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1 Ottobre 2007 | Racconti d'autore

N°77-RACCONTI D’AUTORE

“Delfini:immagini di città” di Roberto Barbolini.


«A Parma, città italiana, non toglieremo il suono della pa­rola, che è ben altra cosa del suono della parola Modena. La differenza del suono delle due parole è diventata tale che non ci sogneremo mai di parlare di una Chartreuse de Modène»: così scrive Antonio Delfini a pagina 43 di Modena 1831- Città della Chartreuse. Lo scrittore mente gloriosamente: tutto lo straordinario pamphlet, pubblicato nel ’62 da Scheiwiller (un anno prima della morte dell’autore), è esattamente un sogno fatto in stato di grazia, con i supporti d’u­na filologia rabdomantica, per riscrivere la Certosa di Parma come se fosse la Certosa di Modena. All’epoca, Delfini ha ormai cinquantaquattro anni, è deluso di sé e delle proprie amicizie letterarie; del suo vasto patrimonio non gli è rimasto più un quattrino; inoltre, è reduce da una bruciante débdcle sentimentale con una ricca ragazza parmigiana, la Luisa B. contro cui lo scrittore si scaglia per interposta fin­zione nelle Poesie della fine del mondo e in Misa Bovetti, cercando nella vendetta letteraria l’ennesimo riscatto ai tradimenti dell’esistenza.


L’odio per Parma è una trasposizione topografica di quello sopravvenuto per Luisa B., il perduto «grande amo­re che travolse la vita di Delfini in una rapinosa e fiam­meggiante luminaria finale», come scrive Cesare Garboli nella smagliante prefazione ai Diari delfiniani editi da Ei­naudi. «Togliete a Parma il complesso della Pilotta, il Bat­tistero, l’università e il grande giardino col lago, e ciascuno può immaginarsi che cosa ne resta». Con «quell’aspetto di doppia grossa borgata che la può avvicinare a un qualsiasi grosso e brutto paese della pianura padana», argomenta Delfini, Parma poteva essere tradita da Stendhal, usata co­me fondale teatrale per le vicende romanzesche di Fabrizio del Dongo, di Clelia Conti, della Sanseverina e del Conte Mosca, nelle quali venivano in realtà adombrati i moti mo­denesi del ’31.


Scritto contro le tesi dello studioso stendhaliano Luigi Foscolo Benedetto, Modena 1831 fa propria un’intuizione che già aveva folgorato Honoré de Balzac: «[…] E malgra­do i prodigiosi sforzi di Beyle, che di pagina in pagina, rende naturali le sue mirabili invenzioni per ingannare il lettore e stornare le proprie allusioni, il nostro spirito, qui, è a Modena, e non vuole saperne di restare a Parma».


Così scriveva l’autore della Commedia umana, il 25 set­tembre 1840, a proposito della Certosa di°Stendhal.


La topografia delfiniana, risognata su mappe e stradari, s’impone con fantastica perentorietà.


Come si incomincia a scoprire Modena nella Parma di Stendhal? Semplicemente leggendo La Parma di Stendhal di  Luigi Foscolo Benedetto. Le scale «dove il principe Ranuccio V e la duchessa di Sanseverina si rincorrono, quelle scale che hanno fatto penare l’illustre studioso», non si trovano nel Palazzo Ducale di Parma, ma – bastava un viaggetto per appurarlo esistono da sempre in quello di Modena. E poi: l’immaginaria Torre Farnese della Cittadella nella Chartreuse è alta come la Ghirlandina (la torre campanaria della cattedrale modenese); la passeggiata notturna di Ranuccio Ernesto IV per recarsi a trovare la Sanseverina (ben munito di scorta) si svolge plausibilmente su una di­stanza non superiore a quella che separa il Palazzo Ducale dalla casa di Ciro Menotti; la traversata del torrente Parma da parte di Fabrizio del Dongo avviene così rapidamente da far pensare non si tratti d’un corso d’acqua (da superare percorrendo un ponte), ma della via Emilia che taglia in due Modena.


E così via: Delfini fa rivivere boschi tagliati da un secolo, chiese abbattute, ville diroccate (come la Pentetorri della Sacca, distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra) per ricostruire la propria romanzesca utopia.


Se il fulcro topografico, la stendhaliana Certosa, viene identificata con l’Abbazia di Nonantola, più complesso è il gioco d’identità dei personaggi, tutti di plurima anagrafe. Il conte Mosca e Fabrizio del Dongo sarebbero addirittura uno sdoppiamento di Ciro Menotti; ma anche gli altri tendono ad avere anamnesi complicate, in cui spesso e volentieri Delfini fa entrare, come emblemi araldici, anche i propri antenati: in particolare la bisnonna Rosa Giavarina e il bisnonno (nonché omonimo) Antonio Delfini di Disvetro, incarcerato nelle prigioni di Venezia nel 1831 dopo i moti modenesi, e poi esule a Marsiglia, dove nacquero i nonni dello scrittore. Antonio Delfini senior aveva manifestato presto le sue avversioni politiche: «venne arrestato giovinetto» ricorda lo scrittore «da un tal dragone Rabascini perché tirava palle di neve sulla testa di Francesco IV».


