Il reggiano Ermanno Cavazzoni (nato nel 1948, vive a Bologna) è un grande talento letterario, un inventore inesauribile di storie. L’ultima in ordine di tempo è questa “Storia naturale dei giganti”, in cui l’autore si finge uno studioso dei giganti, dei loro usi e costumi, del loro cibo, linguaggio e attività sessuale. Ne esce un libro di irresistibile e raffinata comicità, complice anche lo studioso che, mentre scrive il suo trattato, è assalito dalla concupiscenza carnale: cosa frequente in chi studia…
Vi leggiamo tre capitoli:
1- Rari giganti filosofi (prima puntata)
2- Gigantesse casalinghe (seconda puntata)
3- il DNA che va a farsi friggere (terza puntata).
Rari giganti filosofi
Tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 serpeggia comunque già fra i giganti un certo qual male di vivere (lo si può cogliere sempre nel Ciriffo Calvaneo nella continuazione del Giambullari, che è preziosa). Tra i giganti selvatici nasce ogni tanto un gigante filosofo tendente all’arcadico (oggi diremmo all’ecologico), che cioè professa una vita secondo natura all’aria aperta, professa il dialogo con gli animali e la pace duratura e universale; è contro l’architettura moderna e preferisce abitare in caverne; non accetta l’idea di materasso, di letto, di comò e di comodino; e preferisce dormire nel punto in cui gli viene sonno, fosse anche un dirupo o un formicaio. II gigante filosofo non è erbivoro, perché la sua ideologia lo porta a cuocere cervi, lepri o caprioli alla fiamma di legno di ginepro. Perfino fa da pacere tra animali feroci che litigano, imbecca gli uccellini di nido e li accomoda in modo che vi si trovino bene, levando loro certi stecchi mal messi, o certe piume dure che poi danno noia tutta la notte. Ascolta gli uccelli come fosse il concerto in Mi maggiore La primavera di Vivaldi, e tutta la natura fosse solo violini, cembali e archi. E poi vuole le mele e la frutta senza pesticidi, senza solfati, e senza agricoltori né agricoltura, la quale già nel neolitico – dice – aveva rovinato il paesaggio.
Il gigante filosofo (o ecologo) si distingue dal generico gigante selvatico per l’acuta autocoscienza e la capacità di verbalizzare e organizzare in discorso la sua scelta (di restare ciò che già è) e farne l’elogio. D’estate sta al fresco in montagna all’ombra dei lauri e dei pini, d’inverno sta in letargo e si raggruzzola, dice lui, nel fondo di una grotta dove non teme vento o neve od ogni altra perturbazione meteorologica. Ha una peluria fitta che sembra un vestito naturale di lana e la barba lunga che gli fa da sciarpa, da cravatta e da mantellina. E tutte le fiere selvatiche lo conoscono e lo stimano. E la fama – dice il gigante filosofo – a che cosa serve? A cosa serve tutto questo darsi da fare per brillare, come se un uomo fosse un pallone di vetro lucido, mentre invece è solo di polvere?
E Povero Aveduto, paladino, che s’imbatte in lui sul monte Carmelo (Giamb. 1, 327 ecc.), ha una filosofia più guerrafondaia ed efficientista, per cui lo accusa d’essere un selvaggio, un ozioso, pigro e senza frutto, e in questo caso – dice – è meglio allora nascere animali del tutto, i quali sono ignoranti, non sanno che sono animali, quindi non hanno l’idea di correggersi.
« Come ti chiami? » gli chiede il Povero Aveduto.
E questo gigante filosofo dice di chiamarsi Caosso.
Allora il Povero Aveduto gli elenca tutti i più famosi leader di Roma, della Bibbia, del Medio Evo e della culturologia
filo – occidentale, in un’insalata di nomi propri che però sembra essere lo scopo dell’uomo, dice il Povero Aveduto, entrare
cioè nella grande enciclopedia universale, che invece le bestie dall’enciclopedia sono escluse a priori, e quindi loro sì sono polvere, mentre un gigante nell’enciclopedia ci potrebbe anche entrare, non per il cervello, gli dice, che non è molto (il gigante Caosso non risponde niente al proposito), i giganti è notorio che hanno un cervello un po’ semplicistico, senza molte vedute, un po’ da coglioni, si dice di solito; e anche negli studi scolastici non vanno più in là dell’asilo infantile, se per loro ci fosse; casomai invece, gli dice il Povero Aveduto, in un volume dell’enciclopedia universale i giganti potrebbero entrarci per la muscolatura, come Ercole, che aveva la muscolatura e inoltre un famoso bastone detto anche clava; come Sansone che aveva la mascella d’asino divenuta altrettanto famosa, e poi gli elenca alcuni giganti che per lo più vengono citati nei libri, e anche lui, gli dice, un domani potrebbe essere citato, nell’elenco di giganti assieme a Burato, a Mambrino d’Olivante, a Morgalesse, a Morgante eccetera eccetera, dice il Povero Aveduto, e dice eccetera perché non gliene vengono in mente degli altri, essendoci sempre state nel mondo poche possibilità per i giganti (questo però non glielo dice), essendo sempre stato il gigantismo forse un handicap e non un bene, per cui i giganti sono destinati a finir male, ad essere l’esempio vivente di una carriera fallimentare; e qui senza volere il Povero Aveduto cita Briareo, che Giove ha sepolto sotto l’Etna, dove continua e continuerà per sempre a vomitare, roba calda, che se ci si pensa dà anche un po’ di repulsione.
A questi discorsi si aggiunge il Ciriffo Calvaneo, cavaliere anche lui, che gli dà anche lui dell’animale, a stare solo tra gli animali, gli uccelli, le piante e i minerali, e i due cavalieri la menano tanto con questa propaganda antinaturalista, che il Caosso entra un po’ in confusione nei suoi principi teorici, i quali prima gli sembravano principi imbattibili.
A questo punto scendono tutti e tre dal monte Carmelo (il Povero Aveduto, il Ciriffo Calvaneo e il gigante Caosso), continuando però i due paladini a ossessionarlo con dei nomi famosi, e ripetendogli che lui invece è un anonimo, come
gli alberi, gli uccelli e le bisce, che fanno numero anonimamente e neanche lo sanno; e i due continuano finché il gigante estenuato, vedendo un fosso, dice: « Battezzatemi pure ». E si vede che il nome di Sansone l’aveva colpito tra tutti i nomi enciclopedici universali, anche se per la verità Sansone non era un vero gigante di razza, ma è finito schiacciato dal plafone, dal tetto e dalle colonne che lui stesso aveva scosso e scardinato, dimostrando però con ciò una mentalità compatibile con quella dei giganti autentici (ad esempio i Titani, finiti anche loro sotto lo smottamento e il crollo del cielo da loro stessi causato). E quindi Caosso prende come nome Sansone. Caosso spera di diventare famoso, e che
Sono tornati perfino il gheppio, l’orso marsicano e il lupo di Gubbio.
I giganti, se ci fossero, potrebbero starsene sulle Prealpi, senza invadere le corsie dell’autostrada, senza entrare in città, come d’altronde non entrano gli autoarticolati o i trasporti eccezionali, se non preceduti da una luce arancione intermittente; come potrebbero fare anche i giganti nei lunghi percorsi.