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8 Ottobre 2007 | Paesaggio dell'anima

N°78-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 78.


Musica. Fryderyk Chopin: Notturno in do minore


Cari amici, ci siamo lasciati la settimana scorsa a Modena, la città dell’Emilia-Romagna che forse più di tutte vive sulla Via Emilia, da cui si lascia attraversare come una carezza che segna la fronte e divide gli occhi: uno che guarda la pianura, l’altro le colline e l’Appennino.


Ora riprendiamo la Via Emilia in direzione ovest, perché Piacenza è la nostra meta. O meglio, Piacenza, come limite occidentale della nostra regione, è l’inizio di un nuovo vagabondare che ci porterà a percorrere di nuovo tutta la Via Emilia da ovest ad est, fino al limite orientale della Romagna, alla ricerca di emozioni che ci possono venire dalle opere d’arte: da qualcuna tra le tante disseminate nei nostri musei.


Per esempio, molti di voi avranno già riconosciuto la musica che abbiamo messo in sottofondo: uno dei mirabili Notturni di Chopin. Come ci piace, questo delicato modo di suonare: tenue, sommesso, capace di assecondare la fantasia, i sogni, le chimere più pazze; e dove però c’è qualcosa di ammalato, di febbrile. Ci caliamo dentro lo spirito romantico facendo un viaggio a ritroso nel tempo, fino ad arrivare al 1833, anno in cui Francesco Hayez dipinge il ritratto giovanile di Chopin che ammiriamo alla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza.


Musica. Fryderyk Chopin: Notturno in do minore


Chopin aveva allora 23 anni e il pittore, considerato il caposcuola del romanticismo storico italiano, lo ritrae assorto nei suoi pensieri. Lo sguardo è introverso, non rivolto verso lo spettatore. La realtà sembra non esistere per lui. Chopin è immerso nelle fantasticherie che lo aiutano a sopportare la vita, sostituendosi ad essa, perché la vita è fatta di dolore e di rinuncia, e l’anima romantica non regge il peso del reale. Come non lo reggono le fumatrici d’oppio che il ferrarese Gaetano Previati ha dipinto nel 1893, in pieno clima simbolista, e che si possono vedere nello stesso museo di Piacenza. Completamente abbandonate agli effetti annebbianti della droga, la testa rovesciata sul sofà, in un interno dai toni gialli e marroni di gusto orientaleggiante, le fumatrici ci escludono anche loro dalla scena in cui sono insieme protagoniste e assenti.


Per trovare un po’ di partecipazione, qualcosa di vivo che ci parli, prendiamo l’automobile e da Piacenza ci dirigiamo verso Parma, da dove poi imbocchiamo la Val di Taro e, poco prima di Fornovo, raggiungiamo la nostra meta. Che è un paesino, Ozzano Taro, dove ci aspetta un museo molto particolare.


Musica. Bevano Est: Patatrac


La memoria che l’Oriente oppiaceo ci aveva tolto, ci viene restituita dagli umili e concreti oggetti della civiltà padana amorevolmente raccolti nel Museo Guatelli di Ozzano Taro. Non si tratta del solito museo della civiltà contadina, ma della riappropriazione orgogliosa delle radici della nostra cultura materiale, fatta di attrezzi del lavoro dei campi, artigianale o industriale che attraverso la loro forma e la loro funzione raccontano le storie di questa parte del mondo. Come spiega lo stesso collezionista, Ettore Guatelli, ci sono pure “cose inutili, ma anche ingegnosissime, poetiche nella loro umiltà, da amare. E da far venire il desiderio di capire, di sapere chi c’era e che cosa c’era dietro queste cose, come e in quali circostanze si usassero. Cose che stimolavano la fantasia, la creatività” e vanno dagli attrezzi agricoli ai giochi, dagli strumenti musicali ai capi di vestiario, con una interessante sezione dedicata all’emigrazione parmense in Inghilterra. Insomma, oggetti che parlano, che recano su di sé il passaggio del tempo. E che ci spingono a ritornare alle immagini del film di Ermanno Olmi “Centochiodi”, un inno al mondo della Bassa, o a ciò che resta di quel mondo e di quel paesaggio. Come la giovane fornaia in bicicletta, che pedala libera lungo l’argine del Po per portare il pane ai casolari. La musica che l’accompagna nel film è questo splendido brano del gruppo piacentino “Enerbia”, guidato dalla brava Maddalena Scagnelli.


