnia, ci può scambiare la erre quando vuole.
Rrrrrrrrrrrrr…
«Bevi quel latte che andiamo.» La voce di sua madre. «Okay, ma’. Adesso lo bevo, ma’.» «Dài che viene tardi e si sta già alzando la nebbia.» Martina smette di scrutare attraverso i meandri biancastri del bicchiere. Appoggia le labbra al bordo di vetro e allunga la lingua per pescare un po’ di latte. Poi guarda la madre con una gocciolina candida che le penzola dal labbro inferiore. «Non ho voglia di bere il latte, fa schifo, ma’.» La gocciolina scivola lungo il mento e cade sulla maglia, simile ad una lacrima bianca. La donna guarda oltre la vetrata del locale. Vede il velo argentato riversarsi sulla strada e pensa che c’è un che di bestiale nella nebbia, di vivo. Dà l’idea di un animale. La nebbia avanza e divora tutto quello che incontra. Le pompe della stazione di servizio sono quasi del tutto scomparse e di loro restano solo sagome indistinte. La nebbia riduce tutto in niente e ti fa perdere la strada. Roberta pensa alla sua vita e a quante volte non si è più ritrovata e si sente riempire di commozione. Si alza, va a comprare le sigarette. Alla cassa vendono anche i giornali. Legge distrattamente un titolo. Mostro della nebbia colpisce… Prende un pacchetto di Marlboro extra light. Torna dalla sua bambina. La notte è iniziata e si sta facendo tardi. «Dai che andiamo», dice, con un lieve tremore nel tono della voce. «Lascia stare quel latte e andiamo.» Martina prende la sua bambola e la punta contro la madre spingendo il bottone in cima per farla ruggire. I suoi occhi lampeggiano di un rosso acceso.
Rrrrrrrrrrrrrrrr…
Come una nuvola caduta sulla terra, la nebbia avvolge ogni cosa. Immobile e troppo densa.
C’è qualcosa là fuori. La nebbia sembra cantare e graffiare.
Roberta sta cercando di non perdersi del tutto già da molto tempo e tira un sospiro di sollievo quando vede trapelare i fanali di un’altra auto in tutto quel bianco. Due fanali di coda. Luci rosse. Che sembrano occhi. Le pupille dello stesso colore di quelle della bambola di Martina. Stringe più forte il volante, gira la testa e lancia un’occhiata fuggevole alla sua piccola e alla bambola di pezza che stringe in pugno.
Brutta sporca strega crudele.
Lei non se ne separa mai. E la fa ruggire di continuo. Ruggisce con lei, scandendo la sua erre nuova di zecca e dà l’idea d’essere felice.
Roberta invece non sa più cosa vuole dire la felicità ed è stanca. Si sente lo stomaco in gola per la paura di non trovare più la strada. Tanto che se deglutisce le viene da ruttare come per digerire. In compenso il cuore le sembra finito nella testa e le tempie battono come tamburi e la sua confusione aumenta.
Comunque di fronte a lei adesso ci sono i fanalini di coda di una macchina: abbastanza grande. Più alta della sua. Forse si tratta di un jeppone, un fuoristrada. La sagoma che s’intravede è squadrata. Potrebbe essere una Nissan, qualcosa del genere, roba giapponese. Lei non s’intende di macchine. Suo marito invece sì che se ne intendeva, lui le conosceva tutte, comprava Quattroruote ed era l’unica cosa che leggeva a parte Lo Stadio.
Poi lei se ne è andata e lui se ne è andato.
Luci rosse e gialle si accedono. Quello davanti sta frenando, rallenta piano.
Uno sguardo al contachilometri: velocità 30 all’ora. Rallenta pure lei. La nebbia preme contro i finestrini, sembra una cosa viva. Il mondo è scomparso. Non c’è più niente tranne il bianco, la coltre di latte, la parete di bambagia, il sudario traslucido di candide spire. Roberta cerca di farsi venire in mente strofe di poesie o di canzoni, dove viene celebrata la nebbia. E per passare il tempo prende a ripeterle ad alta voce. Sua figlia la guarda e ride, pensando che la mamma possa essere diventata matta, l’idea le piace. Una mamma pazza sembra una cosa divertente. Una mamma pazza furiosa!
