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15 Ottobre 2007 | Racconti d'autore

N°79-RACCONTI D’AUTORE

Ermanno Cavazzoni: “Storia naturale dei giganti”. Guanda, Parma 2007. Seconda puntata: Gigantesse casalinghe.

Il reggiano Ermanno Cavazzoni (nato nel 1948, vive a Bologna) è un grande talento letterario, un inventore inesauribile di storie. L’ultima in ordine di tempo è questa “Storia naturale dei giganti”, in cui l’autore si finge uno studioso dei giganti, dei loro usi e costumi, del loro cibo, linguaggio e attività sessuale. Ne esce un libro di irresistibile e raffinata comicità, complice anche lo studioso che, mentre scrive il suo trattato, è assalito dalla concupiscenza carnale: cosa frequente in chi studia…


Vi leggiamo tre capitoli:
1-  Rari giganti filosofi (prima puntata)
2-  Gigantesse casalinghe (seconda puntata)
3- il DNA che va a farsi friggere (terza puntata).







Gigantesse casalinghe


I giganti tirano la prima cosa che hanno sottomano, e, come già si è visto, spesso sottomano hanno l’arrosto che cuoce, se per caso sono disturbati mentre cucinano. Questa è un’abi­tudine antica, di tirare l’arrosto, si veda il Buovo d’Antona, e i già citati Cantari di Carduino dove (non siamo oltre il ‘300) due giganti tirano addosso a Carduino una cerva a metà cot­tura, essendo stati sorpresi vicino al fuoco mentre aspettano la cena. E intanto esaminano dietro, davanti, di sopra e di sotto una quindicenne rapita senza capire né il come né il dove (Carduino, II, 28-37). Si tenga conto che i giganti non han­no una cucina elaborata, non mettono l’arrosto in concia con il ginepro, né lo salano o lo lardellano. La cucina dei gi­ganti è estremamente semplice e naturale: prendono un ani­male anche di grossa taglia, un cervo, un orso, un cinghiale, accendono il fuoco e ce lo mettono sopra, intero, con gli zoccoli, il pelo, le corna, la pelle, ci lasciano le budella e le interiora, che danno aroma; poi lo girano di tanto in tanto; ma poi non hanno la pazienza di aspettare la cottura integra­le perché già quando si leva il primo profumo di bruciatic­cio, vien loro voglia di fare un assaggio, e così se lo mangiano che magari è solo strinato da un lato. Se per caso in quel mo­mento sopraggiunge qualcuno, allora prendono l’arrosto e glielo tirano addosso. Se però sono disturbati prima di ac­cendere il fuoco, tirano l’arrosto crudo, si tratti pure di un manzo, ancora mezzo morto e mezzo vivo.


E altrettanto fanno le gigantesse (nel Buovo d’Antona una gigantessa tira urlando un maiale), e in ciò non sono diverse dalle casalinghe, le quali in genere, se disturbate, lanciano le padelle, le pentole, i mestoli, cioè lanciano quello che hanno in mano; se hanno in mano un imbuto, un matterello, lo sco­lapasta, le casalinghe non stanno a valutare se è uno stru­mento atto ad offendere, quindi a volte, al marito che le di­sturba in cucina o al figlioletto che salta, che è troppo queru­lo, che le indispone perché non ubbidisce e insiste ad esem­pio a dondolarsi e a correre dietro a una palla, lanciano an­che cose di poco effetto, un coperchio di alluminio leggero che fa rumore ma non è direzionabile, o un’insalatiera di plastica che, qualora colpisca, non lascia gravi tumefazioni e il più delle volte vola per aria e s’impenna, o plana verso il soffitto, perché un’insalatiera o un tegame largo o un cesto da frutta (o un coperchio) hanno più superficie che peso, quindi mentre traversano l’aria incontrano molta resistenza, e se arrivano ad esempio in testa al figliolo o addosso al mari­to tra la spina dorsale e la nuca, l’energia cinetica si è molto smorzata, come è detto anche in tutti i trattati elementari di balistica, che però una casalinga non vuole prendere in con­siderazione, non le interessano, mentre invece io dico che se qualcuno lancia qualcosa dovrebbe prima studiare le leggi di conservazione dell’energia, le leggi dell’aerodinamica, l’influenza dei campi gravitazionali e la forma paraboloide delle traiettorie.