In un Ultimo preambolo furente e accorato a Modena 1831, Delfini afferma: «Avrò sbagliato tutto: nomi di persone e luoghi e interpretazioni ecc. ecc. Ma con questo bagaglio di errori, di offese, di bestemmie, di vacuità storiche, ho accertato (ed è quanto soprattutto importava) Modena come centro vivente della Chartreuse e cancellato Parma per sempre».


Ma siamo davvero sicuri che sia così? Giorgio Culatelli, in una relazione tenuta al convegno su Delfini svoltosi iiell’83 presso la Fondazione San Carlo di Modena (ora in: AA.VV, Antonio Delfini – Testimonianze e saggi, Mucchi,


Modena 1990), ha capziosamente proposto di leggere a rovescio il pamphlet come un paradossale omaggio a Parma, travestito da dileggio. Non è in fondo lo stesso metodo, messo lì bene in vista come la Lettera rubata nel racconto di Poe, che Delfini usa nei confronti del romanzo stendhaliano per scoprirvi Modena al posto di Parma? È allora lecito riverberare su di lui ciò che egli stesso scrive di Stendhal: «La Chartreuse è il sogno della Moreali, risognato e trascritto da Stendhal […]. Stendhal sogna di sognare con lei. E i sogni si trasferiscono, si riuniscono non nel luogo e nei luoghi che la realtà avrebbe voluto».


Dietro la maschera di Stendhal, è Delfini stesso che svela i suoi trucchi, pateticamente sicuro d’esser capito, certo che tutti scorgano la lettera rubata che ha lasciato per noi, apertamente nascosta, celata bene in vista nella sua scrittura.


Delfìni era  un flaneur notturno, amava mattina percorrendo le strade della sua città (ma anche quelle di Firenze, Roma, Viareggio, Milano, dove di volta in volta visse senza mai recidere il cordone ombelicale con l’odinsamata Modena). E in questi vagabondaggi, come un nictàlopo, si abituava a scorgere nelle tenebre una città inventata, dove (solamente) la sua esistenza avrebbe potuto essere vera.


Giorgio Agamben ha fatto, una volta, un luminoso accostamento tra l’universale «lingua senza scrittura» celebrata da Walter Benjamin un suo passo, e quella sconosciuta lingua basca, che è donna e oggetto d’amore, di cui Delfini parla nel bellissimo racconto Il ricordo della Basca. Entonces, parola misteriosa all’orecchio, è per il protagonista Giacomo Disvetri il richiamo sirenico di un senti­mento impossibile.


Nella formidabile divagazione di Una storia, probabilmente la sua prova più alta, premessa all’edizione 1956 del Ricordo della Basca, Delfini ha rievocato in prima persona l’incontro con la Basca, il padre e il fratello di le uha ensilina di una stazione, e quella magica parola: entonces, aleggiante nell’aria: «Stavo per entrare nel discorso anch’io. Il destino aveva preparato tutto per questo… ma il treno so­praggiunto in quel momento, mi risucchiò in un istante. Fu come se fosse passato il carro dell’inferno; fui preso per i ca­pelli, strappato alla felicità. La colpa fu mia. Se avessi fatto come il fratello di lei: lasciarmi persuadere! Come ho potuto opporre una partenza per Bologna a quell’entonces, a quella sola parola che racchiudeva in sé la poesia e la saggezza del­la più nobile e più grande biblioteca del mondo?»


Quando a Delfini sembrò nuovamente di sentir risuona­re nell’aria il richiamo di quella suprema «lingua senza scrittura», di cui la letteratura non è che smorta e caricatu­rale stenografia, era ormai troppo tardi: l’amore per Luisa B. fu il tentativo di riscatto di un uomo ormai votato alla fine


Come ha scritto Garboli, «la nebulosa del sentimento, nella vita di Delfini, non viaggiò lungo la scrittura. Si condensò (quando il caso gli mise davanti questa Luisa B.), diventò una stella compatta, e (passati i 50 anni) esplose. Quando imparò a dare e a chiedere il cuore, l’uomo allegro, volubile, capriccioso, irresponsabile e disperato che era stato Delfini si ruppe, e in un paio di anni mori».


Modena 1831 fu dunque lo strumento estremo di una ricercata vendetta contro una donna che e svaniva all’orizzonte, avvolta come in una pelliccia nel morbido vello della parola Parme. Ma Modena 1831 è anche una botta d’odio per la città più amata: Modena stessa, che solo reinventata nella fantasia romanzesca sembra appartene­re a una geografia umana. Il supremo riscatto del sogno rende nuovamente pronunciabile, come un ritrovato vessilo araldico, il nome d’una città che nei racconti delfiniani appare quasi sempre indicata solo con la lettera iniziale.


Delfini è riuscito infine a dimostrare con la forza del sogno, che uno scrittore appartiene veramente alla propria .città solo quando riesce a inventarla liberamente. Nella realtà della letteratura, Modena esiste un poco grazie alle alchimie di Antonio Delfini, che ha saputo trasformarla in parola magica e carta topografica dell’immaginazione. Ma allo stesso tempo ci fa sospettare che la prosaica Modena reale pecchi fortemente d’irrealtà.


