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18 Aprile 2006 | Paesaggio dell'anima

N°8-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. 8° Puntata

La via Emilia, cari amici, è la nostra direttrice. La percorriamo verso est diretti in Romagna. E’ lì che ci conduce la nostra guida: uno storico d’eccezione, il romagnolo Piero Camporesi.  Siamo in perenne movimento e dunque, per assecondare il nostro girovagare, ascoltiamo un brano di Ludovico Einaudi che si intitola, appunto, “Moto perpetuo”.


Musica: Ludovico Einaudi, Moto perpetuo.



Stiamo andando verso Forlì per conoscere una grande dama del Rinascimento. Parlavamo, la volta scorsa – ve lo ricordate? – del potere del latte, principio creativo associato alla donna, nelle antiche società padane. Le madri, nelle inquiete e paurose notti d’altri tempi, prima di cadere addormentate prendevano precauzioni per tenere lontane le streghe che succhiavano il latte ai bambini. Il latte era tutto, era la vita. Come la donna, fattrice e nutrice: la donna dalla pelle color latte e le carni burrose, la cui intimità era fatta di liquidi, succhi, acque vitali, piogge fertilizzanti. A proposito, prima di proseguire per Forlì, conviene fermarsi a Modena, dove uno strano fregio hard sulla sommità del magnifico Duomo ci fa capire di che natura fosse fatto il cristianesimo medievale in Italia, o almeno da queste parti. Alzando lo sguardo su un capitello, “immobile per l’eternità, una donna, anche lei in bassorilievo, se ne sta beata, o forse solo attonita, a cosce spalancate” – scrive Edmondo Berselli. E’ la famosa “potta di Modena”, che da poco meno di mille anni si concede alla vista dei voyeurs sul Duomo scolpito da Wiligelmo. 



Musica: Ornella Vanoni, La donna d’inverno



La donna “d’inverno è meglio”, canta Ornella Vanoni in questo splendido brano di Paolo Conte. “E’ tutta più segreta e sola, tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa, dolce e squisita”.



La donna che noi andiamo a cercare, spinti dalla lettura de I balsami di Venere di Piero Camporesi, è Caterina Sforza, signora di Forlì. Siamo alla fine del Quattrocento, in una Romagna che già ha fama di goduriosa. Uomini e donne, più che perseguire sogni di castità, si arrendevano volentieri a “l’ardore de la libidine e de luxuria”, come scriveva appunto Caterina. Nella vicina Ferrara, ad esempio, il duca Borso d’Este, che era signore anche di Modena e Reggio, chiedeva al suo medico rimedi, medicamenti e ricette “per più longo et anco per più iocundo vivere”. Il medico gli consigliava piccioni e tartufi, fave e melanzane “per provocare a lussuria”, anche se il duca non ne aveva bisogno, dal momento che soffriva semmai della sindrome opposta, conosciuta ai tempi come “il male del puledro”. D’altronde, Borso era figlio di Niccolò, il duca per il quale valeva il detto “al di qua e al di là del Po tutti figli di Niccolò”, per le numerose fanciulle che gli avevano concesso i favori.


“Per un’ora d’amore / non so cosa farei…”. “Per un’ora d’amore” è la canzone che l’indimenticabile voce dei Matia Bazar, Antonella Ruggero, ci regala nella versione che lei stessa ha chiesto ai Subsonica, gruppo alternativo della nuova scena musicale italiana. 



