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15 Ottobre 2007 | Paesaggio dell'anima

N°79-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 79.


Musica. Kikuchiyo to Mohshimasu 


Cosa ci fa, cari amici, questa musica giapponese nella nostra trasmissione? Semplice: nel nostro viaggio in regione alla ricerca di manufatti e opere d’arte che ci diano delle emozioni, siamo arrivati a Reggio Emilia. Stiamo andando, come sapete, da ovest a est: la settimana scorsa siamo partiti da Piacenza, abbiamo fatto tappa nel parmense e ora eccoci qui, ai Musei Civici di Reggio Emilia, davanti a una tela di Antonio Fontanesi che raffigura un tempio giapponese. Nel 1876 questo grande pittore reggiano di paesaggi, amico di Turner e Constable, si imbarca a Napoli diretto a Tokyo, dove l’attende una cattedra biennale di pittura presso la Scuola d’arte. Che ci va a fare Fontanesi a Tokyo? Per i soldi – confessa – più che per vedere un luogo esotico. Ma si ammala e deve tornare con un anno di anticipo. In Italia porta solo alcuni schizzi che ritraggono studenti della capitale e due tele del suo allievo preferito, Chu Asai. Da queste ricava la splendida Giapponeseria che abbiamo sotto gli occhi e che ci mostra il tempio di Tokugawa.


Musica. Laurie Anderson: Kokoku 


Fontanesi fu tra i primi europei arrivati in Giappone dopo la rivoluzione Meiji del 1868 che riunificò il paese sotto il potere imperiale e riaprì le frontiere. Gli stranieri vennero chiamati a insegnare nelle nuove scuole di tendenza occidentale, dove gli studenti potevano conoscere le principali correnti artistiche europee e le relative tecniche. Chissà come si accordava il romanticismo melanconico dell’artista reggiano con l’anima giapponese. “Montando all’incontrario questo cavallo di legno / Sto per galoppare attraverso il nulla. / Vorresti tentar di seguire le mie tracce? / Cerca allora di afferrare la tempesta con una rete” – dice una poesia zen di Kukoku del XIV secolo.


Ma dobbiamo andare a Modena, al Museo civico d’arte, per capire la fascinazione esotica che prendeva gli artisti emiliani di fine Ottocento. Qui troviamo infatti un dipinto del modenese Augusto Valli, “Semiramide muore sulla tomba di Nino”, considerato tra i più significativi della corrente pittorica chiamata “orientalismo”. Valli, che viaggiò a lungo in Etiopia e in Eritrea, aveva il gusto del colore e sognava un Oriente popolato di femmine sensuali. Il quadro che stiamo guardando è un’ambientazione di fantasia che convoglia l’attenzione sul corpo nudo, riverso al suolo, della leggendaria regina d’Assiria.


Musica. Gioacchino Rossini: Bel raggio lusinghier (da “Semiramide”)


Quella che stiamo ascoltando è la “cavatina” di Semiramide, che nell’omonimo dramma di Gioacchino Rossini introduce il personaggio della regina assira. Rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia nel 1823, la “Semiramide”, tra vertiginosi vocalismi e curiose apparizioni di gusto barocco, risulta una delle opere serie più compiute del compositore pesarese. Il quale riprende la tradizione letteraria che vede Semiramide uccisa per errore dal figlio, dopo esser stata lei stessa causa della morte del re, suo marito. Dunque un drammone a tinte fosche in sintonia con la leggenda che vuole  Shammuràmat – questo il suo nome babilonese – lussuriosa e incestuosa, nonostante altre fonti la considerino la regina che fece costruire i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico. Per entrare nell’atmosfera, ecco “Ranni Li”, una danza araba con testo in egiziano cantato dalla nostra bravissima Luisa Cottifogli.


Musica. Ranni li. Danzaraba (dal cd “Metissage”) 


Avendo in mente l’Eufrate orlato di palme, da cui si vedono le mura di Babilonia e la porta di Ishtar coi suoi mattoni smaltati d’azzurro, facciamo fatica a tornare ai nostri più modesti corsi d’acqua: quelli, ad esempio, che a inizio Seicento nella nostra regione erano solcati da barche che trasportavano quadri da una città all’altra. Restiamo a Modena per raccontare questa storia, ambientata durante il passaggio della capitale ducale da Ferrara a Modena, nel 1598. Quando gli Estensi dovettero cedere Ferrara alla Chiesa, scelsero a malincuore, come nuova sede, Modena, dove il duca Cesare d’Este cercò di trasferire ciò che della mirabile collezione dei suoi avi non era stato ancora razziato dal cardinale Aldobrandini, nipote del Papa. Per mettere in salvo le collezioni ferraresi, il duca le faceva viaggiare via acqua, lungo le vie fluviali attive a quel tempo. Nei barconi venivano stipate le opere d’arte da nascondere alla cupidigia romana, che già si era appropriata dei dipinti di Tiziano, Bellini, Dosso Dossi. Nel patrimonio trasferito da Ferrara a Modena, ci sono quattro bellissimi ovali, staccati dai soffitti del Palazzo dei Diamanti, che oggi fanno parte della collezione della Galleria Estense di Modena.


Musica. Cristina Zavalloni: Dolce cominciamento 


Quei quattro ovali sono attribuiti ai Carracci. Per questo avevano fatto gola a un altro razziatore di opere d’arte, Napoleone, che nel 1796 se li era portati in Francia. Restituiti all’Italia nel 1815, gli ovali raffigurano divinità mitologiche. Pare che Plutone l’abbia dipinto Agostino Carracci, mentre la splendida Venere sarebbe di Annibale, e Flora e un’imprecisata divinità marina, di Ludovico. I Carracci tutti insieme, il duca Cesare voleva tenerseli anche a Modena, nella splendida reggia che oggi è sede dell’Accademia militare. Guardiamoli bene questi quadri, senza pretendere di riuscire a distinguere la mano di un Carracci da quella di un altro – cosa che solo gli esperti riescono a fare. Ci interessa di più il mondo che i pittori bolognesi ci restituiscono: un Olimpo di belle fanciulle, di carni bianche, di veli svolazzanti e nudità scoperte, di nubi vaporose che sostengono il peso dei corpi, di tempeste placate con un cenno. Cos’è l’Olimpo, se non il nostro Paradiso sognato? Tutto ruota intorno alla bellezza e all’amore. Come diceva più di un secolo prima l’umanista Marsilio Ficino, la passione amorosa è il “nodo dell’Universo” e la “ricerca del raggio divino”. Tutto si tiene, dunque. L’amore non è peccato, ma il motore dell’Universo. Tutta la pittura conservata nei nostri musei sta lì a dimostrarlo. La bellezza, si sa, è stravagante…


Musica. Alice: La bellezza stravagante 


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.

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