E Viareggio, era forse più reale? Viareggio la città delle lunghe vacanze estive, la Cascais dell’esilio postbellico? Basta scorrere, ad esempio, una crepitante lettera del 1952, per vedere che gran rancore viene fuori nei confronti della città versiliana, ma anche dell’adorata madre, che Delfini accusa di tenerlo da dieci mesi «prigioniero e indebitato» in quella «capitale sozza della canasta e del bridge», con la compagnia d’una serva ex tenutaria di postribolo e dei suoi due nipoti.


Questa lettera autografa è uno strepitoso esempio delle mattane autopersecutorie dello scrittore, che si lamenta per l’esaurimento nervoso ma anche per «i velenosi pasti di Viareggio» a cento lire il boccone, «in mezzo ai neo squadristi che, non osando attaccare i comunisti, mi hanno pre­so come vittima designata».


La città delle lunghe vacanze estive, delle corse in bici­cletta fino al fosso del Cinquale, è ormai per Delfini un vero inferno. Incupito nella sua solitudine ipocondriaca, inveisce con furia quasi gaddiana verso l’odiosamata icona materna: «solo una criminale, una belva, una sadica impotente, può arrivare dove sei arrivata te verso di me».


Ma ogni odio di Delfini era il rovescio d’un amore malcorrisposto. Proprio negli anni di quelle invettive feroce­mente anti-versiliane, in quei ristoranti dove trangugiava bocconi amari o nei caffè sul lungomare, Antonio Delfini andava maturando la sua stravagante antiutopia politica. Cesare Garboli, appena ragazzo, lo ricorda vestito impec­cabilmente, mentre fermava i passanti sul lungomare e si presentava come loro futuro deputato. Delfini faceva in­somma campagna elettorale ad personam, compiendo da un lato l’ennesimo gesto provocatorio da dandy surreali­sta; dall’altro, cercando di disegnare nella sintassi viaria di un’ennesima «piccola città» la mappa indispensabile dell’Utopia.


Così va a finire che proprio nell’odiata Viareggio Delfini scrive il Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia, datato aprile 1951.


Per chi conosce gli estri del narratore, il pamphlet appa­re un po’ deludente dal punto di vista letterario. L’ossimoro presente nel titolo non innesca giochi paradossali, anfibologie, sulfuree impennate d’umore e di stile. Un agro fondo di controutopia di stampo swiftiano resta compresso dalla convinzione di fare sul serio.


Garboli, un critico dall’orecchio infallibile, ha osservato che la scrittura di Delfini è sempre intenta a parodiare leggermente se stessa. Il Manifesto costituisce un’eccezione: ciò che oggi paradossalmente ci sorprende è proprio il con­tenuto politico di questa madornale «modesta proposta». Andiamo a rileggerlo nell’edizione che lo stesso Garboli ha curato qualche anno fa per Garzanti (Manifesto per un par­tito conservatore e comunista e altri scritti): il pamphlet sembra scritto da un personaggio dell’ Arcimboldo, frutto della mescolanza fra un duca di Modena aristocraticamente marxista e un improbabile antenato di Umberto Bossi.


Autore d’un unico, frammentario, incompiuto libro del riso e dell’oblio, Delfini ci appare anche qualcosa d’altro: una vittima e un profeta della politica italiana.


Agrario padano di vocazione liberale, finito in miseria nel dopoguerra per colpa (è la tesi di Garboli) di quel mondo d’avvocaticchi, fattori, sensali e faccendieri che hanno costi­tuito la forza portante dell’Italia democristiana, nel Manifesto il borghese risorgimentale Delfini immagina da un lato il ri­torno alle “piccole patrie” in cui il nostro Paese era suddiviso prima dell’Unità, dall’altro una singolare utopia politica, che prevede la coesistenza di economia patriarcale nelle campa­gne, dirigismo sovietico nelle grandi aziende industriali e li­berismi di stampo manchesteriano nei centri di commercio.


«Conservatori per quanto riguarda la proprietà terriera, non esitiamo a dichiararci comunisti nei riguardi della pro­prietà industriale» provoca lo scrittore, proponendo l’abo­lizione di qualunque trust o monopolio e la realizzazione della gestione collettiva operaia nelle fabbriche.


A fine lettura rimane difficile stabilire quanto, nel Mani­festo, la politica sia ad usum Delfini o – viceversa Delfini sia usabile politicamente.


Se altri scritti raccolti nel volume, rimandano a un clima da Passeggiata walseriana, a un bighellonare per le strade di Modena come se fosse la Praga di Franz Kafka, o ai percorsi irti e selvatici della fantasia sui ‘crinali d’un Appennino ariostesco, il Manifesto ci consegna infine una nuova erma dello scrittore: quella di un possidente di sentimenti li­berali che, deluso dall’inesistenza d’una vera destra nell’I­talia alle soglie del boom, risognò il vecchio orco comuni­sta come alleato fiabesco lungo la strada in cui la profezia politica si alimenta del male di vivere. E di scrivere.

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