Musica. Enerbia: I disertori


Una terra senza memoria è una terra arida. Dove nessuno ha conservato niente, non si può costruire niente. I musei non sono luoghi morti ma, spesso, eccitanti ricoveri della memoria, che è tanto viva, nel suo apparente mutismo, da risvegliarci dal torpore del nostro banale presente mediatico-televisivo. L’Emilia-Romagna ha 363 musei. Ma ora vi conduciamo in una chiesa, che ci racconta una storia particolare. Per questo, dobbiamo fare ritorno a Parma, dove si trova la chiesa di Santa Maria della Steccata.


Siamo arrivati. Parcheggiamo ed entriamo subito a vedere gli affreschi sotto l’arco del presbiterio. Questo è l’ultimo lavoro del Parmigianino, il pittore dandy, raffinato, bellissimo giovane, come appare nel celebre Autoritratto nello specchio convesso, che giunto a Roma a soli 21 anni, nel 1524, fu acclamato erede di Raffaello, morto pochi anni prima. Quando si dice eleganza formale, distacco dal mondo, sublime maniera, si pensa al Parmigianino. Che nella rocca di Fontanellato, pochi chilometri fuori Parma, tra gli acquitrini, i pioppeti e il mondo umido della Bassa, ambienta la Favola di Diana e Atteone, un mito pagano di crudeltà e dolcezza, di uomini tramutati in cervi e sbranati dai cani, di seduzioni irresistibili e boscherecce. Favola padana e misteriosa. C’è una luce intensa che viene dall’alto e la scena è resa con struggente efficacia. Poco lontano scorre il Po. Fetonte – secondo la mitologia – precipitò dal cielo e annegò nel grande fiume. Le sorelle, che lo piangevano sulla riva, furono trasformate in pioppi.


Musica. Leo Ferrè: Le fleuve aux amants


Fu così, sull’onda della sua fama, che i frati della chiesa nella quale ora ci troviamo, affidarono al Parmigianino la decorazione del sottarco e dell’abside principale. La scelta non era casuale: a Parma c’erano due giganti della pittura, lui e il Correggio. Ma Parmigianino che fa? Inizia il lavoro, ma poi si stanca, divaga, dipinge quando ha voglia. Voci malevole lo vedono interessato solo all’alchimia. Forse è sfiancato dalla competizione col Correggio, o forse è semplicemente inquieto; oppure è un perfezionista mai soddisfatto del proprio operato. Fatto sta che nel 1536, dopo cinque anni inconcludenti, i frati si infuriano e vogliono indietro gli anticipi. Il divino pittore non ci sta e riprende a gran lena il lavoro, ma dura poco. Di nuovo s’interrompe, ricomincia, si ferma, finché nel novembre 1539 i frati, esasperati, lo fanno incarcerare. Appena liberato, Parmigianino sale come una furia sui ponteggi e cancella l’ultima parte del suo lavoro. Poi scappa verso il Po, a Casalmaggiore, dove misteriosamente muore nell’agosto 1540 dopo aver fatto testamento. Un testamento in cui parla solo di soldi, di beni, senza alcun cenno alla sua meravigliosa arte. Muore a 37 anni, come Raffaello, come Mozart, Van Gogh, Byron e decine di altri “divini fanciulli” che hanno avuto in dono la grazia: troppa grazia per vivere a lungo.


Arrivederci alla prossima puntata.


Musica. Placebo: Twenty years


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.

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