«La nebbia agli irti colli piovigginando sale…»
“Questo è un classico”, pensa Roberta. “Del resto ho una preparazione umanistica io…” Si concentra, ne cerca altre: «La nebbia che respiro ormai si dirada perché davanti a me…», Lucio Battisti, Le luci dell’Est. Banale.
Roberta guarda quei fanali e ha come l’impressione di seguire due comete. Stelle di plastica che mostrano la via da seguire. Pensa che sta seguendo quell’auto e che forse quell’auto non sta andando nella direzione giusta, quella che vorrebbe lei. Pensa che, come al solito, sta seguendo un percorso battuto da qualcun altro e che nella vita, in fondo, lei ha sempre fatto così. Ha seguito qualcuno. Ha copiato gli intinerari di altri. Solo per la paura di schiantarsi di testa sua. Seguire lumicini. Tracce. Impronte. Così va a finire che quando tagli un traguardo ti accorgi che
non è il tuo. E allora capisci di aver sprecato una vita dietro i fanali sbagliati.
Odia sentirsi così inadeguata. Odia seguire e non essere seguita. Odia sentirsi inutile. Persa. Inefficiente. Arrabbiata. Così furiosa da non poterne più. Però la cosa che importa adesso, cerca disperatamente di convincersi, è che lei non sia più sola su quella strada affogata nella nebbia. In quella strada del cazzo senza mezzeria dove, con la visibilità così ridotta, ogni tentativo di distinguere qualcosa ti fa sentire come se stessi procedendo bendata sull’orlo di un abisso senza fondo. Roberta non ha la minima idea di dove possa essere finita. Sta viaggiando in quell’incubo cieco da quasi un’ora. E non ha incontrato anima viva. Solo lei. Sempre e solo lei: nella nebbia. Con la sua bambina.
Adesso però ci sono quei fanalini rossi, rossi come gli occhi della strega di pezza che Martina porta sempre con sé, e la tensione si sta attenuando. Adesso può seguire qualcuno. Mettersi in coda. Vedere con gli occhi di un altro. Ed è così rassicurante.
«Chi è quello li, ma’?» sta chiedendo sua figlia.
Roberta non risponde. È troppo impegnata a scrutare oltre il parabrezza con le pupille incollate a quella coda provvidenziale. Legge i numeri della targa più volte e s’incanta a ripetere i numeri dentro di sé. Di continuo. Lancia un occhio al cellulare sul supporto agganciato alla presa dell’aria e nota che non c’è ancora campo. “Meno male che non sono sola”, si dice. L’auto adesso sta rallentando. Venti, dieci chilometri all’ora. Di colpo si è fermata nel deserto bianco. Roberta
ha rallentato a sua volta. Ferma pure lei. Passa un minuto.
«Cosa facciamo, ma’?» sta chiedendo Martina.
«Niente, amore, non facciamo niente.»
Roberta controlla che le sicure delle portiere siano chiuse. Prende la borsa dal sedile di dietro. La apre e controlla che ci sia dentro tutto quello che serve. Aspetta. Tutto fermo, tutto immobile, nel deserto bianco.
Pensa a cosa fare, a come farlo. Sa che troverà il modo.
I minuti trascorrono lenti.
Martina gioca con la sua bambola mostruosa e spinge il bottone in cima e fa: rrrrrrrrrrrrrrr… Dice: brutta sporca strega crudele.
In me:Z.Zo al bianco, una figura scura, minacciosa. Ondeggia e si muove a scatti.
Una mano sul vetro. Una mano all’improvviso.
La faccia non si capisce subito. Si deve abbassare fino a sfiorare con il naso il vetro del finestrino per diventare distinguibile. Una faccia normale: occhi, naso normali, di quelle facce che le guardi una volta e poi te ne dimentichi subito. La bocca su quella faccia si muove, sta dicendo qualcosa.
«… bisogno di aiuto?»
Cosa?