Ciò non toglie che a volte la casalinga (e così la gigantes­sa) lanci corpi appuntiti e compatti, come un pestello, una saliera di cristallo, un cavatappi, che hanno una forma più affusolata e una massa maggiore in rapporto alla resistenza dell’atmosfera, anche se questo né la gigantessa né la casalin­ga lo sanno o se ne interessano, e quindi l’oggetto lanciato può- raggiungere una discreta velocità; in tal caso il figliolo o il marito subiscono notevoli danni, specie se colpiti in punti vitali e se il corpo contundente è anche affilato, come una coltella o una coltellina, un trinciapollo, una sega da ossa, e allora si danno quei casi frequenti di omicidi, derubricati però in incidenti domestici, come chi si fulmina col tostapane o si ustiona con l’acqua bollente eccetera, che sono assie­me agli incidenti stradali la causa più alta statisticamente di morti violente in un paese, sia di mariti, sia di figli, senza considerare le menomazioni o le paraplegie permanenti; è raro che un figlio esca indenne dalla vita in famiglia, specie dalle zone della cucina, quando sua madre sferraglia attorno ai fornelli e ha a portata di mano molti corpi contundenti impropri e si innervosisca per un soffritto che brucia, per il latte che va di sopra mentre il figlio ripete qualche suo verso allegro o batte un tamburo o gioca con qualcosa con cui in­vece non ci potrebbe giocare; allora la madre e casalinga ha il tipico moto irresponsabile, accompagnato (o preceduto) da grida, che dovrebbero mettere sul chi vive gli astanti (e infatti il marito che è sempre già sul chi vive, si ritira in una cavità del muro o si trincera dietro a un giornale, di modo che la percentuale dei mariti offesi o resi invalidi è minore) mentre il figlio, che è abituato alle tenerezze e alle effusioni esagerate d’amore, non si aspetta queste esplosioni, e quindi è più esposto, come si evince anche dalle statistiche, dalle quali risulta che pedofili, assassini generici, pornografi, sadi­ci, rapitori, pederasti violenti eccetera eccetera sono meno pericolosi di una madre in cucina, la quale ha sempre a di­sposizione il figliolo e non lo deve andare a spiare davanti al­la scuola o nel cortile dove gioca, vincendo anche la diffi­denza eccetera, mentre una madre, moglie e casalinga è le­gittimata a maneggiare pentolame e stoviglie e intanto tene­re nei pressi il figlio, senza che se ne consideri l’irritabilità e la radice comune con le gigantesse. È caratteristico il fatto che una madre è considerata un’energia irresponsabile e i suoi delitti preterintenzionali frutto dell’amore materno; e sarebbero amore materno anche espressioni del tipo « ti am­mazzo di botte », « vieni qui che se no ti ammazzo di botte », o « guarda che ti gonfio la faccia di schiaffi», che sono espressioni comuni e non astratte.


Per fortuna un figlio, crescendo, se supera l’inesperienza dei primi anni, impara a valutare queste espressioni e a cau­telarsi osservando gli oggetti che la madre ha a, portata di mano, se offrono molta resistenza all’aria o se sono aerodi­namici, nel qual caso imita il padre e si mette al riparo o sgat­taiola sotto una seggiola, o, se vuole continuare a ascoltare la sua musica o fare rumore coi giochi invece che fare i compi­ti, sta però coi nervi tesi, l’orecchio dritto, e anche questo fa parte dell’educazione, come diceva il mio amico Ridolfi, che era un esperto, filosofo, ma anche scienziato empirico; e di­ceva che le mogli (e madri) sono gigantesse rimpicciolite, che mantengono i medesimi istinti. E se per caso non lancia­no più l’arrosto o le stoviglie, restano però feroci, sia con i mariti che con gli estranei e con i figli; anche quando si met­tono sulla bocca un sorriso artificiale di convenienza.


Non fatevi fuorviare, diceva Ridolfi, queste per la verità sono ancora peggiori; quelle che sembrano di buone manie­re; e se per caso fanno anche le professoresse, o si occupano di psiche o di società, è palese a tutti la loro ferocia latente.


Ah, Ridolfi, come era saggio! che osservatore dell’uomo! Io gli parlavo dei giganti e delle gigantesse, e lui mi parlava della verità che c’era nascosta, atemporale, anche in questo semplice fatto di lanciare l’arrosto.


Se non c’è lancio di oggetti, c’è il vischio. E Monica Gua­stavillani ad esempio è ancora nel vischio della famiglia. La sua giovinezza è cominciata da qualche mese, e la mamma, sua mamma, le controlla tutto, le telefonate, gli ormoni. An­che l’andamento del mestruo. Le madri presiedono sempre al traffico intimo, interinale, agli ormoni (che presiedono a tutto); le madri s’informano per vie traverse: che cosa sa la mia bambina? e continuerebbero negli anni, fino ad un’età avanzata, a dirigere il traffico, a interrogare, a esaminare fi­nanche la biancheria. Perché le madri cercano gli indizi, i se­gni vaghi per congetturare. E finché dura questo regime una donna resta una bambina. Ci sono anche signorine mature che continuano a restare sotto controllo, sbuffano, ma han­no ancora la mamma che osserva il movimento del vestiario esteriore e interiore, in specifico quando escono con gente sospetta. La madre vorrebbe chiedere, specificamente. Non 10 fa; ma va a rovistare nella roba sporca, la madre (lo fanno tutte, dice Monica), e cerca di interpretare le macchioline, se per caso ne trova, le ombre; poi alla figlia fa discorsi genera­lissimi, su quello che succede alle altre, sulle disgrazie e la solitudine, di certune pronte al telefono, a correre appena suona; ma intanto la madre è a una macchiolina criptica che pensa, come Champollion pensava ai geroglifici (Champol­bon, Jean Frangois, egittologo, 1790-1832). Champollion studiava la pietra trilingue di Rosetta, trovata a Rosetta da Napoleone nel 1799, e così decifrò i caratteri egizi (Somma­rio del sistema geroglifico, 1824). Le madri studiano con lo stesso gusto, ma a differenza di Champollion non arrivano a niente, perché non sono sistematiche e non elaborano una tavola rigorosa di corrispondenze. Anche Champollion di fronte a un geroglifico unico non l’avrebbe mai decifrato, è impossibile, dicevo a Monica; magari avrebbe borbottato, come una madre quando studia una figlia e borbotta, dicevo a Monica, la quale è ancora sottomessa alla legge di casa e alle decrittazioni di sua madre, ossessiva, come solo gli egitto­logi lo sanno essere. Perciò a Monica le piace la libertà.
(La stele di Rosetta è del 196 a. C.)


Lettura di Fulvio Redeghieri

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