Musica: Subsonica e Antonella Ruggero, Per un’ora d’amore



Per tornare a Caterina Sforza, era la tipica donna del Rinascimento che sapeva il fatto suo. Nella sua corte forlivese, la virilità era tenuta in tale considerazione che le donne si scambiavano ricettari segreti per usufruirne al massimo. La stessa duchessa ne teneva uno al quale affidava le sue conoscenze. Il suo interesse, per così dire, professionale, si basava su esperimenti medico-alchimistici volti “a fare lussuriare inestimabile” – così si esprimeva -, cioè a fare lievitare le proporzioni e le misure dell’organum. Mentre la Chiesa imponeva penitenze e controllo sociale, la negromantica “madama de Furlì” sembrava conoscesse il segreto infallibile “ad errigendum”: un’oncia di polvere di stinco marino “in bono vino mesticato”… Nel suo ricettario c’erano anche preparati e cosmetici per render più belle le femmine e unguenti efficacissimi “per fare sentire d’amore la donna”. La donna con piena soddisfazione “potrà fare el fatto suo” – scriveva Caterina Sforza – se il cavalcatore non sarà sceso intempestivamente dalla sella. Le sue ricette sono un segno dell’intensa richiesta femminile di piacere durante l’età rinascimentale.
“La sete non finisce mai / è il frutto aperto che tu vuoi”, canta la brava cantante bolognese Silvia Mezzanotte – già voce dei Matia Bazar – nel brano che ora ascoltiamo, “Tanto tanto amor”.



Musica: Silvia Mezzanotte, Tanto tanto amor



Distillatrice di sostanze vitali, Caterina da Forlì preparava portenti farmacologici, elisir balsamici, liquidi mirabolanti, scambiando ricette con ipotecari e speziali di Romagna e Toscana. La sua corte era aperta a ciarlatani, erbolari, mammane, donne di campagna: esempio di stretta collaborazione interclassista fra cultura popolare e sapere aristocratico. La finalità di queste ricerche era sempre la stessa: “ad errigendum membrum”. Si vede come le corti romagnole ed emiliane dell’epoca costituissero una società permissiva, molto rispettosa dei diritti della “natura”, del diritto della donna al piacere.



L’unica pratica che veniva duramente punita, anche con il rogo, era quella “contro natura”, in particolare tra maschi. Ma, andando a curiosare tra le cronache dell’epoca, Camporesi ne ha scovata una al riguardo, che vede ancora protagonista Caterina Sforza. Era successo che un tale Bartolomeo de ser Jacopo, di Cesena, annoiato dal “natural vasello”, “usando con una femina contro natura, li roppe el sesso et fo condenato la vita al fuoco”. Buon per lui che, a salvargli la vita, intervenne l’interesse professionale di Caterina Sforza la quale, insieme con la duchessa di Ferrara, volle essere informata sullo strano caso. Le due signore si divertirono moltissimo a farselo raccontare dal protagonista, si fecero delle gran risate e alla fine concessero la grazia al povero cesenate.



Francesco De Gregori, La donna cannone



“La donna cannone” è una delle canzoni più belle di Francesco De Gregori. Che donna è questa? Un piccolo mostro ma anche un piccolo artista che sceglie di morire per amore, nell’indifferenza di tutti. L’amore: ce lo racconta adesso anche un poeta di Cesena, Gabriele Zani, con queste parole:


Perché eravamo qui, ancora noi, dopo anni?
una risposta non c’era, o erano le carte
a giocare per noi un amore perduto da difendere
fin dentro al sonno o al sogno
all’abbandono di una carezza al rimorso di un bacio
scambiato in fretta sui denti tra le labbra
trattenuto come una lacrima che non vuole scendere
finché vincere o perdere fu la stessa cosa,
fu la vita stessa, per noi”.  


Musica: Franco Battiato e Ginevra di Marco, La stagione dell’amore



 “La stagione dell’amore viene e va / i desideri non invecchiano quasi mai con l’età…” – è l’incipit di una nota canzone di Franco Battiato, “La stagione dell’amore”, tutta giocata sul rimpianto, sulle occasioni perdute. A questa velata tristezza dà spessore, in inglese, l’emiliana Ginevra di Marco, una delle migliori voci femminili italiane, già cantante dei CSI di Giovanni Lindo Ferretti, poi chiamata a collaborare con grandi musicisti, tra cui lo stesso Battiato, e infine cantante solista con una vena popolare, rivolta anche alla tradizione emiliana.    


Restiamo in Romagna, dove abbiamo fatto visita alla memoria della rinascimentale “madama de Furlì”, Caterina Sforza, con i suoi intrugli amorosi, e vi diamo appuntamento alla prossima puntata.

Brano corrente

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