Roberta si è tirata indietro per la paura e adesso si tocca il petto, perché ha la sensazione di avere una costola fratturata, il suo cuore si è esibito in un salto così forte che
la contrazione improvvisa l’ha fatta quasi gemere per il dolore. Come se volesse partorirlo quel suo cuore solo e abbandonato, attraverso lo sterno. Oppressa dalle doglie: muove la bocca e chiede non sa nemmeno lei cosa. «Mi sono perduta!» esclama. L’uomo fa un’espressione perplessa. «Se tira giù il finestrino…»
«Cosa?»
«Se tira giù il finestrino parliamo meglio.»
Roberta pensa a quel titolo di giornale .che ha letto dentro la stazione di servizio: Mostro della nebbia co pisce… Il giornale non lo ha comprato, perché sa già di cosa parla l’articolo.
Trovati cadaveri orrendamente straniati.
… pare colpire solo nelle giornate nebbiose…
Pigia l’indice sul tasto e il vetro inizia a scorrere verso il basso. Fermo. Solo due dita giù, quel tanto che basta. Per parlare e per capire.
«Chi è quel signore, ma’?» Martina rumoreggia e lei si gira di scatto e le fa un gesto: con l’indice teso sul naso, per invitarla a stare zitta.
«Io sono a casa», sta dicendo l’uomo. «Questo è il cortile di casa mia», dice.
Roberta sul momento non capisce, non vuole capire. Si volta, lo guarda e chiede: «Cosa?» E l’uomo con la faccia normale sorride. «Mi dispiace. Lei mi ha seguito, ma io sono arrivato a casa. Se ha bisogno di qualcosa…»
Roberta guarda davanti a sé, la nebbia che si arriccia e si muove e avanza. “La nebbia è viva”, pensa.
Quasi come se stesse confessando un peccato innominabile, mantenendo la faccia tesa verso il finestrino, parla. Dice: «Mi sono persa e il cellulare non prende neanche a morire e non so cosa fare». Parla scandendo le parole una dietro l’altra in fretta. Come se reputasse quello che sta asserendo qualcosa di cui vergognarsi. Un rospo di cui ci si deve liberare subito, al più presto. «Se vuole posso farle telefonare da casa mia.»
La donna guarda la nebbia ancora per un po’. Poi gira la testa piano. Fissa con una certa intensità la faccia normale di quell’uomo normale e pensa che assomiglia in un modo incredibile a suo marito e quasi le viene da chiedergli se lui è uno che legge Quattroruote ma si trattiene. «Cosa vuole quel signore, ma’?» Niente! lui non vuole niente. Loro non vogliono mai niente… La faccia normale la guarda. Roberta invece fissa di nuovo il vuoto. E restano così qualche secondo, poi lei gira la testa. Prende la borsa dal sedile dietro e dice va bene. «Grazie, lei è molto gentile. Vengo a fare una telefonata, ma faccio presto.»
In meZZo al bianco, una figura scura minacciosa. Ondeggia e si muove a scatti.
Martina è in macchina da sola che aspetta la madre. Roberta è uscita con quell’uomo. È scomparsa. La coltre bianca l’ha inghiottita. E lei è rimasta solo in macchina ma non ha avuto paura, è abituata. Fanno così tutte le sere. E poi ha la sua bambola mostruosa con sé che le fa compagnia e la rassicura con il suo ruggito di erre continua.
In me.Z<o al bianco, una figura scura, minacciosa. Ondeggia.
La portiera si apre di scatto.
Martina guarda sua madre e sorride.
Roberta entra nell’abitacolo. Butta la borsa sul sedile di dietro, chiude la portiera. È spettinata e i suoi occhi sono strani. Lucidi. Gira la chiavetta e mette in moto. Guarda la figlia e sussurra: «Va tutto bene, amore. Adesso andiamo».
Ancora nella nebbia.
Persa.
Senza trovare strade. Sola.
Poi li vede.
Altri fanali rossi.
Si mette all’inseguimento.
Le sue mani sul volante. Strette. Sporche di sangue. Martina punta la bambola spingendo il bottone in cima per farla ruggire.
Brutta sporca strega crudele
Gli occhi lampeggiano.
Rrrrrrrrrrrr…
Lettura di Fulvio Redeghieri.